domenica, Settembre 27

Italia-Spagna: un rapporto ‘strumentale’? Due proiezioni diverse per un vicinato ‘distante’. La dinamica dei rapporti con la Germania e l’esigenza di una mutazione monetaria di natura culturale. Intervista a Fabrizio Maronta, Redattore e Responsabile delle Relazioni internazionali di LIMES

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Mentre la riforma dell’Eurozona, rilanciata con l’incontro franco-tedesco del 18 gennaio, sembra aver subito una nuova battuta di arresto, i favori verso la secessione della Catalogna, nel discorso politico dei vari Paesi, sono rientrati nell’arco di pochi mesi dagli eventi che, nell’ottobre 2017, infiammarono la Spagna.

Al di là delle retoriche politiche sovraniste centrate sul recupero delle istanze dei ‘popoli’ europei, le circostanze ‘culturali’ si commisurano a condizionalità legate, in un frangente storico che soffre dell’incertezza di un’Europa acefala, a una culturamonetaria’ inerente a precise scelte di politica economica, in uno scenario di affiliazioni tutt’altro che scontate.

 Italia e Spagna, cugineincrociate’ nella storia europea, appaiono oggi distanti da più punti di vista. Non si tratta, qui, unicamente di aspettative, ma di indirizzi divergenti che toccano le priorità dell’Unione e le strategie nazionali.

Dalle posizioni espresse sulla secessione catalana, al barometro degli ingressi, dall’adattamento all’austerity  a un ruolo attivo nella riforma dell’Eurozona, assistiamo a due diverse proiezioni: in un caso, euroatlantica e, nell’altro, euromediterranea. Entrambe sembrano indicare un progressivo allontanamento di due Paesi vicini in un’area geografico-culturale comune, che faticano a ritrovare il dialogo.

Ce ne parla Fabrizio Maronta, Redattore e Responsabile delle Relazioni internazionali della rivista ‘LIMES’.

 

Dottor Maronta, quanto può pesare l’opinione politica assunta, in Italia, rispetto alla crisi catalana, nella prospettiva di quelli che potranno essere i futuri orientamenti del nostro Governo e la bontà dei rapporti con la Spagna sia in termini di vicinato che di spazio comune europeo?

Non credo che la crisi catalana influirà particolarmente sui rapporti italo-spagnoli e, più in generale, su quelli che legano la Spagna al resto dell’Europa. Ciò per due ragioni fondamentali. Innanzitutto, la crisi catalana appare conclusa, un po’ per il modo in cui si è mosso il Governo catalano guidato da Puigdemont, un po’ per il fatto che quelle istanze non trovano alcun tipo di supporto, a livello unionale né di altri Governi, per quanto nominalmente favorevoli alle istanze territoriali (come nel caso di un eventuale Governo italiano con un a forte presenza della Lega). C’è poi la scontata durezza della reazione del Governo centrale di Madrid.

In base ai colloqui avuti con studiosi (catalani e non) che hanno approfondito la questione, se da un punto di vista sociale e politico le istanze di autonomia restano – comprese, in alcune frange dell’elettorato catalano, le istanze indipendentiste -, di fatto la questione catalana risulta, come minimo, ‘congelata’ a lungo termine.

Quali sono state le ‘mosse false’ da parte dei politici catalani, rispetto al tentativo di scardinare l’assetto ordinamentale dello Stato spagnolo?

Il modo in cui si è risolto il referendum e, soprattutto, le conseguenze di natura economica che la Catalogna ha subito hanno fortemente depotenziato la carica eversiva dei fatti dello scorso ottobre. Pertanto, non credo che avremo, nel medio termine – da qui a i prossimi 10/15 anni -, una possibile influenza della questione catalana.

Ci sono, certo, gli strascichi giudiziari e politici, che significano per la Spagna dover mettere mano, anche al di là della questione catalana, a un assetto costituzionale ‘di compromesso’, che ha già mostrato i suoi limiti. Quella del 1978 è, infatti, una sorta di ‘Costituzione transitoria’ perché dà quel tanto (o poco) di autonomia possibile nell’ambito di una transizione post-franchista che prevedeva il passaggio da uno Stato eccessivamente centralizzato all’istituzione di autonomie territoriali. Queste ultime, però, sarebbero state ‘riempite’ di contenuti nel tempo e in maniera piuttosto diseguale da Regione a Regione a seconda della forza dei movimenti locali regionali e delle capacità di influenza o ricatto che le politiche regionali avevano sul Parlamento centrale delle Cortes. Tali capacità derivano dal peso demografico (perciò, da quanti deputati esprimono le Regioni), dall’influenza economica e dalla capacità di mediazione delle singole figure politiche. Puidgemont non ha la stessa statura dei suoi predecessori ed è diventato ‘rivoluzionario per caso’, non avendo nessuna voglia di ritrovarsi al centro della vicenda: c’è stato un po’ spinto dall’estremismo della Candidatura di Unità Popolare (CUP), delle frange più squisitamente indipendentiste e politicamente responsabili, in fin dei conti, del Parlamento catalano, senza contare gli oggettivi problemi di ordine pubblico relativi al sostegno dei partiti baschi i cui esponenti sono legati all’ETA.

Parliamo di una questione che gli ultimi eventi sembrano avere riportato al suo alveo originario: una questione interna alla Spagna, a cui ora l’Europa – intesa sia come organismi comunitari che come singole cancellerie – guarda con minore preoccupazione, avendone constatato il depotenziamento. Per come si è sviluppata, la crisi catalana è letta secondo una sostanziale partigianeria a vantaggio del Governo di Madrid – come, del resto, è stato fin dal principio.

Qualsiasi Governo arrivi in Italia, non credo che, su questo aspetto, farà la differenza. Immaginando uno sviluppo in cui Lega e Movimento 5 Stelle abbiano un ruolo importante, i secondi non abbandoneranno la loro retorica massimalista per ciò che riguarda i diritti dei ‘popoli’ in generale, ma è evidente che non sono un partito secessionista… Anzi: l’esito elettorale ha fotografato un loro radicamento in Italia che mi sembra escludere posizioni favorevoli a istanze di tipo secessionistico o anche fortemente autonomistiche.

La Lega rimane, certo, il partito portavoce della questione settentrionale, che in Italia ha avuto, specie negli ultimi 2 o 3 lustri, un’evoluzione sul lato prettamente fiscale. Il tentativo di Matteo Salvini di disfarsi di Bossi – tentativo riuscito, nazionalizzando la Lega – , ma soprattutto di sottrarre la leadership del Centrodestra a Berlusconi e prenderne i voti, esclude che possa ricollocarsi su posizioni tanto secessionistiche da sposare la causa catalana: sarebbe un suicidio politico, anche nell’ottica interna.

In sintesi, oggi i catalani sono soli di fronte a un Governo centrale che ha fatto quadrato e ha giocato anche sui loro errori: sul pressapochismo organizzativo del referendum e sul carattere un po’ pavido di una leadership politica trascinata, dalla sua frangia estrema, in un confronto che non voleva essere portato a quel livello. La Catalogna rimarrà una questione aperta, che chiama in causa quella più vasta dell’assetto istituzionale (e costituzionale) spagnolo, ma che ‘resta lì’.

Da ciò, pare di capire che la questione non impatta sul processo di formazione del consenso da parte delle forze politiche che, in Italia e in altri Paesi chiedono, con varie gradazioni, più decentramento e autonomia nel senso di una più marcata regionalizzazione dello spazio europeo?

In realtà, in questo momento assistiamo esattamente al processo opposto. Non dico che non ci siano istanze regionali: sicuramente ci sono, più o meno forti secondo il radicamento storico, economico e sociale delle questioni regionali nei rispettivi contesti nazionali. Esse continuano a far parte del panorama politico e istituzionale dei singoli Stati europei, ma viviamo un’epoca di accentramento. La Francia è un esempio significativo: Paese tradizionalmente centralista, che aveva fatto concessioni ai regionalismi fino a lambire l’Ile de France (cuore dell’Esagono), non si è mai spinto tanto in là e oggi tende a riaccentrare, soprattutto con Macron. La Germania, Paese federale, non può farlo più di tanto.

A cosa dobbiamo questa inversione di tendenza?

Fondamentalmente, la cifra complessiva di queste tendenze, che variano da un contesto all’altro, ha a che fare con un’erosione della sovranità statale dovuta a molteplici fattori soprattutto di natura economica (penso al ruolo della finanza che, dagli anni Ottanta in poi, ha sorpassato la capacità degli Stati di governare l’economia e i fenomeni finanziari che ad essa si associano).

La fase attuale, a prescindere dai dati macroeconomici generali, vede un ripiegamento delle società espresso con trasparenza, a livello elettorale, un po’ ovunque. Ciò è dato dal fatto che le società occidentali sono impaurite dagli effetti della globalizzazione e, in generale, smarrite a causa della atomizzazione che le ha caratterizzate negli ultimi tempi con la scomparsa delle grandi categorie politiche e sociali. Come sappiamo, il discorso è vasto. Tutto questo ‘percola’, politicamente, in una fondamentale richiesta di protezione che continua ad avere nella forma statuale il suo contesto più compiuto.

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