giovedì, Ottobre 22

Italia, un Paese difficile da normalizzare field_506ffbaa4a8d4

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Come ha scritto Giuliano Ferrara nella prefazione de ‘La Repubblica delle giovani marmotte‘, l’ultimo libro di Paolo Cirino Pomicino, democristiano di lungo corso, più volte deputato e due volte Ministro, oggi brillante opinionista delle principali testate italiane, è «la sua General Theory dell’occupazione, del debito e della finanza pubblica e privata» . Fin dal titolo però, nell’impostazione vi è anche un inevitabile raffronto con la classe politica attuale, che fornisce al lettore la rara occasione di accostare due epoche italiane non troppo lontane, eppure di segno completamente opposto e all’autore di togliersi svariati sassolini dalla scarpa. «Siamo passati da un’Italia degli anni ’90, cresciuta nei dieci anni precedenti del 27%, con una pressione fiscale al 39%, un debito pubblico di 839 miliardi, un’inflazione in linea con il resto d’Europa e un sistema bancario controllato e solido» sintetizza Pomicino, «all’Italia di oggi, con un debito pubblico di oltre 2.200 miliardi, che cresce pochissimo e ha aumentato in misura drammatica il tasso di disoccupazione, passato dal 5,5% al 12 e rotti per cento, con una caduta in particolare nel mezzogiorno e un sistema bancario che è alla canna del gas, almeno nelle piccole banche».

Un’Italia, quella della ‘Prima Repubblica’ appena ricordata da Pomicino, che pur avendo incrementato il rapporto debito/Pil di 40 punti tondi tondi fino al 98,6% del 1991 (fonte: Banca d’Italia), era stata ‘normalizzata’ dai due grandi spettri che l’avevano scossa per oltre un decennio: il terrorismo armato e l’inflazione a due cifre. Alle soglie del trattato di Maastricht (febbraio 1992) l’Italia era pronta finalmente a stabilizzarsi, con un’oscillazione dei cambi all’interno del sistema monetario europeo, inflazione e tassi d’interesse sotto controllo e dei vincoli di indebitamento concordati (il famoso 3%, nda). Purtroppo, gli attacchi speculativi alla nostra moneta e il mancato sostegno della Bundesbank, impegnata nella riunificazione delle due Germanie, fecero vacillare immediatamente l’Italia, la quale costretta a svalutare, riuscì ad approdare alla moneta unica solo al prezzo di grandi sacrifici, iniziati con la finanziaria ‘monstre’ di Amato nel 1992, proseguiti con l’innalzamento incessante delle tasse e conclusi qualche anno dopo grazie al famoso ‘fattore C’ di Prodi, che ebbe anche la fortuna di approfittare di ben 5,2 punti percentuali su 6 di riduzione totale del debito, dovuti alla caduta dei tassi d’interesse a livello internazionale.

 

Cosa succedeva alla nostra economia in quegli anni?

Noi in questi ultimi vent’anni abbiamo determinato una riduzione della crescita pesantissima. Dal ’95 siamo diventate una delle ‘Cenerentole’ d’Europa per tasso di crescita, ci siamo impoveriti, ampliando l’area della povertà, abbiamo venduto tutte le eccellenze e abbiamo triplicato il debito.

Di chi è stata la responsabilità?

Quando si fa la storia economica di un Paese, bisogna vedere anche la storia politica dello stesso periodo. In questi anni ci sono stati grossi problemi di instabilità. Si è ripetuto tante volte dei governicchi della ‘Prima Repubblica’, ma negli otto anni dall’83 al ’91 abbiamo avuto solo quattro governi (Craxi, Goria, De Mita e Andreotti). Negli ultimi vent’anni abbiamo avuto ben 14 Governi (Ciampi, Berlusconi, Dini, Prodi, D’Alema I e II, Amato, Berlusconi I e II, poi di nuovo Prodi, Berlusconi, Monti, Letta, Renzi)! E pensare che la seconda Repubblica era nata per la cosiddetta stabilità, mentre la stabilità vera noi l’abbiamo avuta negli anni ’80 quando i Governi avevano almeno tre anni di vita sostanziale, con dei Governi ponte più brevi. La classe politica di allora aveva una visione politica e consegnò alla seconda Repubblica, un Paese socialmente coeso, economicamente positivo, con una crescita che era appunto del 27%.

Si può fare un parallelo tra la politica che fu necessaria a riportare in quegli anni il Paese a delle condizioni normali e quella che sarebbe necessaria oggi?

Negli anni ’80, quando è cominciata la crescita del debito pubblico, l’Italia aveva tre grandi problemi. Il primo era quello del terrorismo armato, che ammazzava prevalentemente democratici cristiani e servitori dello Stato, giudici e agenti della forza pubblica. Avevamo l’inflazione a due cifre, che è la tassa più drammatica perché riduce il potere d’acquisto di chi lavora a reddito fisso, la parte più debole. Accanto al terrorismo e all’inflazione c’era l’esigenza di risanare il debito pubblico. La politica dell’epoca scelse di indebitare lo Stato, piuttosto che indebitare le famiglie. Allora la ‘normalizzazione’ fu sostenibile. Oggi la ‘normalizzazione’ da vent’anni a questa parte non si riesce a fare.

Cosa fa più paura oggi?

Il nostro ormai è diventato soltanto un Paese di consumatori e di produttori in conto terzi, stiamo vendendo tutto: il sistema bancario, le eccellenze industriali, quelle nel settore dei servizi, i brand internazionali come la Italcementi, come Pirelli, e allora siamo un Paese da Commonwell, senza sapere esattamente chi è la nostra Regina. In questi vent’anni abbiamo perso proprio la visione che deve avere un Paese nella stagione della globalizzazione e della finanziarizzazione. Non abbiamo capito di che cosa armarsi, non abbiamo capito che la finanziarizzazione sta ammazzando l’economia reale.

Tra gli italiani si sta diffondendo anche il timore che i propri risparmi non siano più al sicuro..

Al netto peggioramento di cui sopra si è aggiunto quello che possiamo definire un terrore bancario. Il terrore del risparmio, il quale, non dimentichiamolo, per la prima volta nella storia repubblicana, non è stato tutelato. Nessuno spiega quale è stata la responsabilità della politica in questi ultimi due o tre anni. Il recente decreto del Governo ‘salva-banche’ era un atto dovuto ad oggi, visto quello che è accaduto, perché se il Governo non avesse fatto quel decreto i guasti sarebbero stati ancora peggiori; sarebbero stati colpiti anche gli obbligazionisti ordinari e i correntisti al di sopra dei 100 mila euro. Ma la responsabilità della politica è tutta negli ultimi due o tre anni.

Perché?

Perché negli ultimi tre o quattro anni i Paesi europei hanno salvato le loro banche con fondi pubblici, mi riferisco a Germania, Francia, Lussemburgo, Olanda, banche come la Royal Bank of Scotland, la Abn Amro. Noi abbiamo offerto alle banche soltanto i cosiddetti Tremonti bond, che avevano fra l’altro un costo non indifferente e infatti solo due o tre banche li hanno utilizzati, il Montepaschi, Veneto banca e qualche altra piccola banca. Mentre gli altri Paesi europei ‘normalizzavano’ i conti delle banche e quando era necessario nazionalizzavano, anche i Paesi liberisti come la Gran Bretagna e l’Olanda, noi invece abbiamo guardato le stelle e abbiamo guardato la luna. Nel frattempo però il legislatore europeo ha imposto e ha realizzato l’Unione Bancaria con una disciplina, che ha insite delle follie pure. Per cui se la banca va in default vanno a pagare gli obbligazionisti normali e anche i depositanti. Non si capisce quale sia la responsabilità di un depositante che ha 120.000 euro sul conto corrente, tale da fargli mettere la mano al portafoglio per pagare una banca che dovesse andare in default.

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