mercoledì, Maggio 22

Italia-India: è l’ora del disgelo L'analisi dell'ex Ambasciatore italiano in India Antonio Armellini e dell'analista dello IAI Stefania Benaglia

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A distanza di esattamente dieci anni dall’ultima volta, un Presidente del Consiglio italiano torna in India. Il premier Paolo Gentiloni ha incontrato oggi il Primo Ministro indiano Narendra Modi. Un’ occasione preziosa per rilanciare i rapporti economici e diplomatici fra i due Paesi, superando il congelamento causato dal caso giudiziario dei due marò.

In seguito al loro ritorno in patria e a meno di un anno dalla decisione sul caso da parte della Corte di Arbitrato de L’Aja, la fase più acuta del contenzioso sembra essere superata. Tuttavia, le incognite derivanti dalle conseguenze della pronuncia della Corte d’Arbitrato non possono essere trascurate. Antonio Armellini, già Ambasciatore italiano presso l’india e analista presso lo IAI (Istituto Studi Internazionali) ritiene che un esito negativo della controversia avrebbe effetti svantaggiosi per entrambi i Paesi, ma che i contraccolpi di una decisione sfavorevole si sentirebbero molto più in Italia che in India: “Forse perché l’impatto in termini elettorali della questione dei marò in India verrebbe mitigato dal fatto che il fattore Gandhi non gioca più un ruolo rilevante nella politica locale e tanto meno tornerà ad essere determinante nella futura campagna elettorale indiana. Un lodo arbitrale negativo per l’India costituirebbe in parte un elemento di disturbo che potrebbe portare ad una nuova levata di scudi nazionalista, ma io credo che un responso negativo della Corte Arbitrale sarebbe molto più negativo per noi perché ci ritroveremmo in una situazione estremamente imbarazzante. Sia nel caso in cui la Corte sancisse un obbligo di rientro sia nel caso in cui l’Italia dovesse accettare che i marò venissero sottoposti ad una giurisdizione altrui, l’impatto sull’opinione pubblica italiana sarebbe evidente”.

In ogni caso, ammonisce Armellini, la vicenda dei marò non è stata la ragione principale della sostanziale marginalità del nostro Paese in India: “Tale marginalità ha ragioni più antiche che vanno dalla disattenzione della nostra politica estera nei confronti dell’India ad una distanza da scenari che apparivano periferici ma che si sono rivelati tutt’altro che tali. Anche le nostre visite istituzionali nel Paese sono state piuttosto scarse sia prima che dopo la vicenda dei marò, laddove, ad esempio, il Presidente francese Sarkozy è andato in India almeno tre volte dall’inizio del millennio e non è un caso che grazie a queste visite sia riuscito a sottrarre ad Eurofigher un importante contratto per la fornitura di nuovi aerei da combattimento alle forze armate indiane. Fra Italia e India, pertanto, vi è una distanza che ha ragioni profonde e che adesso si deve cercare di colmare”.

L’Italia è un partner economico di grande rilievo per l’India: il valore degli scambi commerciali fra i due Paesi ha superato nel biennio 2016-2017 gli otto miliardi di dollari e in India sono presenti oltre 600 imprese italiane operanti nei settori più disparati, dai trasporti alle infrastrutture, passando per le nuove tecnologie e l’energia rinnovabile. Nonostante tali cifre appaiano impressionanti, esse sono ben al di sotto delle capacità di espansione della nostra economia in Cina. Antonio Armellini sottolinea che “l’Italia ha una tradizione antica di presenza in India, la nazione indiana scopre la motorizzazione privata proprio grazie alle imprese italiane, quali la Lambretta, la Vespa e la Fiat in un periodo in cui tali soggetti avevano il monopolio dell’intero mercato di riferimento. Ma nel momento in cui il mercato dell’autotrasporto privato si espande, invece, le imprese italiane si ritraggono e la tradizionale presenza italiana in India si stempera. Queste vicende rappresentano l’emblema delle difficoltà incontrate dalle imprese italiane nell’approccio ai mercati indiani”.

Stefania Benaglia, analista presso lo IAI, sottolinea come “i rapporti fra i due Governi siano fondamentali per lo sviluppo di positive relazioni economiche, tuttavia, per le imprese italiane, sarebbe estremamente utile operare non da sole ma in un contesto più ampio a livello europeo, per poter agire insieme ad imprese che affrontano analoghi problemi”. Gli investimenti nel subcontinente indiano troveranno un sicuro fattore attrattivo nell’ambizioso programma di riforme Make in India varato dal premier Modi nel 2014, un progetto finalizzato alla semplificazione dei commerci e al rafforzamento della cooperazione internazionale, ma anche su questo punto la crescita indiana si presenta in chiaroscuro: “Purtroppo la Banca Mondiale ha visto al ribasso le stime di crescita dell’India: vi sono ancora delle riforme molto importanti da fare quale quella del settore bancario, ancora largamente in mano allo Stato e connotato da un alto livello di inefficienza, e quella in materia di semplificazione della burocrazia” ricorda Stefania Benaglia. “Su quest’ultimo punto vi è stata la lodevole iniziativa consistente nel raggruppare le varie tariffe sul valore aggiunto sotto un’unica imposta, iniziativa volta a consentire l’emersione di redditi in precedenza sommersi proprio a causa di una eccessiva pletoria di tasse e gabelle. Purtroppo però l’applicazione di questa riforma è stata condizionata da un’implementazione piuttosto farraginosa e difficile da comprendere: le imprese sono chiamate a compilare numerosi formulari senza sapere a chi rivolgersi per avere chiarimenti sulle linee guida da seguire”.

Ma le relazioni fra i due Paesi non si fermano all’economia. Fra India e Italia vi sono indubbiamente numerosi interessi comuni nell’arena internazionale, fra i quali occupa un primo posto la lotta al terrorismo. Su tal punto, Antonio Armellini ritiene che “vi sia la possibilità di positivi rapporti comuni in materia di intelligence, in quanto l’India ha una forte tradizione di lotta al terrorismo, pur essendo quest’ultimo di matrice fortemente interna più che internazionale. Tuttavia, nonostante la diversità di matrice, vi è sicuramente un terreno comune sui metodi con cui affrontarlo e combatterlo”.

La sfida al terrore impone di affrontare anche la questione dei rapporti con l’Afghanistan, nazione in cui l’Italia è presente nell’ambito della missione militare della Nato e al contempo partner privilegiato per la politica estera di Delhi. “Noi abbiamo tutto l’interesse a stabilizzare l’Afghanistan in tempi rapidi anche per poter poi ridurre la nostra presenza militare nel Paese”- sottolinea Armellini – “e sotto questo aspetto l’India è certamente in linea con noi ed il Governo afghano è l’unico su cui si può contare in questo momento per quest’opera di stabilizzazione. Pertanto l’approccio di Delhi e dell’Italia nei confronti di Kabul segue già linee guida comuni”.

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