giovedì, Aprile 25

Italia: le principali minacce per il Paese secondo i servizi segreti Dal jihadismo all' estremismo politico, i servizi segreti, nella relazione presentata oggi, illustrano le principali criticità

0

Questa mattina, a Roma, a Palazzo Chigi, si è svolta la presentazione della decima Relazione annuale sulla politica dell’informazione per la sicurezza curata dal Dipartimento Informazione e Sicurezza, alla presenza del Presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, del Direttore generale del Dis, Alessandro Pansa.  Molti gli spunti di riflessione emersi, soprattutto considerando che si avvicina il 4 marzo, la data delle elezioni politiche nazionali, e il quasi perenne clima di campagna elettorale, talvolta, non aiuta ad identificare in maniera lucida le criticità. Certamente, il tema della sicurezza non dovrebbe e non può aver colore politico: «il patrimonio italiano è che, pur avendo collocazioni diverse di governo – ad esempio Dc e Pci, il massimo di radicalità alternativa – di fronte alla sfida democratica sapevano dove stare. Non era un patrimonio di alleanza politica, ma culturale del Paese» ha recentemente ricordato il Ministro dell’ Interno Marco Minniti.

A mo’ di bussola per orientarsi in un mondo sempre più complesso e ricco di sfide, la relazione dei servizi segreti italiani passa in rassegna le potenziali minacce alla sicurezza del Paese. Minacce al cui contrasto – occorre ribadirlo con forza – le donne e gli uomini dell’ intelligence dedicano, quotidianamente, con risultati lodevoli stando all’ oggettiva analisi dei dati, la propria vita.

A seguito di una delle più grandi crisi economiche del secondo dopoguerra, con l’ emergere di nuove sfide globali, dalla Corea del Nord, alla possibile decertificazione americana dell’ accordo sul nucleare iraniano, alla crisi ucraina, passando per le tensioni all’ interno del mondo arabo o, per citarne qualcun’altra, Pakistan-India e Israele-Palestina, quali le maggiori criticità che  si presentano per l’ Italia? E’ questo il contenuto della relazione.

Proprio perché l’ Italia si accinge ad andare alle urne, secondo i servizi di sicurezza, massima allerta è rivolta alle «campagne di influenza che, prendendo avvio con la diffusione online di informazioni trafugate mediante attacchi cyber, mirano a condizionare l’orientamento ed il sentiment delle opinioni pubbliche, specie allorquando queste ultime sono chiamate alle urne». Tali campagne «hanno dimostrato di saper sfruttare, con l’impiego di tecniche sofisticate e di ingenti risorse finanziarie, sia gli attributi fondanti delle democrazie liberali (dalle libertà civili agli strumenti tecnologici più avanzati), sia le divisioni politiche, economiche e sociali dei contesti d’interesse, con l’obiettivo di introdurre, all’interno degli stessi, elementi di destabilizzazione e di minarne la coesione». 

E’ possibile un aumento, secondo i servizi di sicurezza, delle campagne di spionaggio digitale da parte di attori statuali e di minacce ibride, specie in concomitanza di passaggi cruciali per i sistemi democratici. Tra le modalità di cyberattacco, le email di spear-phishing, e le tecniche di impersonation, che hanno consentito al cyberattaccante di acquisire le credenziali per accedere a caselle di posta elettronica, soprattutto di capi di aziende particolarmente strategiche. In questo senso, ha dichiarato Paolo Gentiloni, diviene imprenscindibile il ruolo dell’ intelligence «per difendere i nostri asset strategici»  (per esempio quelle che si occupano del settore energetico) anche perché, ormai, «difendere lo spazio informatico significa difendere il territorio nazionale». «L’ attenzione» – ha detto di recente il Ministro Minniti – «è altissima perché tu rischi di accorgertene sempre troppo tardi: il cyberattacco, quando te ne accorgi, è già avvenuto. La capacità che stiamo cercando di mettere in campo è quella di prevenire».

Anche il 2017 ha confermato la centralità assoluta della minaccia jihadista nelle agende della sicurezza. Se da una parte, nel corso dell’ anno appena trascorso, il terrorismo ha dovuto adottare, anche in risposta alle ripetute e fragorose sconfitte militari, una postura più difensiva, dall’ altra, la sua attività pericolosa, basata, in particolare, su «una certa tendenza alla polverizzazione dei centri di comando e degli attori della minaccia quanto da una costante diversificazione del modus operandi», non si è interrotta. Nell’ ambito jihadista, le organizzazioni che si sono affermate come fonti di «ispirazione» tanto per «piccoli movimenti» quanto per i singoli «mujaheddin» sono state DAESH, che è stato l’ attore più importante, e al Qaida, deciso a rientrare in possesso del ruolo principale. Per questo, a dividerle, una competizione spietata, evidente, specialmente, in Africa e in Asia, e che vede DAESH impegnata nella disperata difesa di quel poco che rimane delle restanti roccaforti, tramite «l’esaltazione del martirio e la feroce repressione delle spinte defezioniste»; Al Qaida appare, invece, dedita ad operazioni di infiltrazione.

La ‘fluidità’ della concorrenza tra le due colonne del jihadismo mondiale non deve lasciare indifferenti se si tiene conto anche di possibili confronti giocati in terreni cosiddetti «esterni», magari con prove di forza rivolte contro l’ Occidente. Non va dimenticato, inoltre, conformemente a quanto ricordano i servizi segreti nella relazione, che le molteplici sconfitte sul terreno inflitte nel 2017 all’ entità statuale del Califfato e quindi il suo ridimensionamento, oltre alle ingenti perdite finanziarie,  associati alle pressioni delle diverse forze in campo, ha comportato un cambio di strategia, oltre che ad un trasferimento fisico: «DAESH ha reagito all’offensiva militare adottando modalità operative intese a preservare posizioni e forze residue, ricorrendo a misure di difesa passiva a presidio dei territori occupati e all’evacuazione preventiva da aree non più difendibili, così come all’intensificazione degli attacchi asimmetrici finalizzati ad ostacolare i progressi della Coalizione e delle forze contrapposte».

Dal canto suo al Qaida, sebbene più fragile di qualche anno fa, è rimasta operante in Pakistan e Afghanistan e ha rafforzato la sua presenza in zone del «Maghreb, del Sahel, della Penisola Arabica, del Corno d’Africa e della Siria».

Non si può tralasciare, il potenziamento del jihadismo nel Sud-Est asiatico e l’ infiltrazione sommata al proselitismo condotti da al Qaida stessa, sfruttando l’ emergenza della persecuzione birmana della minoranza di fede musulmana dei Rohingya, nell’ area che va dall’ India al Pakistan, passando per il Myanmar ed il Bangladesh,  dove sono state rilevate attività jihadiste così come in Indonesia e nelle Filippine.

Visualizzando 1 di 4
Visualizzando 1 di 4

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore