venerdì, Febbraio 28

Italia-UE: i ‘nodi al pettine’ di una (tarda) primavera Che effetti comporta il combinarsi dei ritardi sugli interventi strutturali promessi in sede europea con la paralisi politica italiana? Intervista a Paolo Manasse, Professore di Macroeconomia e Politica economica internazionale dell’Università di Bologna

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Rispetto a gennaio, a Bruxelles i toni si sono inaspriti. Secondo quanto dichiarato la scorsa settimana dal Commissario dell’Unione agli Affari economici Pierre Moscovici, gli sforzi di natura strutturale dell’Italia sono pari a ‘zero’ (da una correzione dello 0,6% del Pil prevista per intervenire sul deficit, allo 0,3 % concesso dalla Commissione europea e disatteso, ad oggi sotto lo 0,1%).

Sulle valutazioni di merito, Moscovici ha tagliato corto, rinviando l’appuntamento al ‘Pacchetto di primavera’ del 23 maggio, documento contenente le valutazioni della Commissione sui conti pubblici italiani e le relative raccomandazioni di politica economica.

Intanto, sforati i 60 giorni di stallo, ieri il Capo dello Stato Sergio Mattarella ha annunciato la necessità di un ‘Governo neutrale’, ossia ‘di servizio’, da nominare a garanzia degli impegni assunti per l’anno corrente: non solo una Legge di bilancio e una manovra finanziaria utile a evitare l’aumento dell’IVA (dal 22% al 24,2% dal primo gennaio 2019), conseguente alla mancata riduzione del debito, ma un posto da occupare davanti alle istituzioni europee e alla comunità internazionale. Il suo corso, in assenza di un accordo di maggioranza in Parlamento, potrebbe durare fino a dicembre, ipotesi che sembra esclusa dalle dichiarazioni degli stessi partiti che l’hanno provocata, profilando la possibilità di un voto a luglio (e il fantasma di un ‘Governo balneare’) oppure 3 mesi dopo, con pregiudizio sui tempi di adozione dei provvedimenti e nella vulnerabilità dell’esercizio provvisorio.   

Accostando il peso, in termini politici, della ‘sentenza’ di Moscovici alla mancanza di un piano di azione nazionale, ci troviamo di fronte a un’evidenza: senza nuovo Governo e determinazioni di volontà su obiettivi condivisi, il centro della partita europea si manterrà sull’asse franco-tedesco, con un doppio auspicio da Bruxelles: che l’Italia scongiuri la crisi istituzionale e rimanga un attore rispettoso all’interno dell’Unione.  

Dopo una correzione positiva delle stime sulla crescita per il 2018 (1,5%), con il Rapporto presentato agli Spring Meetings di Washington 2018 (19-22 aprile) il Fondo monetario internazionale (FMI) invita l’Italia a evitare l’incertezza politica, «consolidando la gestione dei conti pubblici» secondo una «giusta tempistica», come ha anche ribadito Vitor Gaspar, Direttore del Dipartimento Affari fiscali del FMI. Sul piano pratico, la linea da seguire consisterebbe in un contenimento della spesa pensionistica (in linea con il passato), nella redistribuzione del prelievo fiscale riducendone il carico sul lavoro e allargando la base imponibile, con un aumento di tassazione degli immobili, della ricchezza e dei consumi.

Al di là di quelle che erano le preoccupazioni pre-voto di Moscovici, poi diventate reprimenda, quali sono attualmente i maggiori impedimenti che pesano sul vuoto di governo, nella prospettiva di una politica economica al passo con quella degli altri Paesi e di un rapporto con l’UE più equilibrato? La questione è determinante rispetto alle future politiche a trazione franco-tedesca e, di conseguenza, alle prerogative nazionali di sovranità al centro dell’Eurozona.

Rinnoviamo, allora, il dialogo con il Professor Paolo Manasse, docente di Macroeconomia e Politica economica internazionale dell’Università di Bologna.

 

Professore, dopo due mesi di immobilità istituzionale, troviamo sul tavolo adempimenti urgenti in materia economica e finanziaria e misure proposte da parte di Lega e M5S (‘flat tax’ e ‘reddito di cittadinanza’) che puntano a ridurre il carico fiscale – effetto che, peraltro, non comporterebbe una riduzione automatica della disoccupazione. A livello istituzionale europeo, si registra un diffuso – e prevedibile – aumento di sfiducia nei confronti dell’Italia: le rimostranze del Commissario Moscovici sono ben più severe dell’orientamento espresso durante la fase pre-elettorale. In che cosa, allora, si può tradurre, in termini politico-economici il rilancio di una soggettività internazionale capace di assumere un ruolo entro i confini della roadmap di riforma annunciata per giugno da Francia e Germania?

Credo che le preoccupazioni europee si possano interpretare alla luce delle proposte principali che hanno caratterizzato la campagna elettorale. Da un lato, abbiamo la proposta – che sembra accomunare Lega e 5 Stelle – di abolizione della Legge Fornero; dall’altro ci troviamo con il reddito di cittadinanza e la flat tax. Pensando ai loro aspetti comuni, queste misure equivalgono, da parte dei possibili nuovi responsabili della politica economica, a un ‘salto nel buio’ rispetto al sentiero di prudenza che ha caratterizzato i governi passati. È noto che, nei prossimi 2 anni, verranno a scadere le famose clausole di salvaguardia stabilite a tutela delle promesse fatte in sede europea, con tutte le difficoltà di una loro disattivazione e copertura.

Insomma, il problema è che le nuove misure proposte da entrambi i partiti sembrano essere completamente ortogonali rispetto agli impegni assunti dall’Italia.

Quali sono le sfasature più evidenti?

Abbiamo già inscritto a bilancio una serie di aumenti dell’IVA per rispettare i vincoli imposti da Bruxelles, verso un rientro dal deficit e una progressiva riduzione del nostro debito pubblico. Invece di preoccuparci e tentare di disinnescare queste clausole di salvaguardia o, comunque, trovare risorse alternative per un ordine di grandezza di circa 10 miliardi l’anno nei prossimi 2 anni, i nostri politici sembrano volare con la fantasia, proponendo di abbassare in maniera drastica il carico fiscale senza dire come ridurrebbero le spese –senza, quindi, gravare sul bilancio -.

Oltre ad annunciare nuove misure di spesa pubblica e, in questo caso, di assistenza per i poveri che produrrebbero – a scapito dei nostri obblighi internazionali – una fuoriuscita di 30 miliardi all’anno, i nostri politici sembrano tergiversare con questa idea di abolire la Legge Fornero, che è stata , nel bene o nel male, la riforma che ha permesso di tenere sotto controllo le spese previdenziali a fronte di una popolazione che invecchia sempre di più e di un’occupazione che stenta a pagare i contributi dei pensionati.

Alla luce di tutto questo è chiaro che anch’io sarei preoccupato – e lo sono – in merito alla sostenibilità del bilancio: sembra che il dibattito politico italiano prescinda completamente dai dati di fatto e dalle stesse responsabilità che lo Stato ha assunto nei confronti di se stesso e dell’Europa.  Le nuove riforme cosiddette ‘strutturali’ – quelle di cui parla sempre Draghi: riforma del mercato del lavoro, maggiore concorrenza e competitività del sistema produttivo – sono sparite dal dibattito.

Perché?

Le forze politiche premiate dagli elettori non hanno questo tipo di priorità. Anzi, le proposte di ritornare sui passi fatti (cancellando il Jobs Act e la Legge Fornero) e quelle sulle spese ‘ad alto moltiplicatore occupazionale’ e la riduzione delle tasse metterebbero in grave difficoltà il bilancio pubblico, invalidando gli impegni già presi per il rientro del debito. Non stupisce, allora, che di fronte a queste prospettive le autorità europee esprimano preoccupazioni in rapporto alla nostra solvibilità. È chiaro, poi, che un Governo che ‘non c’è’ non potrà giocare alcun ruolo nella definizione delle possibili nuove iniziative a livello europeo: dal nuovo bilancio europeo, di cui si sta discutendo, alle riforme proposte dall’agenda del Presidente francese, Emmanuel Macron.  

Al di là delle dichiarazioni, ritiene che la strada tracciata fin qui dal Ministro Padoan sarà mantenuta?

Dipende dalla misura in cui il nuovo Governo, nei fatti, opterà per la via della prudenza oppure si avventurerà nei territori della flat tax o del reddito di cittadinanza. Se questi due impegni, forti della loro funzione di attrazione del consenso, saranno infine mantenuti davanti agli elettori, ciò non sarà compatibile con il rispetto delle regole europee. Non ci sono dubbi in proposito. Quindi l’unica speranza, da parte non solo europea, ma di quanti  hanno a cuore la stabilità e la solvibilità dello Stato, è che se questi programmi siano intrapresi – se lo saranno – con grande lentezza e progressività, e compatibilmente con oneri già molto gravosi per l’attuale finanza pubblica. Non possiamo dirlo, in quanto non abbiamo ancora nessuna idea di quale sarà il Governo in carica.

Maurizio Ferrera, docente di Scienza politica dell’Università di Milano, ha formulato l’ipotesi di una ‘Unione sociale europea’: un’ «architettura» in cui il welfare nazionale, che «non può essere sicuramente smantellato e ricostituito a livello europeo», giochi un ruolo saliente. Secondo questa configurazione, i sistemi nazionali di protezione sociale sarebbero mantenuti e garantiti gestendo e contrastando sia le esternalità trasmesse da un sistema all’altro che quelle prodotte dal mercato interno su ciascun sistema.

 Quali ritiene che siano le maggiori criticità di un modello di welfare europeo che sia capace di integrare i sistemi nazionali di protezione sociale?

La risposta breve è che è molto difficile arrivare a un modello europeo di welfare, in quanto tutti i sistemi nazionali hanno i loro problemi (pensiamo soltanto alle pensioni). Dal punto di vista politico è arduo proporre ricette nella previsione che ‘qualcuno’, in Europa, si farà carico dei costi del sistema protezione sociale di altri Paesi. Le possibilità di integrazione sono più limitate.

Ad esempio?

Penso alla portabilità delle pensioni per coloro che cambiano Paese: questo sarebbe molto utile per aumentare la mobilità internazionale delle persone. Oppure si potrebbe pensare a qualche forma di welfare o di protezione sociale a livello europeo che integri quelli nazionali: ad esempio, da parte italiana è stato proposto di integrare i sistemi di protezione sociale con sussidi contro la disoccupazione che siano in parte finanziati a liv europeo. Però queste riforme possono essere solo aggiuntive. Oggi è politicamente impensabile che si arrivi a un welfare di livello europeo, perché vorrebbe dire che qualcuno paga per gli altri. È anche qualcosa di difficilmente vendibile ai propri elettori: si tratterebbe pur sempre di passaggi limitati e aggiuntivi rispetto ai sistemi nazionali, che rimarrebbero, inevitabilmente, i principali interlocutori.

Nell’intervista del 22 marzo, ci ha parlato del rapporto esistete tra flessibilità del lavoro, tipo di impiego e produttività, evidenziando le discrepanze presenti in Italia. È possibile che l’incontro tra domanda di lavoro e produttività, in altri contesti nazionali, funzioni da esempio virtuoso all’Italia per un cambio di politica?

Sicuramente la Germania è un Paese nel quale i salari – così come la retribuzione di tutti i fattori di produzione, il rendimento degli investimenti, del capitale, ecc. – rispecchiano maggiormente la produttività. Qui si guadagna di più nei settori più produttivi perché i salari riflettono la maggiore produttività e le persone sono invogliate a cercare un’occupazione in questi settori: si va verso settori dove le risorse sono meglio impiegate, la produttività aumenta e, con essa, le remunerazioni. In Germania, il nesso tra remunerazione di salari e stipendi e produttività è migliore. Tutti gli studi disponibili sull’allocazione delle risorse mostrano che l’Italia è uno dei Paesi in cui il sistema funziona peggio. Probabilmente, ciò si deve a due aspetti.

Come già ricordavo nella precedente intervista, la contrattazione dei salari e degli stipendi avviene ancora in larga misura a livello di settore nazionale – pertanto è molto difficile che stipendi e salari riflettano la produttività delle singole aziende –. Con questa premessa, una riforma del sistema di contrattazione decentralizzato verso le imprese, da livelli nazionali a livelli locali, sarebbe oggi opportuna. In secondo luogo, considerazioni simili valgono anche per il credito: mentre oggi, in molti Paesi, esso è destinato alle imprese più produttive, in Italia le banche tendono a finanziare progetti di investimento a vantaggio delle imprese più grandi, ma non maggiormente produttive, penalizzando imprenditori con progetti più promettenti. In sintesi, c’è sia un problema di contrattazione che un problema di allocazione del credito, che funziona molto male, convogliando risorse ai settori e alle imprese secondo criteri estranei alla produttività.

Considera improbabile un futuro indirizzo di politica economica orientato a guardare con più convinzione all’esempio tedesco?

Non sembra che la Germania susciti grandi entusiasmi nel Movimento 5 Stelle né nella Lega. Spesso, le proposte di modello prendono di mira la Russia o anche Paesi più arretrati. A monte di tutto, tuttavia, non credo che tra le priorità di Lega e M5S ci sia la riforma della contrattazione aziendale… O della governance delle banche.

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