martedì, Giugno 25

Italia – USA: nulla di nuovo sotto il Sole Quello che si è proclamato come il ‘governo del cambiamento’ finisce per ricalcare le linee d’azione di quanti, negli anni, lo hanno preceduto

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Cosa ci si può aspettare dalla visita che, in queste ore, il ministro degli Esteri Moavero Milanesi sta compiendo a Washington? Negli scorsi mesi, ci sono già stati vari incontri ad alto livello fra rappresentanti del governo italiano e dell’amministrazione USA, primi fra tutti quello avuto dal Presidente del Consiglio Conte con Donald Trump durante il viaggio di Stato a Washington dello scorso luglio; in tutte queste occasioni è stata confermata la solidità del rapporto fra Stati Uniti e Italia, adombrando, in alcuni casi, la possibile assunzione da parte di quest’ultima del ruolo di referente privilegiato dalla Casa Bianca ‘da questa parte dell’Atlantico’. In una recente intervista, anche Steve Bannon, già ‘chief strategist’ del Presidente USA, ha parlato dell’Italia come del ‘centro dell’universo politico’ e di un luogo in cui si starebbe ‘ridefinendo la politica nel ventunesimo secolo’. Apparentemente, i rapporti fra i due Paesi stanno attraversando una fase di grazia. Tuttavia, nonostante il quadro sostanzialmente positivo, non mancano le ombre, legate soprattutto alle possibili evoluzioni della politica interna statunitense. Il 3 gennaio, a Washington si è insediato il nuovo Congresso e la Camera dei rappresentanti, ora in mano al Partito democratico, appare intenzionata a dare battaglia aperta alla Casa Bianca, con tutte le implicazioni che possono derivare.

Da questo punto di vista, è indicativo il fatto che l’agenda del ministro degli Esteri comprenda – oltre a una serie di appuntamenti con esponenti di think tank attivi sui temi transatlantici – incontri con una lunga lista di figure dell’amministrazione e del Congresso; fra queste, i due presidenti della delegazione italo-americana alla Camera dei rappresentanti, Bill Pascrell e Mark Amodei, il Consigliere presidenziale Jared Kushner, il Consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton, lo Speaker della Camera dei rappresentanti Nancy Pelosi, e il Segretario di Stato Mike Pompeo. Egualmente ampio è lo spettro dei temi in discussione, fra cui quelli della sicurezza globale, della situazione nell’area del Mediterraneo; dell’impegno per la stabilizzazione della Libia, del percorso di pace nel Medio Oriente, della crescita economica e sociale in Africa e dei rapporti politici, economici e commerciali transatlantici. Rispetto a molti di questi punti, Stati Uniti ed Europa si collocano, oggi, su posizioni sostanzialmente opposte, così come sostanzialmente opposte sono le loro posizioni sul ruolo che, nell’attuale scenario internazionale, può essere svolto dalle istituzioni come le Nazioni Unite o la NATO in cui si è tradizionalmente espressa la loro azione multilaterale.

In questo scenario, Roma sembra avere faticato, sinora, a trovare una sua collocazione. L’ambizione di proporsi come interlocutore privilegiato per il teatro libico si è concretizzata solo in parte, così come solo in parte si è concretizzata quella di agire da ponte verso la Russia di Vladimir Putin. Il complesso rapporto con la UE (che, nonostante le tensioni, rappresenta comunque il principale referente internazionale dell’Italia) concorre a spiegare questo stato di cose, così come lo concorre a spiegare l’enfasi che l’attuale governo – forse più di quelli che lo hanno preceduto – ha posto sulla politica interna come luogo della sua azione. Il rischio è, tuttavia, quello di un crescente isolamento del Paese e di una sua marginalizzazione nei ‘circoli che contano’. Il risultato deludente della conferenza di Palermo sulla Libia (ampiamente disertata dai maggiori attori internazionali) è solo un esempio di questa marginalizzazione. D’altra parte, nemmeno la nascita di un’‘internazionale sovranista’ da alcune parti prospettata come una credibile occasione per riorientare la politica nazionale sembra essersi materializzato o, almeno, non sembra avere prodotto frutti credibili, contrastata da un lato dall’intrinseca debolezza italiana, dall’altro dalle politiche assai poco compatibili portate avanti dai Paesi che di questa eventuale internazionale dovrebbero fare parte.

Il viaggio di Moavero rappresenta, quindi, una sorta di ‘ritorno alle basi’ della politica estera italiana? In realtà, l’azione internazionale dell’Italia non ha mai davvero fatto a meno della ricerca di una solida sponda con Washington, anche se le forme e i termini di questa ricerca sono cambiati col tempo. Oggi, le difficoltà del rapporto con i partner europei (dentro e fuori le istituzioni comuni) rendono, inoltre, la ricerca di questa sponda particolarmente importante. Parallelamente, le incertezze dello scenario politico statunitense impongono la capacità di sostenere un dialogo ‘a trecentosessanta gradi’ con le tante forze che ne caratterizzano il variegato panorama. E’ su queste basi che si fonda la possibilità, prima ancora che di un protagonismo internazionale dell’Italia, la possibilità per il Paese di perseguire efficacemente i propri interessi sulla scena del mondo’. E’ il prodotto, a un tempo, di un dato geopolitico da cui non si può prescindere (la collocazione dell’Italia dentro i ‘tre cerchi’ atlantico, europeo e mediterraneo) e di una altrettanto imprescindibile esperienza storica. Non stupisce, quindi, che su questi aspetti, quello che si è proclamato come il ‘governo del cambiamento’ finisca per ricalcare le linee d’azione di quanti, negli anni, lo hanno preceduto.

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