giovedì, Ottobre 22

Italiani sempre più poveri e incerti field_506ffb1d3dbe2

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Il Natale è alle porte, ma non sarà ricordato per la neve o per le luci che addobberanno piazze e vie di tutte le città italiane. Purtroppo, anche per quest’anno, il Natale metterà ancora più in luce le difficoltà economiche del Paese, o meglio dei cittadini che, reduci dal pagamento della Tares e di tutte le altre imposte di fine mese, insieme a quelle che li aspettano a inizio 2014, spenderanno sempre meno in regali, cene e addobbi. La fine della recessione proclamata in queste ore da Confindustria non viene avvertita dagli italiani, mentre le conseguenze della crisi si continuano a sentire nella vita di tutti i giorni. Sono ancora molte le famiglie che vivono ai limiti della povertà. Nuovi poveri che sono aumentati notevolmente in questi anni di recessione economica.

Dal Rapporto su reddito e condizioni di vita, presentato dall’Istat in questi giorni, emerge un preoccupante aumento del numero di coloro che non hanno potuto riscaldare adeguatamente la propria abitazione, passati dal 18% dello scorso anno al 21,2%, ma anche di coloro che non riescono a sostenere spese impreviste di 800 euro (dal 38,6 al 42,5%) o di coloro che non potrebbero permettersi un pasto proteico adeguato ogni due giorni (dal 12,4 al 16,8%). Il report redatto dall’Istat, che riporta i dati relativi al 2012, riferisce che nel 2011 la metà delle famiglie residenti in Italia ha percepito un reddito netto non superiore a 24.634 euro l’anno. «Nel Sud e nelle isole» si legge nel rapporto «il 50% delle famiglie percepisce meno di 20.129 euro. Il reddito mediano delle famiglie che vivono nel Mezzogiorno è pari al 73% di quello delle famiglie residenti al Nord. Per il Centro il valore sale al 96%. Il 20% più ricco delle famiglie residenti in Italia percepisce il 37,5% del reddito totale, mentre al 20% più povero spetta l’8%».

Tra il 2010 e 2012 il numero degli indigenti è cresciuto del 33% e nell’ultimo anno gli italiani costretti a rivolgersi agli enti caritativi per un pasto gratuito o un pacco alimentare hanno superato quota 3,7 milioni (+9%). Secondo la Cia, inoltre, il 62% delle famiglie italiane riduce la quantità e la qualità del cibo acquistato, percentuale che supera il 70 % nel Mezzogiorno, e oltre la metà delle famiglie (il 53%) compra quasi esclusivamente prodotti in promozione, scontati e in offerta speciale, mentre il 29% abbandona del tutto i marchi commerciali per no logo e prodotti di primo prezzo. Infine, oltre il 16% delle famiglie dice addio a pranzi e cene fuori dalle mura domestiche.

Un altro dato inquietante che emerge dal rapporto dell’Istat riguarda le differenziazioni geografiche, che non aiutano la situazione di povertà dell’Italia, tanto che quasi un terzo della popolazione, il 29,9%, è a rischio povertà o esclusione sociale. Rispetto al 2011 l’indice di povertà è salito dell’1,7%, con una maggiore concentrazione al Sud. Nel Mezzogiorno, infatti, il 48% dei residenti è a rischio povertà ed esclusione sociale ed è in questa ripartizione che l’aumento della deprivazione diventa più marcato: +5,5% contro il +2% del Nord e il +2,6% del Centro. Il rischio di povertà, inoltre, risulta più marcato nelle famiglie numerose o monoreddito, ma aumenti significativi rispetto al 2011 si registrano anche tra gli anziani soli, i monogenitori e le famiglie con tre o più figli minorenni. «Il rischio di povertà o esclusione sociale» sottolinea il rapporto dell’Istat «è di 5,1%, più elevato quindi rispetto a quello medio europeo, che si attesta al 2,48%».

I dati pubblicati dall’Istat sulla povertà, sull’andamento della disoccupazione e dei consumi vengono definiti “sconfortanti” dal presidente di Federconsumatori, Rosario Trefiletti. “Ci sorprendiamo” spiega Trefiletti “delle affermazioni di Confindustria, che dichiara ‘finita’ la profonda recessione del nostro Paese. Purtroppo, stando alle lamentele e alle situazioni di quotidiano disagio segnalateci dai cittadini in tutta Italia, è chiaro che la fuoriuscita dalla crisi è ancora lontanissima. Così come è chiaro che le misure adottate finora dal Governo per contrastarla sono ancora inadeguate e insufficienti. Stiamo vivendo una crisi molto forte che si innesta su una crisi precedente al 2007, causata dalla mancanza di controlli e da una gestione negativa dell’euro nel nostro Paese. Al Sud la situazione è ancora più drammatica con tassi altissimi di disoccupazione”.

Poca la speranza nutrita dal presidente di Federconsumatori per la prospettiva di uscire al più presto dalla crisi. Il suo giudizio è guidato, d’altra parte, anche dai dati relativi al credito al consumo, che registrano un ulteriore calo, rispetto allo scorso anno, del -4%. “Il profondo disagio che i cittadini affrontano quotidianamente” spiega Trefiletti “è tale da non consentire più loro nemmeno di indebitarsi. Le famiglie devono provvedere spesso a mantenere figli e nipoti che non riescono a trovare lavoro e questo riduce il loro potere d’acquisto. Abbiamo stimato una riduzione dei consumi dell’8%, paria a circa 60 miliardi di euro in meno”. Anche perché, dai dati rilevati da Federconsumatori, emerge che il livello di indebitamento delle famiglie italiane è aumentato dal 2002 al 2009, all’indomani del passaggio all’Euro per colmare la perdita di potere d’acquisto e mantenere gli stessi livelli di vita, per poi subire una drastica inversione di tendenza dal biennio 2009-2010 quando, con l’aggravarsi degli effetti della crisi, le famiglie hanno iniziato a ridurre fortemente gli acquisti, anche quelli rateali.

“Con un tasso di disoccupazione che è passato dal 10,7% dello scorso anno all’attuale 12% e con un totale di 2 milioni di ore di cassa integrazione, oltre a un tasso di disoccupazione giovanile che arriva a raggiungere il 41%, come possiamo pretendere che gli acquisti continuino a tenere?” si chiede Rosario Trefiletti. La diminuzione del potere di acquisto per le famiglie italiane è da imputare anche al clima di incertezza che investe il fronte fiscale. I cittadini, infatti, non sono più capaci di poter programmare nulla fino a quando non conosceranno con esattezza cosa deciderà il Governo riguardo all’Iva, all’Imu, alla Tares e alle altre tassazioni. Come rileva il rapporto Istat, infatti, sono sempre di più le famiglie che temono di non poter far fronte a spese impreviste e le tasse, di cui non conoscono la precisa entità, rappresentano una spesa obbligatoria che non può essere sottovalutata. “Il freno del credito al consumo, la riduzione del potere di acquisto dei cittadini e la chiusura di aziende ed esercizi commerciali” spiega Trefiletti “rappresentano un campanello d’allarme che il Governo non può più ignorare. È necessario che il Governo prenda provvedimenti urgenti per rilanciare la domanda interna e l’occupazione, attraverso una detassazione a favore delle famiglie a reddito fisso, come lavoratori e pensionati, e una ripresa degli investimenti per lo sviluppo e la ricerca”.

La situazione non sembra migliorare neanche nel periodo natalizio, per il quale come spiega Trafiletti, “è stato stimato che i consumi scenderanno dell’11,4%. A tenere saranno solo libri e musica, mentre l’agroalimentare, che di solito era considerato un settore solido, passerà dallo 0,5 allo 0,1%”.

Ma cosa serve concretamente per rilanciare l’economia reale del Paese, lo scambio economico, il consumo e l’accrescimento del potere d’acquisto? È necessario un cambio di rotta rispetto a quanto fatto finora. “Questa situazione” spiega Trafiletti “è dovuta anche al fatto che tutte le politiche economiche messe in campo finora sono ragionieristiche, orientate cioè a raggiungere l’equilibrio di bilancio e non a creare momenti di sviluppo dando una risposta all’occupazione”.

Quello di cui ha bisogno il Paese, quindi, per rilanciare l’economia, i consumi e l’occupazione è, secondo il presidente di Federconsumatori “un forte investimento sul lavoro, che può essere realizzato con risorse che non devono derivare da tagli lineari ma da tagli specifici sulle inefficienze e dalla lotta all’evasione fiscale. Gli investimenti potrebbero essere fatti potenziando la banda larga nel Paese, ma anche abbassando i limiti previsti per gli enti locali dal Patto di stabilità e vendendo, questa è una nostra proposta, 10 miliardi delle nostre riserve auree (che corrispondo al 10% del nostro patrimonio) per investirli e creare lavoro”.

 

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