lunedì, Ottobre 21

Italiani: dalla parte sbagliata della storia Gli italiani, eterni adolescenti intrappolati in un ciclo continuo di scelte sbagliate e pentimenti che durano poco più in di un battito di ciglia

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Difficile descrivere un popolo. Difficile provare a delinearne le caratteristiche senza correre il rischio di generalizzare. Siamo quel che siamo, un intero popolo è quel che è perché le circostanze costringono o facilitano un determinato percorso piuttosto che un altro. A volte vi è un momento, un istante preciso della vita di ciascuno di noi o un determinato periodo storico per la vita di un popolo, in cui ci si incammina su una strada, consapevolmente o inconsapevolmente si fanno delle scelte e poi, una volta in corsa, si accelera, perdendo definitivamente consapevolezza. Trovare il tempo per rallentare e per riflettere è però importante, si potrebbe essere ancora in tempo per cambiare, ma occorre coraggio

 

Unità d’Italia

L’Italia nasce, come siamo abituati a conoscerla, poco più di 150 anni fa. Non vi era ancora l’Inno di Mameli, ma la Marcia Reale sabauda a ricordare agli italiani di essere una sola Nazione. Nazione fatta con le baionette degli eserciti piemontesi e grazie all’abilità politica di Cavour che non esitò a corrompere militari ed alti funzionari borbonici, a pagare agenti provocatori nelle insurrezioni popolari nell’Italia centrale e a stringere accordi con la camorra, accordi che permisero a Garibaldi di entrare a Napoli trionfante, addirittura, in treno. Forse è proprio lì il peccato originale.
Un Paese nato male, in cui si spacciò un’invasione come lotta di liberazione ed una guerra civile per lotta al brigantaggio, in cui si mortificò un popolo intero, quello del Regno delle Due Sicilie, e si condannarono i propri cittadini ad essere altro e meno.
Forse un Paese mai nato veramente, ma continuazione per molti aspetti, formali e meno formali, del piccolo Stato piemontese: l’amministrazione fu quella sabauda, lo Statuto quello Albertino esteso a tutto il nuovo Regno, Vittorio Emanuele II volle conservare l’ordine dinastico dei Savoia ed anche la prima sessione del nuovo Parlamento fu in realtà l’ottava (seguendo quella piemontese) e non la prima del nuovo Regno. 

Esisteva sicuramente un movimento culturale e politico che romanticamente si richiamava agli ideali patriottici di una rinascita italica, ma si trattava di gruppi minoritari, singoli individui, il popolo italiano non esisteva o per lo meno era poco interessato.
Il percorso unitario, secondo molti storici, era inevitabile, il concetto di Stato-Nazione, come Stato costituito prevalentemente da un gruppo etnico e culturale omogeneo, era oramai ampiamente diffuso in Europa, sta di fatto che l’impresa fu realizzata probabilmente dallo Stato meno indicato: il Piemonte, Paese sull’orlo del fallimento e perennemente in guerra, ma sempre perdente e che vedeva, nella visione del suo Primo Ministro Cavour, l’Italia unita come un progetto politico che rispondeva a finalità piemontesi

 

Colonialismo

Fatta l’Italia, comunque, poco coerentemente con gli ideali di indipendenza e di libertà che seconda la vulgata comune avevano guidato i patrioti a sconfiggere gli ‘invasori’ napoletani, toscani e modenesi, invece di adottare una politica apertamente anticoloniale, promotrice di uguaglianza ed emancipazione, il neonato Regno si buttò a capofitto alla ricerca del proprio posto al sole’. Già dal 1861 Cavour cercò, invano, di creare una piccola colonia sulla costa della Nigeria; poco dopo fu la Compagnia di Navigazione Rubattino ad acquisire i primi possedimenti d’oltremare, la baia di Assab. Si occupò poi il porto di Massaua, che assieme ad Assab furono denominati colonia eritrea, per poi passare all’occupazione di Asmara. Da lì, la storia delle nefandezze italiane in Africa è più o meno nota, passando per il più grande massacro di cristiani in terra d’Africa, ad opera dell’Esercito italiano, a Debre Libanos, per continuare con eccidi in Libia, Eritrea, Somalia, Etiopia e poi con i tentativi più o meno riusciti di annettere il Montenegro, l’Albania, il Kosovo, la Grecia. Ma siamo già in pieno periodo fascista. 

 

Fascismo

 Il fascismo appunto. Invenzione italiana che si sviluppò nella penisola con caratteristiche definite, ma che infettò l’Europa prima e gli altri continenti poco dopo.
Diversi alcuni metodi ed alcune condotte, nel tempo e nello spazio, ma i principi di fondo furono sempre gli stessi: intolleranza, razzismo, nazionalismo, spregio della democrazia, violenza verbale o fisica nei confronti dei dissenti, aggressività indirizzata al nemico di turno, militarismo o nella versione più lieve ambigua fascinazione delle armi. 

Sbaglia chi pensa che il fascismo sia costante ed inalterabile: è un virus mutante, sia geograficamente che temporalmente, si adegua, alle nuove circostanze e al nuovo ambiente. Il dittatore spagnolo Franco si propose in maniera diversa da Mussolini, il fascismo spagnolo fu più paternalistico di quello di Pinochet in Cile e diverso da quello militare dei colonnelli greci, ma sempre di fascismo si e’ trattato.
Anche il fascismo italiano non fu da subito quello delle legge razziali, ma mutò nel corso degli anni. Non esplose da subito nella sua piena virulenza, fu un percorso graduale, in cui la bestia cominciò a mostrare la ferocia ed i veri artigli a poco a poco: nel 1922 fu istituito il Gran Consiglio del Fascismo, nel 1923 fu formata la Milizia Volontaria per la sicurezza dello Stato, nel 1924 si cambiò la legge elettorale, nel 1926 si sottrasse al Parlamento il potere legislativo e si reintrodusse la pena di morte, nello stesso anno furono sciolti tutti i partiti ad eccezione di quello fascista e fu istituito il confino di polizia ed i tribunali speciali che giudicavano reati politici. 

E’ vero, abbiamo combattuto poi al fianco degli alleati angloamericani contro i nazifascisti, lotta costata molto in termini di vite umane e di dolore, ma lo abbiamo fatto dopo, quando il morbo si era oramai diffuso.
Mussolini, non va dimenticato, ha goduto di vera popolarità, almeno fino al 1937, ed il fascismo era partito popolare e probabilmente, per un certo periodo, con la maggioranza degli italiani sinceramente fascista

Continuiamo a stare dalla parte sbagliata, salvo poi saltare dal carro del probabile perdente e ritrovarci tronfi sul carro del vincitore, senza mai veramente assumerci responsabilità ed avere contezza delle azioni fatte, come eterni adolescenti convinti di poter procedere in eterno in un ciclo continuo di scelte, errori e pentimenti, con questi ultimi che durano poco più in di un battito di ciglia. Un popolo di immaturi che preferisce perseverare fino all’inevitabile, piuttosto che fermare il carro quando si è appena mosso, evitando così di precipitarlo in una folle corsa suicida. 

 

Dopoguerra

E siamo ancora lì, a flirtare con il diavolo anche quando si creano i primi movimenti neofascisti, e nel 1946 si costituisce il Movimento Sociale Italiano, che ottiene fin da subito seggi nel nuovo Parlamento, e qualche lustro più tardi, quando si formano gruppi neofascisti eversivi che cominciano la lotta armata con il coinvolgimento di servizi segreti deviati ed a braccetto con la malavita organizzata. Il Movimento Sociale Italiano si trasforma in Alleanza Nazionale, e diviene partito di governo, altra medaglia nazionale, al petto del primo Paese in Europa in cui un partito che fu neofascista riesce ad ritornare al potere.
Siamo in piena epoca berlusconiana e nuova medaglia al petto del Paese, che ancora primo in Europa, si fa azienda ed il suo presidente si incorona ‘miglior primo ministro della storia d’Italia’.

 

Amore rosso

Eterni adolescenti, capaci di fiammate improvvise e di innamoramenti furibondi che ci accecano e ci fanno perdere la capacità di osservare, analizzare, approfondire.
E così come ci infatuammo del fascismo, mentre vi erano le prime avvisaglie di una nuova guerra e fin da subito fu ben chiaro cosa soffiava da Est, una buona fetta della popolazione, già nei primi anni ’50, si infatuò di un nuovo regime autoritario e si cominciò a fare il tifo per il comunismo sovietico di stampo stalinista. Anche allora si preferì far finta di non vedere, non vedere le deportazioni degli abitanti dei Paesi baltici, il Holodomor ucraino, la decimazione dei kulaki, i gulag ed i campi di concentramento siberiani, a cui evidentemente i comunisti italiani davano un peso diverso rispetto a quelli nazisti.
Continuiamo ad amoreggiare con il diavolo anche negli anni successivi, quando il partito comunista italiano perseverò nel sostenere ed appoggiare l’Unione Sovietica, giustificando l’invasione dell’Ungheria e la repressione armata del 1956 e poco dopo, anche se questa volta con un leggero dissenso, ma sempre fedeli a Mosca, l’invasione della Cecoslovacchia.
Per diversi decenni il PCI fu il partito comunista più forte d’Europa ed ottenne indubbi successi anche elettorali. Nonostante Togliatti avesse accennato alla possibilità di avere una propria minima autonomia da Mosca, almeno fino agli anni ’70, il comunismo italiano fu indubbiamente marxista-leninista e in linea con quello sovietico.
Con la segreteria Berlinguer si parlò di una via europea al comunismo, ma rimase un fortissimo senso di appartenenza ed una autonomia comunque molto debole, condizionata anche da flussi di denaro che da Mosca continuarono ad arrivare a Botteghe Oscure, almeno sino alla fine degli anni ’70, mentre gli intellettuali di sinistra, mitizzando la rivoluzione bolscevica prima e trasfigurando la realtà sovietica, riuscirono a far sdoganare il comunismo come movimento di libertà ed anti-imperialista.

 

Cammino europeo

Nel 1957, l’Italia, assieme ad altri cinque Paesi: Belgio, Francia, Germania, Lussemburgo e Paesi Bassi, firma i Trattati di Roma. L’Italia è uno dei Paesi costitutori e fondanti la nuova Comunità economica europea. Siamo dalla parte giusta questa volta, al centro della costruzione europea, anche quando la Comunità diviene Unione e lo rimaniamo fino a quando, nel pieno della crisi economica, invece di analizzare le cause alla ricerca di appropriate soluzioni, preferiamo individuare un responsabile esterno e tra disinformazione e propaganda, scegliamo l’Europa come nemico e responsabile: la burocrazia di Bruxelles e soprattutto l’Euro. Non il debito pubblico divenuto mostruoso, non i pochi investimenti privati e pubblici soprattutto al Sud, non la produttività ferma agli anni ’90, la corruzione o le organizzazioni criminali, né tantomeno l’enorme evasione fiscale, ma Bruxelles e le sue regole.  

Secondo un’analisi condotta da Eurostat, tra il 2000 e il 2018, nonostante la percezione e le opinioni più diffuse, il reddito reale procapite nel continente è cresciuto: in media del 23% nei 28 Paesi dell’Unione e del 17% nei Paesi dell’area Euro.
Analizzando nel dettaglio i dati per singolo Paese, in maniera inequivocabile, emerge che tutti i Paesi europei sono cresciuti. Sono cresciuti, naturalmente, in proporzione maggiore i Paesi dell’Europa orientale, che scontavano un gap rilevante e che proprio grazie all’Unione europea hanno cominciato a convergere, ma l’analisi mostra con chiarezza che la ricchezza procapite reale, la ricchezza cioè prodotta nel Paese al netto dell’inflazione, è cresciuta in quasi tutti i Paesi europei. Appunto, in quasi tutti i Paesi. L’unico Paese in cui il PIL procapite ha subito un decremento è l’Italia.
Anche in Grecia, con tutti i problemi degli anni passati, il reddito procapite nel 2018 risulta più alto, anche se di poco, di quello del 2000.
Non è difficile immaginare che se tutti i Paesi sono cresciuti, probabilmente, il problema non è europeo, ma specificatamente italiano: la crisi ha colpito tutti, ma è l’Italia l’unica che arretra. La globalizzazione, le nuove tecnologie stanno cambiando volto all’economia ed alla società e l’Italia si ostina a non voler risolvere i problemi strutturali ed a proporre palliativi che comunque sanno di prima rivoluzione industriale. 

 

Ed arriviamo ai giorni nostri

Quando le forze retrograde e razziste si saldano con la parte più populista della politica e si forma, primo in Europa, un anomalo governo sovranista, che inaugura la stagione della dittatura dei selfie e delle dirette Facebook. Si abbandona la politica per giocare con la propaganda sulla pelle di altri uomini, e invece di studiare e provare a capire, si continua il gioco rozzo del capro espiatorio europeo, anche in economia. Si vogliono costruire muri e non avendo muri da costruire in ferro spinato e cemento si prova a costruire muri nel Mediterraneo. 

Un popolo di immaturi che preferisce perseverare fino all’inevitabile, piuttosto che ammettere le proprie colpe e gli errori. Un popolo che ignora, che preferisce ignorare, e, superbo come tutti gli ignoranti, assegna agli altri colpe e responsabilità.
Dovremmo avere il coraggio di guardare indietro per cambiare passo e riconfigurare il futuro. Forse è arrivato il momento di offrire a tutti le stesse opportunità e concedere a tutti gli stessi strumenti per competere, da Verona a Palermo. Forse è arrivato il momento di ammettere che è stata l’Italia a partorire il mostro fascista e sempre l’Italia ha continuato a sfamarlo per un ventennio e la lotta partigiana antifascista non ci sottrae dalle nostre responsabilità. Forse è arrivato il momento di ricordare Debre Libanos e non pensare di essere solo ‘brava gente’. Forse è arrivato il momento di ammettere che abbiamo voluto imbracciare una bandiera rossa quando sapevamo che quel rosso era rosso sangue e la bandiera ne era intrisa

Abbiamo le stanze dei palazzi piene dei fantasmi del passato, forse dovremmo incominciare ad affrontarli, con coraggio, onestà e rigore. Cantava Giorgo Gaber «Io non mi sento italiano, ma per fortuna o purtroppo lo sono. Che i limiti che abbiamo, ce li dobbiamo dire, ma a parte il disfattismo, noi siamo quel che siamo. Io non mi sento italiano, ma per fortuna o purtroppo lo sono».

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