lunedì, Novembre 11

Italia – UE, manovra di bilancio: ecco il possibile lieto fine Commissione e BCE hanno tutti gli strumenti e tutte le valide motivazioni per far pressioni sull'Italia. La partita si potrebbe chiudere con la porta che l'Italia si è lasciata aperta sul modello della Spagna nel 2016

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Come era prevedibile, il nuovo Governo giallo-verde italiano (anti-establishment), che è entrato in carica a maggio, è impegnato in un confronto con la Commissione europea sul suo budget (la manovra di bilancio) espansivo. Con un disavanzo significativamente più grande previsto per il prossimo anno fiscale, il bilancio è in conflitto con le norme fiscali dell’UE, non rispettando gli impegni assunti dal Governo precedente, e questo ha già destabilizzato i mercati finanziari.

Auspicando questo confronto, il Governo di Giuseppe Conte ha aumentato la sua popolarità a livello nazionale. Ma la Commissione europea ha una leva significativa sotto forma di leggi e circostanze macroeconomiche e politiche per prevalere in questa lotta. Ad esempio, ha un alleato cruciale nella Banca centrale europea (BCE), che può infliggere un duro colpo ai principali esponenti politici della maggioranza di Governo. Come sottolineato dai miei colleghi Alvaro Leandro e Jérémie Cohen-Setton, uno scontro fiscale con l’Italia che comporta sanzioni per miliardi di euro potrebbe arrivare già a marzo 2019.

Nonostante le imminenti elezioni europee e una potenziale ‘hard Brexit’ all’inizio del 2019, la Commissione non ha molta scelta in materia. La sua credibilità nell’applicare le norme fiscali del patto di stabilità e crescita, rivista dopo la crisi dell’euro nel 2010-2012, è inattaccabile, data la ‘sfacciataggine’ delle intese violazioni italiane. La Commissione non può permettersi di ripetere l’indebolimento del patto originario di Germania e Francia nel 2003-05. Diversi fattori potrebbero rafforzare l’approccio della linea dura della Commissione, non ultimo il fatto che i membri attuali della Commissione lasceranno l’incarico la prossima estate, quindi non potranno vedere la conclusione di questo processo e non saranno incentivati a entrare in sintonia con l’Italia. Inoltre, il Governo di Roma è stato incapace di cercare alleati politici tra gli altri membri dell’area dell’euro, assicurando che il Consiglio europeo, che comprende i leader degli Stati membri dell’UE ma su cui votano solo gli altri 18 membri dell’area dell’euro, appoggerà la posizione della Commissione , dandogli un chiaro percorso politico per far rispettare le sue nuove regole fiscali su un grande stato membro.

Ci si poteva aspettare che la Commissione si preoccupasse che affrontare l’Italia avrebbe solo rafforzato le prospettive della coalizione di Governo di Roma, guidata dal Partito della Lega di destra di Matteo Salvini e dal Movimento a cinque stelle di sinistra di Luigi Di Maio (MS5), vincendo nel prossimo Parlamento europeo le elezioni nel maggio 2019. Ma dal punto di vista di Bruxelles, non vi è alcun svantaggio nell’avviare un simile conflitto ora, dal momento che i leader italiani sono così popolari che non hanno nessun posto dove andare, se non cadere.

Il difficile approccio della Commissione si fonda, senza dubbio, sull’aspettativa che sia ragionevole aizzare ulteriormente gli incendi dei mercati finanziari in Italia più prima che dopo, poiché è possibile dimostrare conseguenze economiche delle azioni previste prima delle prossime elezioni europee . Gli spread italiani a 10 anni in Germania sono già saliti sopra i 300 punti base e l’economia italiana ha ristagnato nel terzo trimestre del 2018. Il Ministro delle finanze italiano, Giovanni Tria, ha individuato pubblicamente uno spread di 400 punti base come «la soglia che farebbe scattare un’azione del Governo italiano». La Commissione potrebbe non dover causare ancora più problemi per costruire più pressione a breve termine e forse politicamente decisiva sul mercato italiano.

Per quanto riguarda la BCE, sembra certo che porrà fine agli acquisti di titoli di Stato a dicembre 2018, già mettendo ulteriori pressioni al rialzo sui rendimenti dei titoli italiani. Inoltre, l‘incombente scadenza delle operazioni mirate di rifinanziamento a più lungo termine della Banca Centrale (T-LTRO), inaugurate nel 2014 e 2016, probabilmente spremeranno le banche italiane, in particolare quelle locali più piccole, che sono ‘grandi abbonate’ alle T-LTRO e che restano vitali per le piccole imprese italiane, una componente chiave per la Lega. Nonostante i continui sforzi per migliorare la capitalizzazione di molte di queste banche da allora, sembra probabile che le recenti tensioni crescenti sul mercato dei titoli di Stato italiani e la stagnante economia interna, causeranno di nuovo problemi a molte di queste banche a partire dal 2019. Come discusso da Holboell e Pill (2018), questo è dovuto al fatto che il nuovo Net Stability Funding Ratio (NSFR) delle regole di liquidità di Basilea richiede che una parte considerevole dei finanziamenti bancari abbia una scadenza residua di almeno un anno. In altre parole, le banche italiane che sottoscrivono il T-LTRO quadriennale del 2016 cominceranno a sentire una stretta dei finanziamenti già dalla prima metà del 2019, o precisamente quando le recenti azioni della Commissione potrebbero causare una resa dei conti con il Governo italiano.

La BCE ha un’ampia discrezionalità su come eliminare gradualmente le T-LTRO in un momento in cui l’aumento dei tassi di interesse e il miglioramento delle condizioni finanziarie generali nel sistema bancario europeo forniscono la motivazione per ridimensionare la sua fornitura generale di liquidità centrale a lungo termine alle banche dell’area dell’euro . E il grado in cui le ridisegnateopzioni di rollover T-LTRO saranno vantaggiose per le banche italiane all’inizio del 2019 – o se Francoforte vuole davvero spremerle solo dopo che saranno annunciate – sembra probabile che siano direttamente collegate alle scelte fiscali che il Governo italiano fa nei prossimi mesi.

Infine, la Commissione sa bene che se impone un regime sanzionatorio a Roma all’inizio del 2019, sotto forma di obbligo a depositare fondi con la Commissione fino allo 0,2% del PIL,  circa 3,5 miliardi di euro, il Governo italiano ha spazio per ritirarsi all’ultimo minuto ed emettere una cosiddetta richiesta motivata per annullare o ridurre tale deposito se all’ultimo minuto è conforme alle condizioni di Bruxelles.

La Commissione e la Spagna hanno adottato questo approccio nel 2016 per evitare che Madrid dovesse pagare una multa per non aver intrapreso un’azione efficace sul suo deficit di bilancio eccessivo  dell’epoca. Nella loro richiesta, la Spagna ha ricordato il suo programma di riforme di ampio respiro, il contesto economico sfavorevole e ha promesso di correggere il suo disavanzo eccessivo negli anni futuri. Ricordando l’impressionante performance economica della Spagna dal 2016, è chiaro che la Commissione ha fatto la scelta giusta cancellando quella che altrimenti sarebbe stata una multa di 2 miliardi di euro di contrazione fiscale.

L’approccio conflittuale della Commissione potrebbe già dare i suoi frutti. Nell’ambito del complesso processo di approvazione del bilancio a Roma, il Governo italiano si è recentemente spostato, suggerendo che le sue proposte di spesa sul reddito di cittadinanza e sull’abbassamento dell’età pensionabile potrebbero essere annullate se le restrizioni di bilancio persistessero. Se questo fosse il caso, queste nuove proposte eliminerebbero potenzialmente quello che probabilmente sarebbe il peggior elemento a lungo termine del budget. Il Vice Primo Ministro Matteo Salvini del Partito della Lega potrebbe quindi aver già iniziato ad accettare le conseguenze politiche dell’aumento della pressione economica. E la leadership del partito MS5, per la quale il reddito di base universale è stato un battaglia politica chiave, potrebbe anche aver battuto le palpebre di fronte all’aumento dei costi economici della proposta e una possibile reazione in caso di elezioni anticipate.

Un risultato del genere sarebbe una buona notizia per l’Italia, in quanto potrebbe ottenere una composizione migliore, più favorevole alla crescita e sostenibile della sua politica fiscale nel 2018-19. Sarebbe certamente una grande vittoria politica per la Commissione, in quanto mostrerebbe rinnovati elementi politici delle sue regole fiscali, mentre (di nuovo) eviterà l’imposizione di sanzioni finanziarie economicamente controproducenti.

In definitiva, un ritiro anticipato da parte del Governo italiano da questo confronto fiscale preannuncerebbe uno  ‘status di piccolo Stato membro per l’Italia, o (diversamente dalla Francia e dalla Germania nel 2003-05) una situazione in cui il resto dell’area dell’euro (insieme ai mercati finanziari) può imporre la sua volontà politica e fiscale a un Governo neoeletto a Roma. Questo sviluppo potrebbe avere imprevedibili implicazioni politiche future in Italia, ma sarebbe innegabilmente una buona notizia per la politica e la coesione della zona euro.

Alla fine, l’Italia potrebbe rivelarsi molto più vicina al Portogallo che alla Grecia: in Portogallo, il Governo di sinistra del Primo Ministro António Costa, ha tranquillamente cambiato le politiche fiscali e di altro tipo in direzione ortodossa nel 2015-16, di fronte agli spread del mercato obbligazionario in aumento per chiudere a 400 punti base. Ad Atene è stata necessaria una chiusura finanziaria altamente dannosa dell’economia nell’estate 2015 per far sì che il primo ministro Alexis Tsipras cambiasse il suo corso politico e iniziasse ad aderire alle regole della zona euro e alle condizioni di salvataggio.

Il resto d’Europa potrebbe ben presto tirare un sospiro di sollievo sull’ Italia.

 

[Testo redatto da Jacob Funk Kirkegaard per Peterson Institute for International Economics – PIIE– pubblicato da PIIE , titolo originale ‘Italy-UE budget confrontation: prospects for a happy ending‘,  tradotto da Emanuele Cuda per ‘L’Indro’ ) ]

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