giovedì, Ottobre 22

Italia ultima per la tutela dei diritti

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‘Culla del diritto’: è la lusinghiera definizione di cui, legittimamente, si fregiava l’Italia: il Diritto moderno, la maggior parte dei princìpi e delle leggi moderne dei popoli e degli Stati si ispira, infatti, al Diritto Romano. Poi, nel 534 sono arrivate le ‘Pandette’ di Giustiniano: e lo sviluppo della scienza del diritto si è ulteriormente ingigantito. I più grandi giureconsulti del passato sono nati e formati in Italia. Gli stranieri venivano nel nostro paese per apprendere la scienza del diritto, che poi riversavano nei loro paesi.

Con fondamento, si può dire: c’era una volta. Di questi tempi, quella che era la culla del diritto è la bara. L’Italia risulta agli ultimi posti nello ‘scoreboard’, la pagella comparativa, sull’efficienza dei sistemi giudiziari pubblicato dalla Commissione europea. Rispetto  a Germania, Francia, Gran Bretagna, Spagna, Polonia, Olanda e Belgio, siamo in coda praticamente in tutte le classifiche: ultimi per il tempo impiegato a risolvere cause civili e commerciali. Ultimi nella soluzione dei contenziosi amministrativi. Ultimi per il numero di cause civili pendenti. Ultimi, con la Francia, nella tutela giudiziale dei diritti dei consumatori. Ultimi, con la Spagna, in quella amministrativa. Ultimi per la lunghezza delle cause sul riciclaggio di denaro sporco. Gli unici, con l’Austria, senza corsi obbligatori di formazione peri magistrati già in servizio e operativi. Fanalini di coda per il numero di magistrati che seguono corsi su diritto comunitario o diritto di altri Stati dell’Unione Europea.

Le ‘tabelle’ della Commissione europea documenta che in Italia sono stati disposti appena cinque casi di trasferimento di magistrati per motivi disciplinari, e nessun  licenziamento.

Un caso concreto, tra i tanti che si possono fare. M.E.R., 17 anni, viene arrestato il 29 gennaio 2013. L’accusa parla di cessione di sostanze stupefacenti, estorsione e lesioni nell’ambito di un’indagine su un giro di spaccio di droga a minorenni.

M.E.R. è incensurato, si proclama innocente. Trascorre 146 giorni detenuto nel carcere minorile Beccaria di Milano. A giugno dello stesso anno ottiene il trasferimento in una comunità a Garlasco, nel pavese. Nel gennaio 2014 lo rimettono in libertà, scadenza dei termini di custodia cautelare. Si arriva finalmente al processo, al Tribunale per i minorenni di Milano.  I giudici lo assolvono «per non aver commesso il fatto». I giudici, nelle motivazioni, definiscono “contrastanti” le dichiarazioni dei testimoni; sottolineano inoltre che «la pubblica accusa non ha fornito nessun altro elemento di prova a conforto della sostenuta attività di spaccio».

Ora M.E.R. chiede un risarcimento di 158.200 euro per ingiusta detenzione. Dice: «E’ come se fossi rimasto per un anno in coma: prima di finire in carcere avevo dei sogni, volevo diventare un grafico, adesso non mi è rimasto più niente. Dopo l’arresto mi hanno portato immediatamente al Beccaria. Alle 8 sono entrato in carcere, alle 8.30 ero già con gli altri ragazzi. Quando dicevo di essere innocente nessuno mi credeva, alla fine, ho smesso di parlare dei miei guai».

Diamo un’occhiata al di là di Chiasso. Sono 3.288 gli italiani detenuti all’estero;  2.576 sono in attesa di giudizio. In molti casi le notizie sul loro conto sono frammentarie. «A prescindere dallo status di colpevolezza o innocenza, esistono dei diritti fondamentali della persona che non possono essere violati. Scendiamo in piazza per lo stato delle carceri italiane e non ci preoccupiamo della situazione degli italiani prigionieri all’estero», dice Katia Anedda, animatrice dell’associazione ‘Prigionieri del Silenzio’.

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