mercoledì, Dicembre 11

Josep Borrell: Madrid festeggia un successo inutile Ai socialisti spagnoli di Pedro Sánchez va la carica meno ambita di Alto rappresentante UE: Josep Borrell raccontato nell’intervista del Director Adjunto di El Confidencial, Carlo Sánchez

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Le urne europee hanno avuto il tempo per raffreddarsi dopo il voto caldo del 26 maggio scorso. A distanza di settimane, Bruxelles si infuoca. La candidata Presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, sta consumando le scarpe nella corsa tra le aule del Parlamento europeo per mettere in piedi una maggioranza solida a suo favore. Infatti, nella sessione del 15-18 luglio, il Parlamento avrà la prima occasione per eleggere il nuovo Presidente della Commissione – ovvero il successore di Jean Claude Juncker

Von der Leyen, fedelissima della Cancelliera Angela Merkel, necessita di una maggioranza assoluta dal Parlamento eletto dai cittadini europei. Per ottenerla deve convincere i deputati con il suo programma e le sue priorità per i prossimi cinque anni di legislatura europea. Nel frattempo, David Sassoli (PD), esponente italiano del gruppo europeo S&D (Socialisti e Democratici), ha vinto la sua corsa a Presidente del Parlamento europeo – per il post-Antonio Tajani

Altro candidato di peso in UE è il Primo Ministro belga, Charles Michel, che è stato proposto come Presidente del Consiglio europeo per il post-Donald Tusk. Invece, il Direttore Operativo del FMI (Fondo Monetario Internazionale), Christine Lagarde, è stata proposta come Presidente della BCE (Banca Centrale Europea) per il post-Mario Draghi.

L’unica carica di alto rango che rimane in UE è quella di Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza. Federica Mogherini dovrà lasciare il suo posto a novembre, alla porta bussa l’attuale Ministro degli Esteri spagnolo, Josep Borrell.

L’Alto rappresentante è responsabile per la politica estera e di sicurezza europea ed è uno dei vice-Presidenti della Commissione europea. Questa figura è designata dal Consiglio europeo con una maggioranza qualificata e con il benestare del Presidente della Commissione (ancora da votare). I Capi di Stato e di Governo sono il vero discriminante in questo processo. Infatti, i nomi dei candidati (che prima abbiamo riportato) sono il risultato di lunghe negoziazioni tra i vari leaders europei – eccetto Sassoli che è stato spinto dal proprio gruppo politico europeo. 

Negli incontri insonni di Bruxelles, al Consiglio europeo, chi la fatta da padrone sono stati il Presidente francese, Emmanuel Macron, e la Cancelliera Merkel. Il cordone politico teso tra Parigi e Berlino, però, è stato colorato da un filo rosso proveniente da Madrid: il premier spagnolo, Pedro Sánchez, si è inserito nelle discussioni con la consapevolezza dell’ottimo risultato elettorale di maggio – ma le mire iniziali del socialista hanno ripiegato sulla carica meno ambita (rispetto a quelle di BCE, Commissione e Consiglio).

Chi si è trovato in mezzo è il 72enne catalano e socialista, Josep Borrell, che rientra nell’accordo tra Germania, Francia e Spagna per il rinnovo delle cariche europee del 1 novembre 2019 – oltre a rientrare nel successo interno (spagnolo) del premier Sánchez. Infatti, la candidatura ufficiale di Borrell lancia un chiaro messaggio agli indipendentisti catalani – soprattutto se leggiamo il suo libro “Las cuentas y los cuentos de la independencia” che soffoca riga dopo riga il furore indipendentista sotto il profilo economico.

Oltre alla candidatura di Borrell, gli indipendentisti catalani si disperano per l’esclusione di due loro deputati dal Parlamento europeo – Charles Puigdemont, ex Presidente della Catalogna, per non aver registrato ufficialmente la sua elezione, e Oriol Junqueras, ex vice-Presidente catalano, perché sospeso dalla Corte Suprema per i reati connessi al referendum catalano di ottobre 2017.

La carriera politica di Borrell non è senza macchie: tre volte è stato colpito da casi di corruzione, che lo hanno portato a due diverse dimissioni. La sua carriera inizia nel 1975 quando si tessera PSOE (Partido Socialista Obrero Español). Nel 1986, Borrell viene eletto deputato in Spagna, per poi coprire il ruolo di Ministro più volte. Nel 1999, ad un passo dalla carica di Primo Ministro spagnolo, Borrell deve lasciare la corsa interna al PSOE per uno scandalo di corruzione dentro il suo entourage. 

Tra le sue principali esperienze di rilievo figurano tre anni alla guida del Parlamento europeo (dal 2004 al 2007) e l’attuale ufficio come Ministro degli affari esteri, Unione europea e cooperazione nel Governo Sánchez (da giugno 2018). Josep Borrell potrebbe sembrare il candidato perfetto ad alcuni ma, al momento, i giornali spagnoli parlano di una vittoria interna, più che un exploit di Pedro Sánchez e del PSOE in Europa. Il premier mette a sedere gli indipendentisti in Europa e in Spagna, ma non ha certo modificato gli equilibri politici europei a favore di Madrid.

E proprio dopo aver letto i reportage e gli editoriali del giornale politico spagnolo, El Confidencial, abbiamo contatto il suo Director Adjunto, Carlo Sánchez, che ha messo nero su bianco le dinamiche interne al Consiglio europeo durante l’accordo sulle candidature UE, oltre che essere un abile conoscitore della politica interna e, soprattutto, estera di Madrid.

 

Le discussioni tra leaders europei sono state estenuanti al Consiglio europeo. Da dove nasce la decisione di Pedro Sánchez di nominare Josep Borrell come Alto rappresentante?

Josep Borrell ha una lunga esperienza politica, tanto nel Governo spagnolo quanto a livello internazionale. Oltre che Presidente del Parlamento Europeo, ha lavorato per l’Istituto Europeo di Firenze che fa capo alla Commissione Europea. Inoltre, è un grosso vantaggio per Borrell essere catalano: al premier Sánchez interessa che ci siano catalani tra le alte cariche della politica spagnola ed europea. Entrambi i Presidenti delle Cortes Generales spagnole (Senado y Congreso de los Diputados) sono catalani. Questo è dovuto alla volontà di Sánchez di arginare gli indipendentisti e controllare la questione catalana, che interessa una comunità autonoma molto importante per la Spagna. A Sánchez interessa avere alte cariche politiche che conoscano bene la questione catalana: questo è il motivo per il quale la nomina è ricaduta su Josep Borrell.

Sánchez, però, non ha pensato ai casi di corruzione che hanno coinvolto Borrell?

Josep Borrell ha dovuto affrontare casi di corruzione: ad esempio, era consigliere in un’impresa spagnola ed è stato sanzionato per ‘informaciòn privilegiada’ (ovvero, la compravendita di titoli di una società da parte di soggetti con informazioni riservate non di pubblico dominio). A Firenze il problema è stato simile: ha aggiustato alcune pratiche tributarie a favore di una società di costruzioni. Eppure si è fatto perdondare dall’opinione pubblica con la sua forte presenza nel dibattito catalano – elevandosi a baluardo anti-indipendentista. Questo è il vantaggio che può vantare Borrell rispetto a tanti altri politici spagnoli.

La corruzione ha portato le sue dimissioni dall’Istituto Europeo di Firenze e dalla Presidenza del Parlamento europeo, ha altri scheletri nell’armadio?

Josep Borrell ha avuto problemi anche negli anni Novanta quando era candidato come Presidente del Governo spagnolo: al tempo, due suoi collaboratori socialisti (delegati alla finanza) ebbero problemi con un’azienda. Borrell si dimise dal suo incarico nel Partito, ma negli anni è stato perdonato: quello di Borrell è un caso particolare nella politica spagnola – con tre accuse del genere, la sua vita politica continua.

Allora, come si è raggiunto l’accordo tra i leaders europei sul nome di Borrell?

Pedro Sánchez si elevato a portavoce dei socialisti europei – dato il suo exploit elettorale. La ricerca di un accordo con Macron ha significato un tentativo del premier spagnolo di rompere l’asse politica tradizionale tra Parigi e Berlino, per creare una nuova maggioranza al di fuori dei popolari europei (ovvero, tra liberali e socialisti). Però, alla fine, Macron ha raggiunto un accordo con la Cancelliera tedesca, e il ruolo di Sánchez si è rivelato minimo. Il lancio della nomina di Josep Borrell è più una mossa politica pensata per il consenso interno alla Spagna. Credo che Pedro Sánchez ha messo a segno un ottimo colpo per quanto riguarda la politica interna spagnola: ora avrà un Alto Rappresentante spagnolo e socialista.

La nomina di Borrell, quindi, trova d’accordo tutti o ci sono molti visi scontenti in UE?

Non credo sia tanto la figura di Borrell a piacere o non piacere, piuttosto quella di Pedro Sánchez. Ci sono molti socialisti europei che si sono sentiti traditi dalla gestione di Sánchez come portavoce del socialismo europeo nelle sedute del Consiglio. Teniamo conto che il PSOE è il principale partito del gruppo europeo S&D, e proprio per questo Sánchez aveva il compito di negoziare in nome del S&D. Alla fine le discussioni non hanno portato benefici a tutti i socialisti – tranne che a quelli spagnoli. Quando si dovrà votare il nome di Borrell, ci saranno molti socialisti (soprattutto quelli tedeschi di SPD) che muoveranno critiche e domande al candidato ad Alto Rappresentante UE – magari non voteranno contro, ma il loro atteggiamento sarà critico nei confronti di Borrell.

Josep Borrell è sufficientemente autonomo in politica per coordinare e gestire le visioni degli Stati UE nel campo della politica estera?

Credo che l’Alto Rappresentante UE sia una funzione più simbolica che concreta: la sua capacità di manovra è molto limitata perché sono i Governi nazionali a portare avanti le proprie politiche estere. L’Unione Europea, come istituzione comunitaria, non ha una propria politica estera, ma è invece la somma di tutte le politiche nazionali. L’Altro Rappresentante – come testimonia l’operato di Federica Mogherini – ha poco influenza nel definire le politiche comunitarie verso l’estero. Anche nell’ambito della sicurezza internazionale manca una politica comunitaria – pur essendo un ambito fondamentale per la sopravvivenza dell’UE. Posso solo confidare nell’esperienza pluridecennale di Borrell, perché l’incarico di Alto Rappresentante esige una forte presenza in molti Paesi del mondo. 

Quindi, Sánchez e Borrell potranno festeggiare insieme questo risultato?

Credo che Pedro Sánchez non sia entusiasta del risultato ottenuto al Consiglio Europeo: la carica di Alto Rappresentante la ha accetta mal volentieri per salvare il salvabile e portare a casa  (in Spagna) almeno un risultato di prestigio. E non credo che Josep Borrell avesse tra i suoi migliori piani quello diventare Alto Rappresentante – ma, alla fine, si è trovato costretto ad accettare.

Una settima fa l’Unione Europea ha firmato un accordo commerciale con i quattro Paesi del Mercosur dopo venti anni di negoziazioni: che linea politica ci dobbiamo aspettare in America Latina con Josep Borrell?

L’Unione Europea non ha una linea comune per le relazioni con l’America Latina: la Francia ha i suoi interessi in Argentina e Brasile, ad esempio, e ogni Stato membro ha le sue relazioni commerciali con il Sudamerica. Solo in alcuni momenti si trova una certa unità, e non a caso capita nelle crisi diplomatica come quella iraniana, venezuelana e cubana. Però, credo che non esista una politica estera europea in America Latina – se non nel caso dell’accordo commerciale con il Mercosur. Per esempio, con il riconoscimento americano dell’isola di Cuba (dopo la stretta di mano tra Barack Obama e Raul Caustro a L’Avana) non si è registrata una politica comune in UE: ogni Paese europeo ha inviato il proprio Presidente per instaurare nuove relazioni commerciali. Allo stesso modo penso che non possa esistere una politica comunitaria con l’America Latina, neanche con l’influenza di Borrell come Alto Rappresentante.

Quindi, Borrell non ha proprio possibilità di coordinare e gestire le varie visioni nazionali?

No, perché per avere una politica estera comune in UE bisogna cedere sovranità nazionale a quella che è la politica di sicurezza europea. La stessa Spagna è contraria a questo processo di unione militare e di difesa: allo stesso modo, anche, Francia, Germania e Regno Unito, che hanno una propria visione e una propria strategia nel campo della difesa.

Un altro fronte molto caldo in UE è la Libia: Borrell ha già parlato, in passato, di soluzioni per il conflitto libico?

La Spagna non ha mai avuto una presenza significativa in Libia, se non per qualche acquisto petrolifero. Sicuramente, la Libia non è un tema centrale nella politica spagnola, anche perché non interessa direttamente Madrid nella crisi migratoria – a differenza dell’Italia. Le migrazioni che arrivano in Spagna passano dal confine con il Marocco. La Libia non ha forte rilievo nel discorso politico spagnolo: Borrell avrà poca capacità di manovra, e non credo potrà sovrapporsi alle già convinte politiche estere di Italia e Francia in Libia.

Dunque, Federica Mogherini è in uscita: quale eredità lascia a Josep Borrell (o al suo successore, nel caso non venga confermata la nuova Commissione)?

L’eredità che lascia Federica Mogherini è una mancanza di politica estera e di sicurezza comune in UE. La sicurezza comune è un compito a scadenza che non è stato svolto dall’Unione Europea. Donald Trump chiede da tempo agli alleati maggiori spese per politica di sicurezza NATO – ma gli europei non hanno risposto efficacemente alla chiamata del Presidente USA. Ad esempio, la Spagna è uno dei Paesi che spende meno in difesa (in relazione al proprio PIL). Questa è la ‘non eredità’ che lascia l’ufficio di Mogherini. Dentro la politica estera rientra anche la gestione politica delle migrazioni, e anche qua non si trova un consenso a livello europeo – per via della divisione con i Paesi di Visegrad e per via delle politiche di Matteo Salvini (molto diverse da quelle spagnole). 

Per concludere, questa mancanza di eredità politica che sfide lancia al prossimo Alto rappresentante?

La ‘non eredità’ di Mogherini consiste nell’assenza di una politica estera e di sicurezza comune. Gli unici momenti di convergenza a livello europeo si registrano quando c’è una crisi, ma manca una politica estera europea con un portavoce in tutto il continente. Le grandi sfide di Borrell saranno la gestione delle migrazioni e l’aumento della percentuale di PIL speso dagli Stati europei per la difesa – così da contribuire di più all’alleanza militare NATO.

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