sabato, Settembre 21

Italia – USA: Luigi Di Maio non fa la differenza I margini d’azione di cui il ministro gode nella condotta politica internazionale di un Paese come l’Italia sono limitate

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Le vicende che hanno portato alla nascita del nuovo governo italiano sono state seguite con interesse dalle cancellerie e dai media stranieri, un po’ per gli aspetti paradossali della ‘crisi estiva’ che le hanno innescate, un po’ per il ribaltamento di fronte che la nascita del nuovo esecutivo ha comportato rispetto agli equilibri di potere prevalenti anche solo poco più di un mese fa. Uno degli interrogativi principali riguarda la posizione che il governo appena insediato assumerà sulla scena internazionale. A livello europeo, è ancora aperta la partita per la nomina del commissario italiano, partita che non riguarda solo il nome del candidato ma anche l’individuazione della casella dell’organigramma che il prescelto dovrebbe ricoprire. Sempre a livello europeo, è ancora aperta la questione della definizione di una politica condivisa in materia d’immigrazione, un tema sensibile che – per quanto al centro dell’attenzione dell’esecutivo precedente – non è stato mai veramente affrontato da quest’ultimo in sede UE. Il rapporto con Bruxelles è, infine, importante per la definizione delle linee di politica economica, un aspetto destinato ad assumere peso crescente nelle prossime settimane, con l’avvicinarsi delle scadenze legate alla approvazione della legge di bilancio.

A questi punti si sommano quelli che riguardano la posizione dell’Italia nel Mediterraneo e i rapporti con gli alleati tradizionali, primi fra tutti gli Stati Uniti. L’attenzione predominante che l’esecutivo ‘giallo-verde’ degli scorsi mesi ha posto sui temi interni, ha fatto perdere di vista le numerose crisi che ancora travagliano il Medio Oriente e il Nord Africa (MENA), prime fra tutte le guerre civili che continuano a imperversare in Libia e in Siria e le loro possibili conseguenze regionali. Il recente vertice G7 di Biarritz ha messo in luce quello che sembra essere il ritrovato attivismo della Francia di Emmanuel Macron ma pare anche avere aperto spazi di dialogo in parte inattesi con Washington. Le tensioni commerciali (ma anche politiche) fra Stati Uniti e Cina sono un altro aspetto che interessa direttamente il nostro Paese, sia per il ruolo che l’Italia potrebbe avere nel quadro della ‘Belt and Road Initiative’ (per la partecipazione alla quale Roma ha firmato, negli scorsi mesi., un accordo non vincolante) sia per il rapporto di collaborazione che sempre l’Italia ha sviluppato con la RPC, fra l’altro in un campo ‘sensibile’ come quello delle reti di telecomunicazioni ‘next generation’, già oggetto di scontro, in passato, fra Pechino e l’amministrazione Trump.

Si tratta (come comprensibile) di uno scenario complesso, in parte aggravato da alcune scelte fatte in passato e che, sulle questioni più divisive, potrebbe anche mettere in tensione le due anime politiche che sostengono il governo. Su questo sfondo, ha destato perplessità la nomina di Luigi Di Maio alla guida del ministero degli Esteri. Le principali critiche hanno riguardato la mancanza di preparazione del nuovo titolare della Farnesina, le gaffes e varie prese di posizione (sulla situazione in Venezuela e in Francia, sull’euro, sui rapporti con la Cina e con l’Europa…) giudicate dai più inopportune e già fonte di fastidio per gli interlocutori dell’Italia. Secondo alcune voci, la scelta di Di Maio sarebbe stata accolta con contrarietà da alcuni leader europei (anche se non esiste alcuna presa di posizione ufficiale in tal senso), mentre France24 ha parlato apertamente di nomina ‘controversa’. Negli Stati Uniti, l’attenzione della stampa pare, tuttavia, essersi appuntata – più che sul cambio alla guida del ministero degli Esteri – su quelli alla guida dei dicasteri dell’Economia e degli Interni e su quella che appare l’ascesa della figura politica del Presidente del Consiglio Conte, passata in questi giorni, secondo il New York Times, da ‘irrilevante’ a ‘insostituibile’.

La scelta ha una sua logica. Nonostante le occasionali ‘intemperanze’ (che non sono, peraltro, prerogativa dell’ultimo esecutivo), l’Italia appare – agli occhi di Washington – solidamente inserita nel sistema atlantico. Per gli Stati Uniti, l’alleanza con Roma è tradizionalmente ‘taken for granted’; uno stato di cose che nemmeno un governo ‘di rottura’ come voleva essere quello ‘giallo-verde’ ha mai messo in discussione, come attestato anche dalle visite a Washington di Conte (luglio 2018), Salvini (giugno 2019) e dello stesso Di Maio (marzo 2019). I margini d’azione di cui il ministro gode nella condotta politica internazionale di un Paese come l’Italia sono, inoltre, limitate dalla rete di impegni assunti nel corso degli anni e dalla presenza di un personale professionale (la c.d. ‘carriera’) che assicura una sostanziale continuità d’indirizzo al di là dei cambiamenti del vertice politico. E’ sul peso e la competenza di questa ‘carriera’ che fanno conto in molti in frangenti delicati come quello che l’Italia sta oggi attraversando. L’incognita è, piuttosto, un’altra e riguarda la fiducia che interlocutori e alleati vorranno dare a un governo intorno alla cui sopravvivenza – nonostante le dichiarazioni fiduciose dei protagonisti – hanno già iniziato a circolare varie riserve. 

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