giovedì, Agosto 6

Italia-Spagna: un rapporto ‘strumentale’? Due proiezioni diverse per un vicinato ‘distante’. La dinamica dei rapporti con la Germania e l’esigenza di una mutazione monetaria di natura culturale. Intervista a Fabrizio Maronta, Redattore e Responsabile delle Relazioni internazionali di LIMES

0

Quindi gli Stati tentano, nei limiti delle loro possibilità, di riappropriarsi di quelle funzioni sovrane che avevano un po’ perduto?

Sì, e lo fanno anche in maniera un po’ surrettizia. Abbiamo assistito a un processo di aperta devoluzione che ha portato all’euro, una moneta che potremmo definire ‘in crisi permanente’, in quanto politicamente acefala, che ha il suo vertice istituzionale in un organismo tecnico e tecnocratico come la Banca Centrale europea (BCE). Tuttavia, finora non esiste una politica fiscale comune, quindi la moneta unica è una sorta di camicia di forza che continua a stare troppo stretta o troppo larga, a seconda che i Paesi crescano o meno.

In questa fase, è più facile per i Governi cercare di riappropriarsi di alcune funzioni che, allo stato attuale, patiscono una carenza di governance: a livello fiscale, di politiche sociali per le quali i territori non hanno risorse – e quindi ci vuole un ruolo perequativo maggiore dello Stato centrale contro il rischio di egoismi territoriali che impediscano una politica di redistribuzione,  con poteri e risorse magari più limitate che in passato e il relativo acuirsi delle problematiche sociali.

In questa fase storica, le dinamiche sono sfavorevoli alle autonomie territoriali. Questo provoca un grosso corto circuito: politico, ma anche culturale perché, specie in ambito europeo, veniamo da decenni di retorica (nel senso di ‘discorso’) regionalista.

Cosa significa?

Che abbiamo assistito a una ‘narrazione’ delle

Regioni in ambito europeo, finalizzata a un’idea di Europa federale in cui lo Stato avrebbe dovuto ‘annacquarsi’ a vantaggio dei due livelli immediatamente superiore e inferiore: la Regione sotto di lui e gli Stati uniti europei al di sopra. In questo senso, la dimensione statuale doveva perdere la sua centralità a favore di un dialogo diretto tra entità regionali, magari federate come Euroregioni, e le istituzioni europee. Il problema è che il superstato europeo non c’è e le Regioni – conseguentemente anche all’aumento degli squilibri socio-economici e all’impoverimento di molti territori – si trovano in difficoltà e si rivolgono, anche indirettamente, allo Stato. Se chiedono assistenza, se reclamando diritti, non potranno che indirizzarsi alla dimensione che meglio può rispondere a queste richieste, che resta – purtroppo o per fortuna, il mio discorso è neutro – lo Stato. In questa direzione va il processo non sempre esplicito, ma ben presente a livello europeo, di rimpatrio de jure o de facto di una serie di competenze. Ad esempio, esiste un grosso movimento dei Paesi nordici, capeggiato dall’Olanda che, però, dice ciò che pensa la Germania: che non vuole una maggiore integrazione fiscale, anzi vorrebbe tornare indietro su diversi aspetti, perché la moneta unica è contestata in questa sua incapacità di adattarsi a economie comunque molto diverse e apparentemente inconciliabili. Tutto questo, in fondo, che cos’è? È una richiesta di ritorno a una dimensione più statuale, più intergovernativa.

Come si riflette, in Italia, questa tendenza?

Ci troviamo un po’ ‘nel mezzo’: nel nostro Paese, il regionalismo è un modello incompiuto, non essendo né un federalismo esplicito (o implicito, come è, per certi versi, il caso spagnolo) né dichiaratamente centralistico come – nonostante una parziale devoluzione – è sempre stato quello francese. Peraltro, quando facciamo le riforme non le facciamo fino in fondo (pensiamo all’abolizione delle Province) e manteniamo una forma ibrida, seguendo a portarci appresso il dualismo economico Nord/Sud.

l’Italia, in tale aspetto, risulta essere il ‘vaso di coccio’. In una fase di transizione come questa, potrebbe anche essere un vantaggio: possiamo avere il ‘lusso’ di virare da una parte o dall’altra, purché lo si faccia – dipende dal futuro assetto politico.  Di certo, il Titolo V della Costituzione, come riformato, non ci aiuta: abbiamo creato un ‘mostro giuridico’, che riserva competenze esclusive in capo a enti che poi, di fatto, non hanno i soldi per adempierle.

La riforma dell’Eurozona si presenta come un insieme di meccanismi strutturali che potrebbero risentire, per essere definiti e applicati, di un deficit di volontà politica. Ritiene che il consenso sarà raggiunto?

Sull’eurozona sono, mio malgrado, pessimista. Il discorso è questo (non lo faccio solo io). L’approccio teorizzato da Jean Monnet, secondo il quale la funzione (ossia: creare situazioni di fatto che, poi, richiedano l’esistenza di istituzioni per governarle) ‘provoca’ l’istituzione, si è inceppato con l’euro.

La logica funzionalista si declina secondo la seguente inferenza: creiamo la moneta senza un governo, perché prima o poi necessiterà di un governo. La moneta, storicamente, è sempre stato uno strumento di politica, non è mai stato fine a se stesso: l’euro nasce, appunto, senza un governo, perché la BCE può fare, tutt’al più, politica monetaria. Non può, invece, fare politica fiscale, vale a dire la politica a cui la moneta, storicamente, è sempre stata legata. Ciò può esser fatto solo da un Governo, perché si tratta di vera e propria ‘politica’, non è una gestione tecnica della moneta: un governo europeo può creare il  Ministro delle Finanze europeo, federalizzare e, quindi, ‘espropriare’ gli Stati della loro sovranità negli ambiti necessari a un vero governo della moneta. Questo non si è fatto, e abbiamo avuto la crisi della moneta e del debito sovrano, gli effetti sulla coesione dell’Eurozona, la tragedia della Grecia.

C’è stata, invece, una imposizione per vie traverse della ricetta tedesca dell’attivo commerciale (la Germania, da sempre, è una potenza esportatrice e la sua base industriale viaggia sull’export): mandiamo in attivo commerciale tutta l’Eurozona e si ‘germanizzeranno’.

A cosa si riferisce esattamente?

A una ‘crasi’ strana che ha solo la Germania: ‘mercatismo’, liberismo economico e parallela ossessione per i conti pubblici in ordine. Questa cosa è stata fatta, ma in via intergovernativa. C’è stato un negoziato o, peggio, uno scontro tra Governi nel quale ha avuto la meglio il ‘peso massimo’: la Germania in questo caso, poi i Paesi coinvolti nella sua catena del valore (nordeuropei in testa). E tutto questo suo malgrado:  la Germania non aveva nessuna intezione di svolgere questo ruolo di leadership.

Un paradosso…

Per l’appunto: ci si è trovata e lo ha fatto meno peggio che ha potuto.  Ora, toccata dolorosamente con mano  l’evidenza storica che la moneta ha necessità di un governo, a questo punto siamo a un momento in cui o questo governo si crea oppure l’euro, così com’è, può durare finché va tutto bene. Se ci sarà un’altra crisi grossa, lo strumento della politica monetaria è già un po’ usurato (con la BCE che tra l’altro ha i margini di politica monetaria estremamente assottigliata, perché ha comprato titoli del debito pubblico per una cifra superiore ai 1000 miliardi di euro, ha tenuto i tassi bassi per tanto tempo; anche le altre banche centrali hanno tutte le armi un po’ spuntate).

Oggi, nonostante il riformismo di Macron (improntato a una ricercata ‘grandeur’ di matrice gollista) l’asse franco –tedesco rimane molto sbilanciato a favore della Germania e la Francia, molto meno competitiva, soffre di questa diminutio, di cui Hollande (Presidente ‘normale’) è stato un po’ l’archetipo.

In questo scenario, la Spagna è un caso un po’ particolare.

Come si è comportata?

Direi che ha fatto… I compiti. Con l’attuale Governo, detestato da molti spagnoli, è un paese mediterraneo e atlantico allo stesso tempo – ediversamente dall’Italia.

La Spagna è, innanzitutto, un paese fortemente socialmente conservatore. Zapatero ha rappresentato, non dico una parentesi, ma un’espressione collettiva ben distinta dalla Spagna profonda, che è quella di Rajoy: democristiana, cattolica e, anche, Spagna ‘nordica’: cioè quella che non vuole (anche per ragioni storiche di uno Stato nazionale unificato con la forza prima di molti altri) finire completamente nel novero dei Paesi mediterranei (i cosiddetti PIGS).

Fino ai primi anni Novanta, gli spagnoli avevano l’Italia come termine di paragone: eravamo quelli da raggiungere. Oggi, invece, siamo il termine negativo. Cos’hanno fatto allora? Si sono applicati l’austerità – vediamoci pure una forma di ‘disciplina sociale’. Nonostante un assetto molto federale, gli squilibri territoriali e una crisi immobiliare che veramente non ha avuto eguali in Europa,  hanno applicato le ricette dell’austerity seriamente, e senza fiatare. Oggi hanno i fondamentali macroeconomici in ordine, ricominciano ad esportare, ecc… Il concetto spagnolo è: noi abbiamo fatto tutto questo per stare nel gruppo di testa.

Quindi credo che – ciò è anche frutto di un interscambio avuto nel corso degli ultimi anni -, se veramente le cose si mettono male  (estremizzando: si spacca l’euro o subiamo un nuovo attacco speculativo perché non riusciamo a fare un Governo, oppure per le scelte del Governo), gli Spagnoli ci salutano, come del resto ci hanno salutato sulla questione migratoria.

Rispetto al problema di gestione dei flussi, la Spagna nel recente passato ha chiuso i porti, ma adesso sta, di fatto, assorbendo i flussi dal Marocco e, in parte, dalla Tunisia…

E’ vero: oggi gli spagnoli si trovano di fronte alla ripresa della rotta occidentale. Però, all’apice della nostra crisi legata ai flussi – che, appena si rimette il tempo, riprenderà con nuovi sbarchi dalla Libia – gli spagnoli sono stati – mi è stato detto esplicitamente – ben lieti che il gruppo di Visegrád e l’Austria andassero avanti a fare il lavoro sporco, perché non avevano nessuna intenzione di sobbarcarsi oneri in merito.

Sono, inoltre, ben felici di fare gli accordi con il Marocco e di avere le enclavi di Ceuta e Melilla, che gli permettono di controllare il lato meridionale dello Stretto. Il punto è quello. La Spagna ha subito una forte crisi dello Stato sociale e ha una base fiscale più bassa rispetto a quella tedesca. I tedeschi, nei primi anni 2000, si sono potuti permettere di precarizzare 1/5 della forza lavoro (i cosiddetti ‘mini-jobs’) per assorbire le oscillazioni della domanda estera. Ma la Germania è un Paese di 82 milioni di abitanti che fa pagare le tasse a tutti e che si è rimesso in grado di esportare. La Spagna non se lo può permettere: non vogliono, per ragioni politiche, diventare uno Stato-cuscinetto come lo siamo noi in questo momento: la Francia chiuderebbe i Pirenei e non passa più nessuno, come accade oggi a Ventimiglia o a Bardonecchia.

Ritiene possibile un’unione di Spagna e Italia, con l’appoggio franco-tedesco (esternato nell’incontro all’Eliseo del 18 gennaio scorso), per una trazione a 4 nella riforma dell’Eurozona?

Non vedrei la cosa così netta: non ci sono quelli che vogliono la riforma e l’Europa federale e, dall’altro lato, quelli che non la vogliono. Cosa vuol dire, qui, riformare? L’unica riforma vera e sostenibile nel medio termine è una mutazione in senso federale di alcune politiche fondamentali, a cominciare da quella fiscale. Ecco il passo definitivo concepito da Monnet, Adenauer o De Gasperi: la federalizzazione. Ammesso che questo sia tecnicamente possibile nel lungo periodo (una delle damnationes dell’area monetaria europea è che non è ‘ottimale’: raggruppa Paesi fra loro molto diversi, cosa che non era quando la Svizzera si unificò o quando i tedeschi, nel 1834, fecero l’unione doganale – ‘Zollverein’), la  vera domanda è: c’è la volontà politica di farlo? Secondo me questa volontà non c’è, e questo è il vero dramma.

Perché?

Nessuno lo dice apertamente, perché significherebbe prendere atto di un fallimento grosso, che ha implicazioni pesanti nell’immediato: attacchi speculativi, ma anche, in prospettiva, rivedere completamente gli obiettivi e le modalità di integrazione europea. Spero vivamente di sbagliarmi, ma la soluzione a costo zero, a questo punto, non c’è. Ed  è chiaro che una soluzione di questo genere implica ciò che i tedeschi aborrono, cioè l’unione dei trasferimenti.

Il punto fondamentale è che la cultura politica e quindi monetaria e fiscale dei Paesi che condividono l’euro è molto diversa. I Tedeschi vogliono un euro che somigli al loro marco occidentale: la moneta della bassa inflazione e della competitività. Non quella che comporti svalutazione della moneta, ma quella attuata con moderazione salariale secondo il modello del capitalismo renano. Noi ed altri continuiamo a perseguire modelli diversi: non siamo stati capaci o non abbiamo voluto uniformarci a quel modello.

L’Italia ha continuato ad avere rapporti fiscali e commerciali in Europa dopo l’avvento dell’euro come se l’euro non ci fosse stata, ma questo, con una moneta unica, ha creato il corto circuito di cui parlavo. Allora, occorre che tutti, coralmente, unifichino le teste – che era ‘filosoficamente’ un po’ l’idea tedesca – secondo una ‘mentalità’ monetaria.  Ciò poteva venire in monte solo un Paese come la Germania (Ovest), in cui la moneta non era una cosa come un’altra, bensì un pezzo dell’identità nazionale e uno strumento di ‘resurrezione’ post-bellica.

Occorrerebbe, in altre parole, un’affinità culturale maggiore di quella esistente attualmente, oltre al fatto che, a quel punto, fiscalmente l’Unione funzioni in modo federale.

Visualizzando 2 di 3
Visualizzando 2 di 3

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.