domenica, Luglio 21

Italia: isolata, con poche idee assai confuse, con qualche possibilità di uscita Dov’è l’Italia nel dibattito che definirà il futuro dell’Unione? Intervista a Gianni Bonvicini, esperto di questioni europee e politica estera e Consigliere scientifico dell’Istituto Affari Internazionali

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A pochi mesi di distanza dal Discorso di Emmanuel Macron alla Sorbona, il 2018 si è avviato con una serie di ‘buone premesse’ sulla riforma dell’Eurozona e sul completamento dell’Unione bancaria, nella prospettiva di una crescita meno austera a più uniforme tra i diversi Paesi membri dell’UE. Inoltre, il rilancio di un dialogo franco-tedesco, sancito nel 55° anniversario del Trattato dell’Eliseo e presentato come ‘cuore’ della nuova governance europea, è stato preceduto alla fine del 2017 da un indirizzo di apertura, da parte della Commissione europea, alle economie dei Paesi in maggiore difficoltà (suscitando le reazioni negative di alcuni Governi anseatici e nordeuropei).

Con un’accelerazione progressiva dopo le elezioni italiane del 4 marzo, lo scenario attuale ha perso, in gran parte, quella carica di aspettative e si presenta gravato, da più parti, da un ‘vuoto’ di dibattito sul futuro europeo nonché da fattori divisivi che lo riflettono chiaramente.  

Nel rapporto apertamente conflittuale che si è venuto a creare con Bruxelles, il Governo italiano, basato su una coalizione inedita e critica nel suo operare, sconta un immobilismo prolungato sia sul piano delle riforme annunciate, sia nei rapporti ‘rigidi’ con l’Unione Europea (in particolare in ambito finanziario e nella gestione delle migrazioni). Gli ultimi sviluppi relativi alla bocciatura della manovra, che deve ancora essere votata in Parlamento hanno ulteriormente inasprito i toni.

Da parte francese, il dissenso interno (del quale le pire accese agli Champs Elysées sono la punta d’iceberg) indebolisce Macron, che nel suo disegno di transizione energetica, non è disposto a cedere sulla ‘carbon tax’, ma intende lavorare al progetto di una ‘nuova ecologia popolare’; intanto, sul fronte europeo, si sono andate ridimensionando le ambizioni di grandeur neo-golliste capaci di modellare un’Unione, sì, Europea, ma ‘alla francese’.

In Germania, la possibilità di una nuova coalizione tedesca successiva a Merkel, in grado di assicurare una unità ibrida ‘giamaicana’ (tra cristiano-democratici, liberal-democratici e verdi), liberal e meno conflittuale potrebbe – questo sì – creare le premesse per una nuova alleanza con Macron, a patto che quest’ultimo sia in grado di recuperare credito sia ‘ai margini’ che fuori dal suo movimento.

In questo scenario difficilmente componibile, i paradossi dell’ ‘effetto Brexit’, su cui l’UE ha appena confermato l’intesa, potrebbero portare – a partire dalle spaccature attuali e con tutte le incognite del voto parlamentare britannico sul recesso – a un nuovo referendum nel Regno Unito?  

Più in generale, queste debolezze e criticità potrebbero, nella loro interazione, portare a una riconfigurazione dell’Europa, rafforzandola come istituzione alle future elezioni?

Secondo Timothy Garton Ash, politologo di Oxford autore di un’analisi tradotta da Emilia Benghi e pubblicata, il 25 novembre, su ‘La Repubblica’, questo è possibile, in quanto «nelle crisi» di cui parliamo «si celano nuove opportunità per l’Europa».

Partendo dalla stessa questione, lasciamo la parola a Gianni Bonvicini, esperto di questioni europee e politica estera e Consigliere scientifico dell’Istituto Affari Internazionali.

Ricollegandoci alle ‘opportunità’ considerate da Garton Ash, abbiamo oggi due possibilità: la prima è il rischio di un contagio sul tema delle ‘exit’. Con la Gran Bretagna, stiamo sperimentando una prima uscita – in assoluto – dall’Unione Europea. Tra le difficoltà espresse da diversi Paesi rispetto al processo di integrazione europea, talvolta si avanza persino l’ipotesi di una ‘Italexit’. È abbastanza evidente che uno scenario costellato di ‘exit’ ci porterebbe verso la frammentazione, con conseguenze negative a tutti i livelli. C’è però da dire che, proprio nel negoziato sulla Brexit, l’UE si è trovata straordinariamente coesa e unanime nell’accettare che Michel Barnier portasse avanti il negoziato con i britannici. Alla fine, i 27 hanno accettato sia il contenuto del negoziato sull’uscita, sia la dichiarazione politica sui futuri rapporti con la Gran Bretagna. Pertanto, sembra che questo scenario negativo forse possa essere, in qualche modo, superato. La seconda possibilità è, invece, che l’Unione Europea, visto il rischio di ulteriori divisioni che la Brexit comporta, abbia una specie di ‘rimbalzo’ positivo e, senza più l’alibi inglese – che agiva da freno per qualsiasi proposta di maggiore integrazione – decida di muoversi autonomamente e di procedere verso nuovi orizzonti integrativi.

Come valuta questa seconda ipotesi?

A essere realisti, presentato in questo termini, lo scenario appare poco probabile perché ci sono molte e forti differenze fra i 27. Ci sono gruppi di Paesi, come quello orientale di Visegrád (il cosiddetto ‘V4’, formato da Ungheria, Polonia, Slovacchia e Repubblica Ceca), interessati solo ai vantaggi economici che attualmente percepiscono dall’UE, non a integrarsi ulteriormente. I Paesi del Nord-Europa, da parte loro, vogliono regole rigidissime per tutto quanto attiene all’Unione economica e monetaria (UEM), e all’euro in modo particolare. I singoli Governi esprimono, poi, opinioni confliggenti in materia di gestione dell’immigrazione. Se si procederà nel futuro dell’integrazione, è allora difficile pensare che ciò non avverrà ‘per gruppi’, ossia seguendo il modello, ormai presente nei trattati – specie da Amsterdam (1997) in poi -, di una integrazione differenziata.

Uno strumento grazie al quale, ancora, il Regno Unito (e in parte anche altri Stati, come Irlanda e Danimarca) ha sempre esercitato proprie prerogative specifiche: dal controllo alle frontiere teso a limitare la circolazione delle persone alla mancata partecipazione alle misure di cooperazione giudiziaria penale e di polizia, dal trattamento dei dati personali al significativo ‘non-perfezionamento’ della UEM.  Come potrebbe articolarsi tra gli Stati una ulteriore fase di questo processo?

Sulle singole politiche (pensiamo, ad esempio, alla difesa europea), si può pensare che un gruppo di Paesi decida di cedere sovranità nazionale all’UE. Trattandosi di gruppi di Paesi, il problema è capire come gestire tale complessità, derivante dal fatto che gruppi distinti si integrano con modalità diverse.  Di fronte a queste prospettive oggetto di dibattito, c’è una evidente necessità che sia la Francia sia la Germania si impegnino: malgrado tutto, sono sempre considerate il ‘motore’ dell’integrazione europea. Oggi Macron è particolarmente indebolito, ma risulta abbastanza chiaro che non potrà esimersi dal fare una campagna elettorale per l’Europarlamento – quindi, per il maggio del prossimo anno – che non sia fortemente pro-europea. Una volta di più, il tema dell’Europa come istituzione può essere essenziale al recupero di quel margine di popolarità e di forza che oggi, sul fronte interno, sta perdendo.

Come fare?

In questo momento, il capo dell’Eliseo sta cercando di costruire un fronte insieme ad altre forze liberali europee e a forze moderate di centro per riprendere i termini del discorso formulato un anno alla Sorbona e creare un forte gruppo all’interno del futuro Parlamento europeo. Tuttavia – ed è una delle carenze che ha subito Macron per tutto questo tempo – questo disegno non può andare avanti senza la Germania. Qui troviamo una Merkel anch’essa indebolita, ma esistono segnali positivi di ripresa del discorso europeo da parte dei Verdi. Inoltre, è bene considerare che i socialdemocratici, dal canto loro, sono molto filo-europei. Per Merkel, si tratterà di riuscire a superare i freni esistenti all’interno dell’Unione tra CDU e CSU e riprendere un discorso con Macron.

Ci sono segnali in questa direzione?

Sì, sia relativamente a un bilancio ad hoc per l’area dell’Euro, sia in materia di difesa europea, in modo da prepararsi, per la stagione post-elettorale europea, a fare proposte di maggiore integrazione. Aggiungerò che Angela Merkel, non avendo più una carriera politica davanti, potrebbe essere tentata di passare alla Storia come una sostenitrice di tale processo.

Di fronte a questi sviluppi, dove si colloca l’Italia?

Rispetto ad essi, l’Italia – lo abbiamo visto finora – appare completamente assente, presa com’è nella contesa con Bruxelles su questioni strettamente nazionali, che riguardano la politica del Governo italiano nei confronti del Paese e, per di più, in violazione delle regole europee. Questo atteggiamento ci distrae dal dibattito europeo nato negli ultimi tempi e, portato avanti sino alle europarlamentari del maggio 2019, non riuscirà ad avere né la forza, né la visione, né la credibilità per prendere parte a iniziative utili a creare la base per quel ‘salto in avanti’ che è al centro della discussione. Bisogna stare molto attenti a questa attitudine nazionale: sarebbe un suicidio politico essere tagliati fuori dall’integrazione differenziata per gruppi che, nella loro dinamica di azione, dovessero procedere senza l’Italia.

Un Paese fondatore…

… Non solo: un Paese che ha estremo bisogno di Europa, e in misura maggiore rispetto ad ora. Questo discorso, per il momento, non è assolutamente compreso dal Governo né dalle rispettive forze politiche che lo sostengono.

In un momento in cui gli attriti con le istituzioni europee, riflessi dai mercati, tendono a esasperarsi, la manovra finanziaria proposta dall’Italia è frutto di un equilibrio interno instabile, minato da visioni divisive: più rigida, al momento, quella di Luigi di Maio sui saldi finali, nonostante la possibilità che Bruxelles avvii la procedura di infrazione addirittura prima del varo della manovra in Parlamento. In caso di spaccatura tra M5S e Lega anticipata rispetto al confronto elettorale europeo, ammesso che la Lega si ritrovi rafforzata da un ulteriore aumento di consenso, con chi correrebbe alle elezioni europee e quali sarebbero i suoi argomenti? Sarebbe ben difficile allearsi con forze espressione di Governi sovranisti che, comunque – e proprio in quanto tali -, fanno il loro interesse e perciò, su un piano europeo, sarebbero confliggenti con la stessa Lega.

È un punto molto importante, rispetto al quale si ragiona ormai solo in termini di ‘peso’ politico interno al Paese, stabilendo chi è più forte, chi può guadagnare di più per mezzo di atteggiamenti e politiche determinati. Tuttavia, è un ragionamento che funziona solo entro i confini nazionali e trova, in questo ambito, il proprio limite. In realtà, né la Lega né i 5 Stelle sanno con chi allearsi a livello europeo in vista delle elezioni di maggio 2019. Il Ministro Salvini può anche dichiarare di andare d’accordo con Viktor Orbán, Marine Le Pen o con il partito al potere in Polonia, ma allo stato attuale gli orientamenti di questi partiti sono difformi dalle politiche che sta facendo o che vuole portare avanti, in modo particolare sull’immigrazione, ma anche sul rispetto delle regole economiche. È evidente, qui, la drammatica solitudine della Lega in Europa. Forse solo Le Pen, vale a dire la destra francese più estrema, può attestarsi sulle stesse posizioni.

Un isolamento che avvantaggia, in qualche misura, il Movimento 5 Stelle?

I 5 Stelle sono messi ancora peggio: non sanno assolutamente cosa fare.  Come sappiamo, erano legati ai movimenti euroscettici come quello di Nigel Farage, ex-leader dell’UK Independence Party, ma la prospettiva non è un’alleanza di quel tipo. E allora – mi chiedo – con chi si alleano, dove vanno a cercare le forze che li sostengano nel resto dell’Europa? Pertanto, il rischio è che in Italia si continui a polemizzare sull’Europa fino alle parlamentari europee, secondo un’ottica nazionale, puramente interna, per ‘vedere’ chi dei 2 è più forte e, in futuro, come cambiare i giochi, a livello sia nazionale che europeo. Forse è un aspetto che le nostre forze politiche non considerano a sufficienza, proprio perché il loro atteggiamento euroscettico di fondo le distanzia dai temi europei: troppo prese nella contesa con Bruxelles, finiscono per trascurare interamente l’importanza di una visione a lungo termine.

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