giovedì, Ottobre 29

Italia nel tunnel della vecchiaia, alla faccia dei natalisti ignoranti Demografia e futuro dell’Italia - 1° parte: fino al 2100 continueremo invecchiare

0

A metà settembre dello scorso anno giornali e televisioni hanno dato grande spazio alla polemica tra Matteo Salvini e il Ministro degli Esteri del Lussemburgo Jean Asselborn, al vertice di Vienna a proposito delle migrazioni, ma pochi si sono soffermati sul significato delle parole del Ministro italiano «Se in Lussemburgo avete bisogno di nuova immigrazione, in Italia preferisco aiutare gli italiani a tornare a fare figli».

La contrapposizione tra politiche nataliste e flussi migratori dimostra la sua superficialità e l’assoluta incapacità di affrontare queste tematiche partendo da una seria riflessione sulle problematiche demografiche italiane e mondiali.

Qualsiasi politico serio dovrebbe essere consapevole della necessità di progettare il futuro partendo da quello che gli studiosi prospettano per il domani dal punto di vista della ricerca scientifica, delle prospettive economiche, ma principalmente di quelle ambientali e demografiche.

Quanti saranno gli abitanti, quale la struttura della popolazione e quale il suo rapporto con le risorse ambientali (in continuo mutamento)? Un politico che non parta da questi dati potrà in modo demagogico ottenere il successo sul breve periodo, ma senza dubbio prepara disastri per le nuove generazioni.

La demografia è in grado oggi non solo di leggere il presente, ma di darci previsioni più che attendibili rispetto al futuro.

Non si può non partire dal World Population Prospects,  lo studio della Population Division del Department of Economic and Social Affairs  delle Nazioni Unite, che in un documento del 2015 ha proiettato al 2100 le previsioni di crescita della popolazione e della sua suddivisione sul pianeta.

Si prevede una crescita disomogenea della popolazione fino al 2100, quando finalmente ci sarà una tendenza alla stabilizzazione.

Quello che colpisce subito in queste previsioni è la moltiplicazione della popolazione africana, destinata in meno di un secolo a quadruplicarsi, e la diminuzione di quella europea: un continente in crisi demografica e l’altro ancora pienamente all’interno della crescita legata alla transizione demografica. 

Se poi riflettiamo anche sui fenomeni climatici che stanno determinando la desertificazione di consistenti aree dell’Africa, non ci si può non chiedere: ma veramente c’è chi pensa di poter fermare le migrazioni con i blocchi navali?

Appare inevitabile che nel secolo in corso continuino a verificarsi fenomeni migratori che possano determinare una certa attenuazione della pressione demografica in Africa e una parziale compensazione della riduzione demografica europea.

Basta confrontare le attuali piramidi della popolazione europea e nigeriana per capire la differenza tra una popolazione che tende all’invecchiamento e al ridimensionamento  ed una giovanissima e in crescita impetuosa.

Osservando la piramide della popolazione mondiale riusciamo a capire come in realtà la crescita della popolazione sia nel complesso abbastanza equilibrato, ma tutto ciò è la somma di due situazioni profondamente squilibrate: l’Africa subsahariana con tassi di fecondità intorno al 6 e ancora lontana da un regolare controllo delle nascite e l’Europa troppo vecchia e con un grave squilibrio tra popolazione attiva (tra i 15 e i 65 anni) e inattiva (fino a 15 anni e oltre i 65).

Se l’Europa si presenta come un continente vecchio, quella italiana è indubbiamente una delle popolazioni più vecchie, con l’indice di vecchia (il rapporto di coesistenza tra la popolazione anziana, 65 anni e oltre, e la popolazione più giovane, 0-14 anni; valori superiori a 100 indicano una maggiore presenza di soggetti anziani rispetto ai giovanissimi) in costante crescita a partire dagli anni Cinquanta. Questo è uno dei grandi problemi dell’Italia, che ha un saldo naturale costantemente negativo dal 1993, compensato fino al 2014 dal saldo migratorio che, però, da quel momento non è stato più sufficiente e la popolazione è costantemente diminuita dal 2015 (toccando i 60 milioni 391 mila all’inizio del 2019).

(la seconda parte dell’analisi ‘Demografia e futuro dell’Italia’, sarà pubblicata giovedì 6 marzo 2019)

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore