sabato, Maggio 30

Juma il giaguaro: animali e uomini in gabbia Lo splendido giaguaro che ci prova a sottarsi alla prigionia, una storia non proprio nuova

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Cronache dal passato? Forse no: a tempi di guerre e carneficine, appartengono tutte le cronache più cruente, ma l’onda lunga del pensiero che le sottende è qua, vitale e mortifera: da non credere, ma nel 2002 nel sud del Belgio si organizzò un’esposizione di pigmei, presto chiusa per l’intervento delle organizzazioni umanitarie, e nel 2005 in Germania ad Augusta fu inaugurato un Africa Village all’interno di uno zoo, considerato il luogo migliore per trasmettere un’atmosfera esotica.
Se gli zoo umani sembrano in esaurimento (ma non è il caso di distrarsi troppo, visti i tempi), per gli animali le cose non sono cambiate: ancora la loro natura viene mortificata e controllata nei recinti e nelle gabbie, ad uso e consumo di un pubblico di solito distratto e superficiale. I cartellini con le spiegazioni sugli animali non vengono in genere lette, i visitatori sono attratti se mai dai cuccioli (motivo per cui gli animali vengono fatti riprodurre), mentre  la gente passa più tempo a discutere con i bambini, a cambiare pannolini e a mangiare che non ad osservare gli animali. In media 8 secondi davanti ad un serpente, 1 minuto davanti ad un leone: ciò a fronte, da parte loro, di una vita intera in cattività (secondo quanto sostiene Mark Hawthorne, ‘Bleating Hearts‘),  in condizioni di sofferenza estrema.
Sofferenza fisica, ma anche psicologica, esattamente come accade agli umani impediti a condurre una vita rispettosa delle proprie necessità: gli studiosi parlano ormai  di patologie psichiatriche, che  si ritenevano esclusivo appannaggio umano, quali il Post-Traumatic Stress Disorder (insieme di disturbi conseguenti a situazioni di grave stress), riscontrato in  elefanti e scimpanzè, che mostrano  estrema ansietà, quale conseguenza  dell’isolamento, dell’incarcerazione, delle minacce di morte, dell’allontanamento da conspecifici: ne soffrirebbe il 44% degli scimpanzè in cattività a fronte dello 0,5% di quelli in libertà. Davvero non si capisce dove potrebbe essere reperito il valore educativo di strutture di questo genere. Dice bene Gay Bradswow, studioso di elefanti, quando afferma che «Gli zoo non sono più educativi delle prigioni. Non c’è nulla di educativo. Diventeranno educativi quando non conterranno più animali e si potrà visitarli come si fa con Aushwitz, senza più vedere i prigionieri, ma sentendo la presenza dei fantasmi degli animali che ci sono stati». Quindi camminando tra gabbie finalmente vuote.

Intanto le gabbie vuote non sono e le cronache ci consegnano episodi che sono pugni nello stomaco di ogni persona pur se di sensibilità medio-bassa. Qualche flash: a Bagdad, dopo la caduta della città nel 2003, quattro leoni impazziti per la fame scappano dallo zoo, dopo essersi aperti una via di fuga a zampate contro un muro di recinzione pericolante: abbattuti. A Tbilisi, in Georgia, a seguito di un’inondazione una tigre albina fugge e la sua sorte è segnata. Nel settembre del 2015 è un orango ad essere fucilato dopo avere tentato la fuga dallo zoo di Duisburg.  E poi c’è  Harambe, il gorilla ucciso nello zoo di Cincinnati per pagare la leggerezza colpevole  di due genitori incapaci di badare al loro bambino di quattro anni, finito quindi nella gabbia: colpa che è Harambe a pagare con la vita.  Se questi sono fatti straordinari, discendono però dall’ordinarietà: come dimenticare Marius, il giraffino ucciso nello zoo di Copenghen, colpevole di risultare in sovrappiù rispetto alla disponibilità di spazio, e per questo poi fatto a pezzi sotto gli occhi di bambini annichiliti e dato in pasto ad altri animali.

Ora è Juma, che cercava la sua libertà. Tante storie che raccontano la stessa storia: la storia della sopraffazione dell’uomo sugli altri animali, sdoganata come normale, giusta, divertente, condivisibile. Offerta come spettacolo anche ai bambini, che così almeno imparano presto la lezione, che è quella del diritto del più forte, presentato come unico modello di relazione, mentre l’atmosfera festaiola intorno connota di allegria il contesto e offusca la possibilità di decodificare la situazione, di cogliere i segnali di disagio, di rabbia, di sofferenza, di disperazione degli animali, al di là della narrazione che li racconta lì liberi e felici.

La verità incontrovertibile è che  lo zoo è una prigione, a volte angusta e sporca, altre volte più ampia e ripulita, ma sempre tale, perchè i suoi confini sono delimitati dalle sbarre che sono lì a dire che tutto il resto del mondo è off limits.  E la prigione  è, nel nostro mondo occidentale, una condanna attuata con la privazione della libertà, nell’impedimento ad una vita che si autodetermini, nell’umiliazione della sottomissione ad altri per ogni atto quotidiano. Così si stabilisce il prezzo da pagare per nefandezze e misfatti; ad una detenzione con ‘fine pena mai’  gli uomini condannano  gli animali nelle gabbie degli zoo per colpe mai commesse. Che gli zoo siano nei fatti, ma anche nella percezione del pubblico niente altro che prigioni, lo attesta tra l’altro il fatto che, quando essi furono aperti al  pubblico, gli animali “dovettero essere protetti dagli spettatori che li maltrattavano , considerandoli alla stregua di prigionieri esibiti da un esercito trionfante.” .

Che dire di più sugli zoo di  quello che la spontaneità dei bambini napoletani ha saputo dire:  che gli animali lì ‘sono giù di corda’, che ‘dentro le gabbie o diventano scemi o pazzi’, che lo zoo è ‘un cimitero di vivi’ e la gabbia ‘una bara a quadretti’; quale migliore poesia può connotare le emozioni che provano se non quel lapidario “guardano il cielo e piangono”?

Quale tributo di morte e sofferenza gli animali devono ancora pagare prima che la coscienza di ognuno si risvegli e ponga finalmente fine all’ingiustizia in atto? Certo, non aiutano le cronache recenti: Papa Francesco che accarezza una tigre alla catena, sottratta al suo habitat,  e loda  i circensi perché con le loro vittime regalano allegria, lascia basiti. L’autorità del suo ruolo e l’aurea compassionevole che ammanta la sua figura amplificano ogni esternazione, che diventa modello ispiratore di vita.

Torna alla mente l’immagine dell’affiliato alla camorra che  offre una pantera incatenata alla sua compagna quale gentile cadeaux con cui dilettarsi per stornare la noia (il ‘Gomorra‘ televisivo lo insegna e le cronache  lo confermano come prassi del tutto attendibile): ma l’insensibilità al rispetto per gli animali in un  contesto di degrado e di violenza è del tutto speculare alla crudeltà contro gli umani, e non meraviglia. Ma come ritenerla accettabile da parte di chi sostiene l’ideale di un mondo pacificato? Nessuna pacificazione sarà mai possibile se non includerà il rispetto per tutti gli altri, a partire dagli esseri più deboli, quali gli animali sono; catene e rispetto non sono compatibili.

Riferendosi allo zoo del Bronx, Bashevis Singer dice: «L‘aria qui è piena di bramosia per i deserti, le colline, le valli, le tane, i branchi….» Quelli di certo bramava anche  Juma: illudiamoci  che siano state le immagini che si è portata con sé, mentre i militari le sparavano.

 

 

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