domenica, Novembre 17

Italia, miseria ed economia reale

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Tutti vogliono un buon posto in classifica. È un classico che va dallo sport al gioco degli scacchi: più in alto ci si trova nella graduatoria, più salgono il merito e l’ammirazione. Ma come sempre esiste un’eccezione che ribalta le carte in tavola. Questa volta partiamo dal Misery Index, l’indice della miseria, pubblicato ogni anno dall’agenzia Bloomberg, una multinazionale con sede a New York e filiali in tutto il mondo, che si occupa soprattutto d’informazione economica. Nell’edizione appena uscita per il 2015 sulle 51 principali economie mondiali, l’Italia si trova all’undicesimo posto per l’inquietante dilagare della povertà. In Europa ci battono solo Grecia, Spagna, Croazia e Portogallo.

Il Misery Index è stato proposto negli anni ’70 da Arthur Okun, allora docente di economia al Brookings Institution di Washington, basandolo su una semplice equazione: tasso di disoccupazione più tasso d’inflazione danno come triste risultato la miseria. Una formula contro cui la gente comune non può fare assolutamente nulla. Per avere un’analisi più dettagliata abbiamo intervistato Paolo Barnard, giornalista di spicco nel settore economico.

L’attuale entusiasmo del governo per l’attuale ripresa economica in corso fa a pugni con le previsioni di Bloomberg per una miseria sempre più crescente in Italia. Può spiegarne le ragioni?

Semplice, esistono due economie: 1) quella dei numeri, delle statistiche e del sistema monetario (altri numeri fittizi di cifre elettroniche che girano fra Banche Centrali e banche private, statistiche d’inflazione e andamento dei crediti ecc.); 2) ed esiste l’economia REALE, quella dei beni e servizi che ci danno da vivere, con cui ci curiamo, con cui istruiamo i nostri figli, con cui si costruiscono le infrastrutture moderne, con cui si assistono le aziende e con cui si crea l’occupazione.

Riassunta in una formula, l’economia reale è tutto ciò che un Paese produce, più tutti i beni che importa, meno ciò che esporta. Ora, tutta l’Europa oggi è gestita unicamente dall’economia monetaria dei trucchi fittizi di numeri su numeri, che nel breve periodo possono mostrare numeri positivi, ma numeri, non fatti, non ricchezza reale. Allora ecco che il primo ministro Matteo Renzi ma soprattutto i media (i soliti noti) sbraitano al successo, alla ‘ripresa’. Ma è tutto falso, sono solo numeri. Infatti sia la stessa Banca centrale europea, la Bank of America e Merrill Lynch, in rapporti riservati, hanno scritto nero su bianco che l’economia monetaria di Mario Draghi fallirà miseramente per i cittadini.

Come mai la Colombia – nazione che non è un Paese manifatturiero, riesce a battere l’Italia persino nell’indice di diffusione della povertà?

Attenti ai numeri, di nuovo. Lei deve sapere che nella mia lunga carriera di reporter estero io mi trovai negli anni ’90 in Tanzania, dove filmai per la RAI delle povertà atroci. Alla fine di quel viaggio incontrai in hotel i funzionari inglesi del Fondo monetario internazionale, ci feci due chiacchiere, ok? Quelli erano arrivati in aereo, erano entrati in sale riunioni con aria condizionata, e ripartivano in aereo. Bè, mi dissero che tutti gli indicatori della ‘obbediente’ Tanzania erano eccellenti (numeri e solo numeri) e che presto sarebbe entrata nelle Economie Emergenti. Cretinate, non accadde ovvio, quindi sui dati della Colombia andrei cauto.

Perché il Jobs Act non ha creato un solo posto di lavoro?

Perché esistono in economia i bilanci settoriali, la cosa forse più fondamentale di tutta questa scienza, pionierizzati dal grande economista inglese Wynn Godley. È semplice: i soldi li ha lo Stato; i soldi li ha il settore privato (famiglie, aziende, banche). Ok? È come in una partita a carte in due: se vince lo Stato (che incassa di più di quanto spenda per noi come oggi tenta di fare), allora noi perdiamo. Se accade il contrario, cioè lo Stato spende a deficit (più di quanto ci tassa), allora vinciamo noi. Cosa significa che vinciamo noi? Significa che col surplus di denaro di Stato che ci rimane in tasca, le aziende possono permettersi di assumere, perché vendono, perché la gente spende, i redditi sono buoni. Ecco che si crea occupazione. Ma se stiamo con la prima ipotesi, lo Stato fa il pareggio di Bilancio, cioè ci dà 100 soldi e ci tassa 100, a noi rimane zero; o addirittura fa il surplus di bilancio, ci dà 100 e ci tassa 120, noi ci perdiamo venti. E allora noi del settore privato (famiglie e aziende) come facciamo per campare? Abbiamo solo tre modi: o c’indebitiamo con le banche, o erodiamo i nostri risparmi. Oppure, come nel caso delle aziende, tentiamo di tagliare i costi alla disperata licenziando, e abbassando le paghe (cosa fra l’altro voluta dalle austerità dell’Unione europea). E mi dica lei se in condizioni d’indebitamento crescente (più del 140 per cento in pochi anni in Italia), e di tagli a raffica nel settore del lavoro, redditi, e conseguente crollo di ricchezza dei cittadini, si possono creare posti di lavoro. È impossibile. Poi sul Job Act ci sarebbe tanto da dire in negativo, ma non c’è spazio. Questi però sono i fondamentali macroeconomici da sapere.

Perché le imprese continuano a chiudere nonostante l’intervento della Banca centrale europea contro l’inflazione?

Come detto sopra. Perché Draghi e la tecnocrazia dell’Unione europea fanno solo economia monetaria di numeri e speculazioni, e mai economia reale. Poi le correggo una svista: l’intervento della BCE è pro-inflazione, non contro. Perché? Bè, ormai tutti gli economisti seri del mondo lo dicono, da Roubini a Stiglitz a Mosler, persino gli Hedge Funds lo hanno ammesso, anche Goldman Sachs: le austerità hanno talmente impoverito l’Eurozona, si badi bene Germania inclusa, che oggi la gente spende molto meno di prima. E questo porta a deflazione, l’esatto contrario dell’inflazione. Che significa? Inflazione uguale troppi soldi da spendere e poche merci disponibili. Oggi la gente ha pochi soldi da spendere e i magazzini sono colmi di merci invendute, quindi il loro prezzo crolla. Deflazione, che qui in Unione europea era arrivata a livelli da crollo del sistema. Infatti come fanno le aziende con costi di produzione a sopravvivere se sui mercati i loro prodotti vengono pagati ogni giorno di meno? Non ci stanno dentro, quindi licenziano o alla fine falliscono. E falliscono ancora come prima. Ma la BCE, di nuovo, invece di fare economia reale contro la deflazione, fa giochetti monetari che non aiutano nessuno di noi, ma ingrassano gli speculatori.

Cosa significa il dilagare del razzismo e l’opposizione all’immigrazione in uno stato che per età media si avvicina a quello di un ospizio?

Significa due cose: primo, un problema reale. Secondo propaganda di partiti demenziali (Lega). Nel secondo caso la cosa è semplice: il partito non ha risposte vere da dare alla gente in difficoltà, e quindi devia l’esasperazione contro un fantoccio, cioè gli immigrati (o il terrorismo, o ebola, o la Casta ecc.). La gente ci casca sempre. Nel primo caso invece c’è un problema vero, reale. Ci sono partiti (PD) che per interessi di tesseramento degli immigrati (anche CGIL) hanno imposto una forma esasperata di politically correct, dove la persona media che osa solo lamentarsi dell’immigrato è immediatamente bollata dall’Inquisizione come razzista! Zitto, taci! Ma invece chi vive il territorio con sguardo libero sa che purtroppo molti gruppi d’immigrati creano veri problemi, soprusi, crimine, fastidi quotidiani esasperanti, e questo ormai da un ventennio almeno, se non di più. Ma chi li tocca? Nessuno può difendere i cittadini…

Le racconto un aneddoto breve su questo che mi coinvolse: alle 4 del mattino sotto casa mia un immigrato ubriaco si mise a sfasciare le finestre dei suoi compatrioti urlando, si presero a botte, lanciavano bottiglie contro le auto in parcheggio. Io scesi mentre arrivava la Polizia, tutto il quartiere era sveglio, bambini che piangevano ecc. Io so l’inglese e feci da mediatore fra agenti e gli immigrati. Quello ubriaco si mise a minacciare anche la Polizia, e io dicevo agli agenti di tollerare perché “sono dei poveracci che vivono qui in condizioni pietose, ecc.”. Poi l’immigrato cade in terra e gli sbuca dalla tasca un cellulare nuovissimo.

Un agente mi si avvicina e mi dice: “Lei lo sa che quel cellulare vale quasi il mio stipendio? Lei lo sa che è la decima volta che ci chiamano per sto tizio, e non possiamo fare nulla per voi cittadini alle 4 del mattino svegli?”. E c’è di peggio, e uno che vive fra il popolo lo sa. La gente si esaspera, e finisce con lo sposare atteggiamenti razzisti. Si faccia una domanda: i filippini erano immigrati, erano poverissimi, ok? Lei ha mai sentito un cittadino gridare “Filippini tutti a casa vostra!”. No. Quindi ragioniamo… L’immigrazione è un problema che va risolto alla fonte, cioè permettendo ai Paesi poveri di usare le loro risorse ricchissime per diventare benestanti. Un bel discorso da fare a Washington, al Fondo monetario internazionale e a Bruxelles…

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