domenica, Marzo 24

Italia, Russia e sanzioni Il nuovo governo populista e sovranista ne vorrebbe la revoca. Ci sono buone ragioni per non credere che sia un peccato mortale

0

Governare l’Italia, come sosteneva un noto conoscitore dei suoi polli, sarà anche inutile e non solo difficile. Indro Montanelli (perché è di lui che si tratta, per chi non lo sapesse) era evidentemente pessimista al riguardo, benchè forse qualche speranza di venire prima o poi smentito la nutrisse. La strana coppia che si è appena assunta l’arduo compito merita comunque di essere messa alla prova come chiunque altro, in democrazia. E l’intero Paese, non solo chi l’ha messa in grado di farlo col proprio voto (non incaricata e tanto meno eletta, come spesso si dice erroneamente in simili casi), merita e anzi idealmente esige che la prova si svolga in modo onesto sotto ogni aspetto.

Sul banco di prova che attende il governo della coalizione chiamata chissà perché gialloverde campeggia fin d’ora la politica estera, per la prima volta, si direbbe, nella storia della Repubblica. E sia pure grazie ai suoi molteplici e stretti legami con la problematica interna, con in testa quella economica sempre scottante, e compresa naturalmente la sfida, inedita per le sue dimensioni, dell’immigrazione tendenzialmente di massa.

Ben prima di salire alla ribalta soprattutto per la sterzata che sta imprimendo alla linea ufficiale riguardo a quest’ultima, uno dei due leader reali del nuovo governo, Matteo Salvini, si era messo in luce anche all’estero esibendosi sulla Piazza rossa di Mosca con la scritta “I love Putin” sulla maglietta. Incurante del quanto meno discutibile trattamento degli oppositori e dei critici interni da parte del signore del Cremlino, dichiaratamente ostile agli agitatori di piazza in qualsiasi Paese oltre che campione da molti ammirato della “democrazia illiberale”, il condottiero della Lega era andato a solidarizzare con lui dopo la riconquista russa della Crimea e l’inizio dello scontro tra Mosca e l’Occidente anche a causa del multiforme aiuto russo ai separatisti ucraini del Donbass.

Vladimir Putin, a quanto risulta, non l’aveva ricevuto personalmente ma aveva mostrato di apprezzare, ovviamente, la visita e i gesti del populista e sovranista italico, più che mai in rotta col governo di Roma succube a suo avviso dell’Unione europea e degli USA (non c’era ancora un Donald Trump alla Casa bianca) e colpevole in particolare di aderire alle sanzioni inflitte alla Russia. La quale vi reagiva, come reagisce tuttora, mediante ritorsioni ulteriormente penalizzanti per l’economia italiana. Salvini, d’altronde, restava pur sempre un alleato per quanto scalpitante di Silvio Berlusconi, grande amico personale del “nuovo zar” e anch’egli non proprio europeista per la pelle in ogni stagione.

Con un analogo apprezzamento o compiacimento Mosca ha del resto accolto contemporanei o successivi approcci da parte di esponenti del Movimento cinque stelle, più o meno convergente con la Lega sugli indirizzi di politica estera. Che poi le due formazioni più combattive dell’opposizione ai governi italiani di centro-sinistra si siano altresì guadagnate anche qualche sovvenzione russa (in un periodo, peraltro, di vacche magre per la Federazione post-sovietica afflitta da un’ennesima crisi economica) è stato immancabilmente insinuato o sospettato da varie parti, senza però il suffragio di prove provate.

Adesso, dopo lo stravolgente verdetto delle urne e il cambio della guardia a Palazzo Chigi e dintorni, lo schieramento europeista e atlantista non appare affatto rassicurato dall’avvento alla Farnesina di un personaggio sperimentato come Enzo Moavero Milanesi, probabilmente tra quelli la cui designazione ha convinto il presidente Sergio Mattarella a dare via libera alla nuova compagine governativa in quanto garante di un minimo di continuità. Uomini politici anche solitamente miti sparano a zero sui mutamenti di rotta già intrapresi o appena abbozzati, preannunciati o comunque temuti, col pieno sostegno di organi di stampa tra i più autorevoli anche se non marcatamente di parte.

Tra i bersagli spicca naturalmente il paventato allontanamento da Bruxelles, certo ancora temibile in qualche misura, nonostante le copiose rassicurazioni dei responsabili, se non altro perché Paolo Savona, vero o presunto demonizzatore impenitente dell’euro e impedito perciò dal Quirinale di accedere al più importante dicastero economico, è stato curiosamente compensato con l’assegnazione agli Affari europei, già Politiche comunitarie. Ma gli strali sono altresì piovuti, forse ancora più numerosi e acuminati, sul denunciato pericolo di una svolta ancora più epocale, di un rovesciamento delle alleanze che non sarebbe inedito, certo, nella storia nazionale, ma viene tendenzialmente quasi equiparato ad un tradimento della patria.

Si tratta appunto del proposito attribuito al nuovo governo gialloverde di svincolarsi dalla solidarietà e dagli impegni atlantici oltre che euroccidentali per gettarsi nelle braccia più o meno accoglienti della Russia putiniana: un passaggio dalla parte del nemico che sarebbe già prefigurato, praticamente, nell’avversione ormai aperta al mantenimento delle sanzioni contro Mosca. E che a rendere poco plausibile per un verso e a sdrammatizzare per un altro non bastano, sembrerebbe, le visite di Luigi Di Maio nelle capitali politiche e finanziarie dell’Occidente, le dichiarazioni d’amore di Salvini anche per Trump e gli elogi dell’attuale presidente americano al “bravo ragazzo” Antonio Conte.

In un dibattito nazionale che non manca di assumere i familiari toni infuocati sono dovute intervenire autorevoli voci straniere per ridimensionare accuse e paure. Lo hanno fatto in particolare, in tema di europeismo italiano, alcuni tra i massimi dirigenti tedeschi, probabilmente mossi, va detto, anche da un comprensibile opportunismo tattico. Merita invece il dovuto rilievo, riguardo alle sanzioni, quanto dichiarato in una recente intervista da un diplomatico francese, Pierre Vimont, già ambasciatore a Washington e poi primo segretario generale esecutivo (2010-2016) del Servizio attività esterne dell’Unione europea.

Comparsa online col già significativo titolo “Esperto dell’UE non così sicuro che le sanzioni alla Russia scompariranno presto”, l’intervista apre affermando che Conte si è limitato a ribadire una “posizione assunta dall’Italia già quando le sanzioni furono adottate”. E prosegue ricordando che l’allora premier Matteo Renzi “era messo un po’ a disagio” da esse e “più volte tentò di bocciarle”. Vimont riconosce, d’altronde, che l’attuale governo di Roma avanza molte richieste nei confronti di Bruxelles oltre alla revoca delle sanzioni, per cui si potrebbe arrivare ad “una sorta di mercanteggiamento”.

Compatibile, si direbbe, con la politica della UE verso la Russia che è sempre “basata su due gambe”: da un lato “dobbiamo mostrare fermezza, proprio sulle sanzioni”, dall’altro “cerchiamo il dialogo”. Un gioco difficile e complicato, insomma, ma nel quale dobbiamo insistere, secondo il predecessore di Federica Mogherini, mantenendo un certo “equilibrio tra le sanzioni e il dialogo” e senza escludere che, manovrando tra i diversi tipi di sanzioni (economiche oppure a carico di singole imprese o personalità russe, ecc.), si potrebbe modificarne il quadro in un modo o nell’altro a seconda delle necessità.

Vimont, che non nasconde di considerare comunque le sanzioni politicamente legittime e giustificate sotto il profilo del diritto internazionale, si limita ad escludere che possano essere revocate in blocco a breve o anche lungo termine. E minimizza alquanto, per la verità, le pressioni in questo senso sostenendo che esse provengono solo da una minoranza di membri dell’Unione e passando sopra, sembrerebbe, alla crescente insofferenza in un grosso calibro come la Germania. Neppure si nasconde, però, il problema che potrebbe sorgere qualora fossero proprio gli USA, finora principali promotori delle sanzioni, a revocarle unilateralmente ignorando le specifiche ragioni degli alleati europei per mantenerle.

Il comportamento di Trump, imprevedibile quanto si voglia, resta tale o addirittura si accentua rendendo plausibile una simile eventualità dopo il colpo di scena di pochi giorni fa. Quello che ha visto l’inquilino della Casa bianca sorprendere tutti con la proposta di riammettere la Russia nell’ex G8 tornato G7 appunto con la sua espulsione in seguito all’annessione della Crimea, dopo l’ammissione nel più esclusivo club occidentale (comprendente il Giappone ma non la Cina, per dire) della principale erede della defunta Unione Sovietica.   

Di tutto ciò mostrano di non tenere alcun conto quanti in Italia attaccano a fondo l’offensiva dei nuovi governanti contro le sanzioni quasi che si trattasse di un peccato mortale. Come, tanto per non fare nomi, i due maggiori quotidiani nazionali, gli stessi che, a suo tempo, avevano rimproverato anche a Renzi di alzare troppo la voce contro Bruxelles, dando l’impressione, oggi come ieri, di strumentalizzare vere o presunte trasgressioni dei più sacri principi e doveri contro governi sgraditi in partenza, o non più graditi, per motivi diversi da quelli accampati senza eccessivi scrupoli di pertinenza e rispetto della realtà.

Si è potuto così sentire una settimana fa, a Prima pagina di Radiotre, un noto giornalista de “La Repubblica”, interrogato da un ascoltatore, sostenere in tono grave e severo che le sanzioni sono sacrosante e intoccabili perché la Russia si è impadronita della Crimea con la forza infrangendo la legalità internazionale e imponendo il proprio dominio ad una popolazione locale la cui componente russa è solo minoritaria. E’ raro però che situazioni e problemi per loro natura complessi si prestino a simili semplificazioni senza forzature che finiscono col travisarli, senza parlare poi delle vere e proprie falsità più o meno consapevoli.

Che violazione della legalità internazionale ci sia stata, nella fattispecie, è innegabile, almeno nella misura, non certo elevata, in cui le relative norme esistano e siano per lo più osservate. Sono comunque norme che entrano spesso in conflitto insanabile con le realtà di fatto. L’atto di forza russo è avvenuto ma è andato a buon fine, non a caso, senza colpo ferire, al di là della mascheratura inscenata per coprirlo. Se da parte ucraina non c’è stata alcuna resistenza armata, il grosso della popolazione locale ha salutato l’evento con favore o addirittura entusiasmo per il semplice motivo che i russi vi rappresentano non una minoranza ma la maggioranza, mentre delle due minoranze la più malcontenta era e rimane sicuramente quella costituita dai tatari, pesantemente perseguitati a suo tempo sotto l’URSS.

Quella ucraina, invece, in maggioranza russofona come buona parte dell’Ucraina, guarda spesso più a Mosca che a Kiev per un complesso di motivi, storici e culturali, ideologici e sentimentali, il che vale del resto anche per il Donbass disputato con le armi ormai da quattro anni, e forse altre zone ucraine ancora. L’esito del referendum popolare che ha preceduto l’annessione, in qualche modo legittimandola, era perciò verosimilmente scontato non solo perché organizzato su due piedi e controllato dalle nuove autorità.

Ben più ancora dell’Ucraina nel suo complesso, inoltre, la Crimea è legata alla Russia dalla sua storia anche antica, per cui può essere considerato un atto arbitrario piuttosto quello con cui Nikita Chrusciov, successore ucraino di Stalin alla guida dell’Unione Sovietica, la staccò dalla Repubblica federata russa cui apparteneva per trasferirla in quella ucraina, che la conservò così dopo il decesso dell’URSS e la propria separazione da Mosca, pur concedendo in affitto alla Russia la locale base navale di Sebastopoli. Sotto il regime sovietico, peraltro, l’autonomia delle singole repubbliche federate era più simbolica che reale data la prevalenza schiacciante del potere centrale abbinata alla funzione unificante del partito comunista.

Da ricordare, infine, che l’intervento russo in Ucraina nel suo complesso è avvenuto in reazione alle denunciate interferenze dell’Occidente o di alcuni Paesi occidentali nella politica interna ucraina che avrebbero contribuito a provocare la “rivoluzione di Maidan” a Kiev e la conseguente svolta antirussa dei nuovi dirigenti ucraini. Interferenze dirette o indirette che in qualche misura vi sono probabilmente state pur non essendo facilmente documentabili e che rientrano in un gioco ormai abituale da ogni parte, ora semmai intensificatosi anche grazie alle più moderne tecnologie e nel quale la Russia stessa sembrerebbe impegnata come se non più di ogni altro, con sviluppi dei quali resta da accertare la portata.

Nel gioco rientra del resto, verosimilmente, anche l’intervento di Mosca in Siria, addotto dal giornalista sopra citato come ulteriore pezza giustificativa delle sanzioni benchè sia stato compiuto non solo per salvare un regime amico che minacciava di crollare ma anche, e forse ancor più, per scongiurare un’ulteriore dilagare dello Stato islamico o Califfato, da tutti temuto ma ancora non sufficientemente contrastato sul campo. Neppure da parte degli USA sotto la presidenza di Barack Obama, dopo tanti interventi americani in Medio Oriente, Africa ecc., più o meno criticati quando non apertamente condannati non solo dalla Russia.

Alla quale, dunque, si può rimproverare al massimo di avere assunto o di aspirare ad un ruolo paragonabile a quello tradizionalmente svolto finora dal vecchio rivale (il ruolo del gendarme planetario, se si vuole), tanto più adesso che persino una rivista come l’’Economist’, tutt’altro che tenera nei confronti della Russia di Putin sotto ogni aspetto, scrive che Mosca è seriamente impegnata nel Medio Oriente in veste di pacificatrice e arbitra tra tanti attori così diversi e spesso aspramente contrapposti, sforzandosi di accontentare un po’ tutti.

Un compito dei più improbi, naturalmente, del quale il “nuovo zar” e i suoi collaboratori rischiano di non mostrarsi all’altezza su tutti i terreni. E la cui assunzione va messa tuttavia anch’essa nel conto quando si giudicano i comportamenti di qualsiasi Stato con il connesso dovere di distinguere, quando necessario, tra il Paese e il suo regime. Col pericolo, altrimenti, di favorire sia pure involontariamente il secondo, qualora non piaccia, a danno del primo.      

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore