lunedì, Settembre 23

Italia: lo spazio che manca La flessione può essere figlia di diversi fattori ma molto grave appare la decrescita degli investimenti privati

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Non ci sono notizie rassicuranti per l’Italia che produce: a febbraio, secondo Istat, il tasso di disoccupazione aumenta di 0,1 punti, arrivando al 10,7%. E secondo l’Ansa, le persone in cerca di occupazione aumentano dell’1,2%, valore che vale 34 mila teste, per un totale di 2 milioni 771 mila indvidui. Al di là delle strette configurazioni numeriche, sono cifre che lasciano intendere il profondo malessere di un Paese che non cresce perché non ha il coraggio né la capacità di investire. Le migliori menti pensanti scappano via perché in Italia non si lavora bene, si è legati a una macchina che strangola senza lasciar spazio a una crescita professionale basata sulle capacità personali.

Lo vediamo ogni giorno e non serve ripetere che si scontano dei peccati originali dei precedenti governi. Se fosse solo così, non occorrerebbe cambiare gli assetti politici con delle elezioni indette ogni tanto. Né sembra utile al paese la teoria negazionista che salva la pace sociale evitando di toccare argomenti così impegnativi per occupare gli spazi mediatici con quello che oggi, più che mai sta offrendo la nostra televisione di Stato.

La produzione industriale a novembre 2018 ha registrato una marcata diminuzione sia su base congiunturale sia su base annua. È una debolezza dei livelli di attività industriale nel corso dell’anno che non possiamo più accettare e a cui non possiamo dar colpa nè all’immigrazione, né a situazioni di stretta natura familiare o di altre scuse più accademiche.

La verità è che in Italia le uniche produzioni che reggono sono quelle dei beni di consumo con un modesto +0,7% contemplando in essi le industrie alimentari, bevande e tabacco (+2,7%), la produzione di prodotti farmaceutici di base e preparati farmaceutici. Cala molto l’energia (-4,2%), che mostra la netta discesa produttiva. È un progressivo indebolimento dell’economia italiana dovuto a tanti fattori, compresa la mancanza di decisioni su ogni piano strategico, in netto contrasto con l’immagine decisionista che l’esecutivo tenta di profondere in ogni comunicazione e l’indubbia incapacità di stare ai tempi della classe alta della dirigenza italiana, che continua a proteggere i propri pollai, nell’indifferenza di un’economia che muore e che è senza un ricambio adeguato. Per un paese che ha prodotto aerei, centrali nucleari e satelliti spaziali è veramente poco.

La flessione può essere figlia di diversi fattori ma molto grave ci appare la decrescita degli investimenti privati, a causa delle incertezze del governo per via di un generale clima di sfiducia tra operatori economici determinata da assenza di misure bandiera. Una per tutte Alitalia, che costa cifre indecenti al contribuente – oltre 12 miliardi di euro dal 2008 – senza offrire alcun ritorno né strategico e men che meno economico. L’automotive non sta meglio. Se la depressione europea è alta nel settore, in quello italiano è in terreno negativo per il 13,3%. Gli investimenti pubblici e le grandi opere, in una lite continua tra le due falangi del governo disorientano gli osservatori e scoraggiano sicuramente coloro che potrebbero generare lavoro e costituire ricchezza di una nazione. Secondo Marco Fortis, docente di economia industriale alla Cattolica di Milano, «abbiamo mancato l’ultimo trapezio; e si volteggiava senza rete. Un disastro». Il fine pensatore insiste sulla sua tesi: «un pessimismo che si avvolge su se stesso, e che ha prodotto e produrrà danni» perché gli operatori hanno percepito il rallentamento dell’export; c’è un’insostenibile frenata tedesca e l’unica svolta compatibile che vedono gli industriali è la pratica di richiedere ogni sorta di ammortizzatori sociali. Un altro dato da sottoscrivere è il rischio di soffocamento dell’industria 4.0, elemento che darebbe moernità al Paese ma che impone grossi investimenti e necessita di un piano di trasformazione per tutte quelle braccia che saranno sostituite da sistemi di lavoro automatici. Rifiutare questa strategia è equivalente ad opporsi alla rivoluzione industriale che è in corso dal 1700 e che non ha minimamento completato il suo iter.

Nessuno pensa -in questa pagina almeno- di avere una ricetta magica. Occorre molto lavoro e molto studio. Occorre sradicare tutti i burocrati che devono la loro carriera a amicizie o a prestazioni esterne al lavoro. Occorre molta umiltà e soprattutto, occorre che qualcuno inizi a avviare un processo di ammodermanento di una nazione che sembra sempre più ferma all’età industriale della pietra.

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