mercoledì, Agosto 12

Juma il giaguaro: animali e uomini in gabbia Lo splendido giaguaro che ci prova a sottarsi alla prigionia, una storia non proprio nuova

0
1 2 3


Juma, in cerca di libertà, ci ricorda tanti altri animali in fuga dalle gabbie, che siano quelle di uno zoo o di un circo, ‘abbattuti’ perché pericolosi, mentre forse reagivano alla domanda, martellante nelle loro teste:  ‘Che ci faccio qui?‘. A noi il dovere di porci un’altra domanda sul perché, appena possono, cercano la fuga: la risposta ha avuto tanto tempo per articolarsi, visto che sono migliaia di anni che la cosa si ripete. Si, perché uno  sguardo al passato, fondamentale per decodificare il presente, ci informa che la nascita degli zoo è davvero antica, risalente al tempo degli egizi, i primi ad ammaestrare animali e a raccoglierli in parchi che sono gli antesignani degli attuali zoo. Poi furono  i greci, che insegnarono a leoni, orsi, cavalli a danzare, inchinarsi e fare giochi di abilità, e inventarono i primi serragli itineranti, precursori dei circhi odierni. Roma, invece, non si limitò certo ad esibire animali in gabbia, ma li impiegò nelle lotte creative che divennero una sua specialità, e che coinvolsero a pari titolo umani e non umani:  l’apoteosi della carneficina fu raggiunta  al Circo Massimo, dove le lotte e le uccisioni tra animaliferoci‘  affiancavano quelle tra i gladiatori. In occasione dell’inaugurazione del Colosseo il pubblico si entusiasmò davanti all’uccisione di alcune migliaia di  animali, per poi festeggiare i successi militari dell’imperatore Traiano  con una carneficina di 11.000 vite: l’abitudine e l’attrazione per sangue e morte, alimentata nel corso delle guerre, strabordava  e celebrava se stessa. La sete di sangue era tale che i cittadini romani erano se mai disposti a  rinunciare al ‘panem’ ma non ai ‘circenses’:  siccome poi l’assuefazione col tempo rendeva le esibizioni sempre meno strabilianti,  per risvegliare un  piacere che andava assopendosi, «veniva escogitato ogni genere di atrocità: e allora si potevano incatenare insieme un  orso e un toro per godersi lo spettacolo».

L’avvento della cristianità indusse a mettere in discussione lo spettacolo dell’uccisione per puro divertimento tra gli uomini e, progressivamente ma non certo ovunque, dello spargimento di sangue animale, ma non al loro sfruttamento: in molti luoghi non più  uccisi in pubblico, cominciarono ad essere  ridicolizzati e umiliati a tutto beneficio degli spettatori, per altro autorizzati a molestarli.

Da allora ad oggi gli zoo non hanno mai cessato di esistere: nei migliori dei casi si sono trasformati nei cosiddetti bioparchi, certamente capaci di offrire spazi più ampi di quelli di una gabbia, ma sempre e in ogni caso (con l’unica eccezione di quelli nati come ‘santuari‘ dove ospitare animali salvati da condizioni di prigionia) strutture dove gli animali vivono in ambienti, latitudini, contesti che non sono quelli naturali e che sempre rispondono solo ad interessi, anche economici, esclusivamente umani.

Per capire fino in fondo le dinamiche che ne sono alla base, è illuminante  ricordare che vi sono stati periodi, cronologicamente e geograficamente vicini a noi in modo  imbarazzante, in cui gli zoo animali sono stati affiancati da zoo umani, in cui venivano rinchiusi ed esibiti altri ‘diversi’ (vedasi ‘Uomini in gabbia‘), diversi dal modello dominante dell’uomo bianco: quindi uomini, donne e bambini, in genere africani, perché il colore della pelle era sufficiente a destare interesse, ma anche persone fornite di  caratteristiche anomale d’altro tipo, come fu per esempio il caso della Venere Ottentotta, al secolo Sarah Saartjie,  che aveva fianchi allargati e natiche sporgenti. Insomma, servivano elementi che li rendevano fenomeni da esibire dentro gabbie o recinti, magari anche toccare, non nutrire però: a Bruxelles (1897) un cartello, appeso alla gabbia dei congolesi, raccomandava e rassicurava: «Non dare da mangiare ai negri: sono nutriti». Si può anche ricordare  un altro caso famoso, quello di Ota Benga, piccolo schiavo pigmeo ‘importato’ dal Congo da un missionario fino al Giardino zoologico di New York (1906), esibito nella casa delle scimmie, dove veniva pungolato tra le costole per vederne la reazione, mentre qualcuno gli faceva lo sgambetto e tutti ridevano di lui: finì suicida, a fronte della morte da prostituta alcolizzata e devastata di Sarah: a dimostrazione della disperazione disconosciuta,  conseguenza del trattamento loro imposto.

Non si tratta di casi isolati, perché questi strani umani furono esibiti nelle Grandi Esposizioni Internazionali, gli antecedenti del recente Expo; nel 1889 (nel centenario della Rivoluzione francese combattuta al suono di Libertè, Fraternitè, Egualitè!!! Seguita dalla  Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo), fu offerto a 32 milioni di visitatori lo show di un villaggio africano con selvaggi provenienti da varie parti del mondo cosiddetto mondo sottosviluppato.
A Parigi, tra il 1877 e il 1931 ci furono ben 34 esposizioni antropozoologiche nel Jardin Zoologique d’Acclimatation, che divenne il luogo simbolo delle esposizioni di esseri umani e contestualmente di decine di migliaia di animali. Lo status di questi ultimi variava a seconda dell’interesse:  nel corso delle guerre, per esempio,  cessavano improvvisamente di essere specie preziose, da osservare ammirati, per essere uccisi e  trasformati in cibo: le guerre, tutte le guerre, hanno sempre fatto pagare prezzi inenarrabili, oltre che agli umani, a tutti gli animali, senza che sia mai stato fatto il computo dei loro di morti, innocenti come i più innocenti dei civili: tra gli altri, si ricordano quelli preventivamente uccisi per scongiurarne la fuga dagli zoo in cui erano reclusi. Una tragica testimonianza la trasmette  Edgardo Franzosini in un libro, il cui titolo, ‘Questa vita tuttavia mi pesa molto‘, sembra tagliato su misura su ognuno degli  animali di cui parla: nel 1914, allo scoppio della prima guerra mondiale, per evitare problemi conseguenti agli incipienti bombardamenti, il direttore dello zoo di Anversa decide di fare uccidere preventivamente lo smisurato numero di animali rinchiusi, affidando la ‘spaventosa faccenda’ ad un plotone di 50 uomini, che cominciano dagli uccelli, i quali strepitano impazziti nelle voliere; procedono ad un’esecuzione in piena regola dell’elefante con una decina di soldati disposti su due file, gli uni accovacciati, gli altri in piedi come nella più precisa delle fucilazioni; per le antilopi si preferisce la baionetta, perché le munizioni è meglio conservarle per gli animali più grandi, senza che tuttavia sia risparmiata  una agonia di molte ore al rinoceronte; e così via. Ultime le scimmie: assomigliano troppo agli uomini.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore