lunedì, Gennaio 27

Italia – Libia: il fattore Minniti

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Ieri il vertice a Tallin dove si sono riuniti i ministri dell’Interno dell’Ue per discutere di migrazione e di misure di sostegno per l’Italia. Vittorie su alcuni fronti: la costituzione in Libia di un centro di coordinamento marittimo, l’approvazione di un codice di comportamento delle ONG che operano salvataggi, l’aumento del fondo di garanzia Ue-Africa, il coordinamento per il rilascio di visti per la lotta all’immigrazione clandestina, l’incremento delle quote di ricollocamento nei Paesi dell’Unione per i rifugiati sbarcati in Italia.

A proposito delle ONG, il codice di comportamento, secondo l’Italia, dovrebbe contenere i divieti di accesso alla acque territoriali libiche, di spegnere i transponder, di segnalazione notturna con luci e razzi, di trasbordare i naufraghi su altri natanti e gli obblighi di fornire l’elenco con i nomi dell’equipaggio e di rendere noti i finanziamenti delle organizzazioni.

Ma non sono state affatto tutte rose e fiori. LEuropa decide di sbarrare i porti. La proposta italiana di cambiare il mandato per la missione FrontexTriton’ che prevede, infatti, di condurre i profughi salvati nei porti italiani, è stata rifiutata. L’Italia aveva chiesto a gran voce di ripartire gli sbarchi anche su porti di altri Paesi. Unanime il disaccordo. Dalla Germania subito il no cui è seguito a catena quello di Belgio, Spagna, Olanda e Francia. Il commissario Ue per l’immigrazione, Dimitris Avramopoulos già prima della riunione era stato chiaro, lasciando intendere la posizione europea: «la missione ha già un mandato ben definito, si tratta di migliorare l’attuazione di quanto già deciso». «La questione dei porti non è all’ordine del giorno, se ne discuterà in altra sede», dice pronto il nostro Ministro degli Interni, Marco Minniti riferendosi al meeting con Frontex in programma l’11 Luglio a Varsavia.

«Per non far partire i migranti non bisogna farli entrare in Libia». Di questo si è parlato sempre ieri in una riunione alla Farnesina, in cui si sono riuniti il Ministro degli Esteri Angelino Alfano, l’Alto Rappresentante Federica Mogherini, l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), il vice alto commissario per i rifugiati, il Rappresentante Speciale del Segretario Generale ONU per le migrazioni e altri ministri dei Paesi Ue. Importante la presenza dei ministri degli Esteri dei principali Paesi Africani di transito dei migranti tra cui Algeria, Ciad, Egitto, Etiopia, Libia, Niger, Sudan, Tunisia. «La crisi migratoria non può essere fermata solo nelle acque del Mediterraneo, per questo abbiamo coinvolto i Paesi africani di transito», ha detto Alfano. «Lo spostamento della nostra azione è sempre più a Sud».

Si punta alla diminuzione del flusso di migranti in Libia, alla stabilizzazione della situazione di Paesi in difficoltà e allo sviluppo dei Paesi d’origine dei migranti. L’Italia ha dato il suo con 31 milioni per il Fondo Africa: 10 milioni al fondo dell’Ue per rafforzare le frontiere libiche, 18 milioni per i rimpatri volontari assistiti dalla Libia ai Paesi dorigine e 3 milioni volti alla lotta contro i trafficanti. I ministri presenti hanno così firmato una dichiarazione congiunta in cui ci si impegna sostenere le comunità locali con investimenti nelle aree di partenza dei migranti, a supportare i Paesi di transito nella lotta al traffico di esseri umani, ad aumentare l’intervento internazionale, ad incrementare la presenza dell’UNHCR per assistere i migranti nel transito e lavorare sui possibili ritorni, nonché, ad aumentare le campagne di comunicazione per rafforzare la consapevolezza dei rischi di una migrazione irregolare. Intanto il prossimo 8 Luglio Alfano incontrerà il Vice primo ministro libico Ahmed Maiteeq ad Agrigento.

Per comprendere bene il punto di vista dell’Italia, è, però, necessario partire dalla causa delle sue preoccupazioni: l’instabile situazione della Libia. Il report di Denise Serangelo per Alpha Institute of Geopolitics and Intelligence, ‘Come opera il Fattore Minniti in Libia per la stabilizzazione darea e la sicurezza nazionale italiana’ ci aiuta a far luce proprio su questo. L’incertezza libica pervade sia il piano della sicurezza interna al Paese che la politica, dove diverse forze lottano per il potere ed il Governo di Al Fayez Serraj, in carica dallo scorso anno, fatica a gestire adeguatamente la situazione. In diverse occasioni si sono verificati dei tentativi di presa del controllo di Tripoli da parte di milizie ribelli, tra la fine dello scorso anno e la metà di quello corrente. La reazione dell’amministrazione centrale non è mancata; sono seguiti scontri tra le milizie del Governo di accordo nazionale (Gna) e quelle antagoniste, diversi morti e moltissimi feriti.

Nessun passo in avanti nemmeno da parte del Governo di Tobruk e di Khalifa Haftar, disinteressato ad un ampio controllo territoriale e al sud del Paese, area che necessiterebbe, invece, di un’attenzione quanto mai maggiore visto il nesso con i vari traffici. Altro punto di debolezza sono le forze armate libiche che sono ancora in formazione e che volontariamente evitano gli ‘sgraditi’ aiuti esterni di ONU e NATO. L’equilibrio alquanto precario, nonché la pressoché totale incapacità nel porre un freno a queste instabilità, rendono la Libia poco attraente anche per gli altri Paesi e, quindi, poco probabile un miglioramento della situazione. Ma rivestono un grosso problema anche per l’Italia stessa, poiché, l’assenza di controllo non fa che riflettersi sulla sicurezza del Mediterraneo.

Il traffico di esseri umani dalla Libia verso il nostro Paese, monopolizzato dagli interessi speculativi dei trafficanti, influisce negativamente sulla sicurezza italiana. Per questo, l’Italia è diventata protagonista di una campagna strategica con il fine di divenire interlocutore nella crisi libica. Il nostro Governo, insieme a quello libico, sta lavorando per un miglioramento della situazione generale; al centro, il concetto dell’integrazione delle minoranze rilevanti nel Paese per ottenere un più ampio consenso politico. L’Italia ha supportato entrambi i Governi presenti in Libia, anche quello di Tobruk, peraltro non riconosciuto dalla comunità internazionale. Stessi aiuti umanitari e sanitari, stesso modo di operare, un importante fine: annacquare le tensioni tra le due parti scongiurando pericolosi favoritismi.

L’impegno è volto a stabilizzare la situazione libica e, quindi, porre un freno anche ai traffici illegali di migranti; a questo interesse corrisponde quello di Serraj che deve mostrare di riuscire a gestire autonomamente i propri problemi facendo buon uso delle risorse a disposizione. Un’enorme lotta per il premier che finora si è dimostrato incapace di gestire adeguatamente il territorio e a garantire i servizi minimi essenziali senza l’appoggio delle milizie e dei diversi capi tribù. E’ chiara la frammentazione politica e territoriale di un Paese che si può davvero comprendere solo se si ragiona su questo elemento.  Minniti, all’incontro a Tripoli con gli esponenti del Governo, ha portato sul tavolo la questione migranti sottolineando la portata enorme (90%) dell’immigrazione illegale dalla Libia verso l’Italia.

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