martedì, Ottobre 20

Italia in Libia: ‘I veri ostacoli saranno le Ong’

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Si sono riunite solo poche ore fa le Commissioni  Esteri di Camera e Senato italiana per discutere della partecipazione italiana a supporto della guardia costiera libica varata lo scorso venerdì 28 luglio dal Consiglio dei Ministri. Dal confronto sono emersi diversi dubbi relativi, in sintesi, alle fonti di legittimazione di tale missione – tra cui la ‘fantomatica’ lettera del leader del Governo di Unità Nazionale libico Al-Sarraj -, alla destinazione degli immigrati una volta respinti, al ruolo operativo e concreto italiano in termini strettamente tecnici riguardo suddetto intervento, e per finire dubbi sulle regole di ingaggio, con esplicito rifermento nei numerosi interventi dei deputati e senatori alla missione già in atto, quale Mare Sicuro.

All’apertura di questa riunione, il Ministro degli Esteri italiano, Angelino Alfano, e il Ministro della Difesa, Roberta Pinotti, hanno entrambi sottolineato l’intenzione della missione di offrire supporto alla guardia costiera libica in modo del tutto ed esclusivamente coordinato con l’Autorità libica, cui primo obiettivo è, secondo quanto hanno ribadito, dunque quello di rafforzarla, al fine ultimo di perseguire quindi una maggior stabilità nel Paese.

Gli obiettivi della missione in discussione, secondo quanto riportato dalla delibera dello scorso venerdì, sono «…fornire supporto alle forze di sicurezza libiche per le attività di controllo e contrasto dell’immigrazione illegale e del traffico di esseri umani mediante un dispositivo aeronavale e integrato da capacità ISR {Intelligence, Surveillance, Reconaissance). In particolare, la missione ha i seguenti compiti, che si aggiungono a quelli già svolti dal dispositivo aeronavale nazionale apprestato per la sorveglianza e la sicurezza nell’area del Mediterraneo centrale: protezione e difesa dei mezzi del Consiglio presidenziale / Governo di accordo nazionale libico (GNA) che operano per il controllo/contrasto dell’immigrazione illegale, distaccando, una o più unità assegnate al dispositivo per operare nelle acque territoriali e interne della Libia controllate dal Consiglio presidenziale / Governo di Accordo Nazionale (GNA) in supporto a unità navali libiche; ricognizione in territorio libico per la determinazione delle attività di supporto da svolgere; attività di collegamento e consulenza a favore della Marina e Guardia costiera libica; collaborazione per la costituzione di un centro operativo marittimo in territorio libico per la sorveglianza, la cooperazione marittima e il coordinamento delle attività congiunte. Inoltre, potranno essere svolte attività per il ripristino dell’efficienza degli assetti terrestri, navali e aerei, comprese le relative infrastrutture, funzionali al supporto per il contrasto dell’immigrazione illegale».

Abbiamo intervistato Gianandrea Gaiani, Direttore di Analisi Difesa, analista strategico militare, per approfondire la missione italiana in supporto alla guardia costiera libica, analizzandone le caratteristiche tecnico-operative e gli inevitabili risvolti politici che ne potrebbero conseguire.

 

Missione di supporto operativo in Libia: ci può spiegare in cosa consiste in termini tecnico operativi?

L’Europa, ma soprattutto l’Italia sta già fornendo da tempo alla Libia un supporto in termini di addestramento e di consegna di motovedette – ne ha consegnate 4, e ne sta per consegnare altre sei – Quindi, vi è già un’ estesa attività di cooperazione che è già servita a qualcosa. Da giugno, infatti, ha fermato circa 10 mila migranti, ha riportato indietro barconi e gommoni, ha combattuto contro i trafficanti in almeno tre occasioni, ingaggiando scontri a fuoco con i motoscafi dei trafficanti, e ha riportato indietro queste persone in un campo dell’ONU, da dove 5 mila persone sono state poi rimpatriate nei loro Paesi d’origine grazie all’Organizzazione Internazionale delle Immigrazioni.

La nuova missione italiana ha l’obiettivo di rafforzare questo tipo di attività a supporto della guardia costiera.  Questo indica che i militari e le nostre navi potranno potranno andare nel porto di Tripoli, come supporto logistico. Ritengo si tratti di un supporto soprattutto informativo. Le nostre navi sono molto più grandi di quelle libiche e hanno capacità importanti, come coprire con i radar un’ampia zona, gli aerei e droni italiani sono in grado di avere una ricognizione costante, e tutto questo quindi potrebbe indirizzare le motovedette libiche nelle zone da dove salpano i barconi. Si tratterebbe, insomma, di dare ai libici un supporto anche sulla ricognizione.

Per quanto riguarda poi la parte operativa, qualora ci fosse, io credo che dovrà essere mantenuto un certo livello di riservatezza, o bassa visibilità, dal momento che Al-Sarraj ha richiesto questo supporto, ma non può dare l’impressione di aver invitato gli italiani in Libia a fare quello che vogliono. Come i suoi rivali, anche i suoi sostenitori sono infatti molto attenti alla questione della sovranità, e quindi rischia di essere accusato di aver ceduto la sovranità libica agli italiani. C’è però un aspetto importante di cui non si parla abbastanza. Al-Sarraj è venuto in Italia a portare la richiesta di intervento italiano il giorno dopo che sono stati raggiunti gli accordi a Parigi. Ciò significa che gli accordi di Parigi – voluti da Macron – hanno di fatto sdoganato la legittimità del Generale Haftar, che è emerso come l’uomo forte della Libia. Di conseguenza, Al-Sarraj ne è uscito quasi indebolito, ed è quindi corso subito dal suo grande e ormai unico alleato, ovvero l’Italia, ed ergo, la presenza italiana che supporta anche logisticamente la sua guardia costiera è comunque una garanzia di legittimazione e di forza per il suo Governo.

Quali sono i limiti che incontreranno i nostri militari, determinati sia dalla situazione sul terreno sia dal contesto politico libico attuale?

Io non credo che i trafficanti vogliano attaccare con le loro mitragliatrici le navi da guerra italiane, in quanto le nostre navi avranno sempre il diritto di autodifendersi e di rispondere ad attacchi. Sarebbe pertanto un suicidio per loro, non mi aspetto quindi minacce in questo senso. Possiamo però aspettarci che cerchino invece di mettere in difficoltà, o di far addirittura morire qualche centinaio di migranti, con l’obiettivo di immolare anche in Italia quelle forze – ONG, cooperative, enti cattolici – che oggi  hanno il loro business sull’accoglienza e sui soccorsi. Infatti, questi ultimi hanno già descritto questa operazione come vergognosa, ma di fatto consentirebbe la svolta nella questione della rotta dei migranti in Libia.

Grazie a questa operazione, i migranti illegali non arriverebbero più in Italia, ma verrebbero riportati in Libia. Sostengo da anni che i respingimenti assistiti siano forse l’unica risposta adatta a questa crisi, e se questa operazione riesce, fermando quindi i flussi e riportando i migranti in Libia, nel giro di poche settimane i flussi dalla Libia cesseranno. Nessuno rischierebbe la vita nel deserto e/ o in mare, e nessun spenderebbe migliaia di euro – che in Africa sono un capitale – sapendo che questo viaggio si concluderebbe in Libia con il rimpatrio. Ed è per questo che si tratta, quindi, di un’operazione strategica, e per ciò contrastata da chi in Italia ha interesse a continuare il business dell’accoglienza e dei soccorsi – ONG, coop, enti cattolici, e tutti quelli che quest’anno si stanno dividendo un business di circa 5 miliardi di euro nell’accoglienza.

D’altra parte anche in Libia i trafficanti cercheranno di compromettere l’esito di questa missione, e l’unico modo che hanno per poterlo fare è quello di causare numerose vittime tra i migranti. Non dobbiamo dimenticare a tal proposito che le operazioni di soccorso (che hanno fatto entrare in Italia da 4 anni circa 700 mila immigrati illegali) sono nate da una strage, anche se nessuno l’ha provocata; mi riferisco al naufragio avvenuto a Lampedusa nel 2013. Sull’onda emotiva di tale tragedia abbiamo preso in Italia 700 mila persone, di cui oltre la metà abbiamo perso completamente il controllo – non sappiamo dove siano, e tra l’altro non sappiamo neanche chi siano. Quindi, io credo che la missione non incontrerà grandi difficoltà oggettive, ma siccome ha un grande valore strategico, avrà molti nemici, in quanto rischia di interrompere un business in Italia che vale 5 miliardi di euro solo quest’anno, ed un secondo business che, secondo l’Europol, per i trafficanti vale circa 6 miliardi di euro l’anno. Quindi diciamo che si muovono interessi molto consistenti che fanno sì che queste operazioni avranno anche dei nemici importanti.

Come si relazioneranno le unità militari italiane con le forze militari in loco? Quali le dinamiche in termini operativi?

Io credo che sarà necessario avere al comando della guardia costiera a Tripoli, cioè ad Abu Sittah (ovvero dove si trova la base navale e la sede dove vive Al-Sarraj), qualche militare italiano che sia ufficiale di collegamento, in modo da poter fare da tramite tra le navi italiane e il comando della guardia costiera. Oppure potrebbe essere necessaria una presenza fissa di militari italiani che facciano proprio da consulenti. Sarebbe anche indicata la presenza di consiglieri militari di tipo navale, però questo lo capiremo bene solo quando ci spiegheranno in Parlamento la consistenza di questa forza. Il fatto che il decreto non parli di una missione ad hoc, bensì di uno sviluppo di ‘Mare Sicuro’, indica l’intenzione italiana di non voler dare una visibilità a questa operazione, privandola di un nome preciso. Così facendo, si eviterebbe infatti di mettere in imbarazzo Al-Sarraj ed essendo la continuazione di Mare Sicuro – una missione nazionale, di sicurezza degli interessi vitali nazionali -, anche gli sviluppi di collegamento sarebbero di legame più stretto tra la guardia costiera libica e il comando di Mare Sicuro. Ovviamente per fare questo, si devono avere avere ufficiali di collegamento e del personale italiano basato a Tripoli. Tra l’altro nel decreto si parla anche – senza aggiungere dettagli- di mezzi terrestri, e ciò significa che qualche cosa a terra dovremo schierare, se metteremo degli ufficiali, del personale e/odel comando, dovremo mettere, immagino, anche un piccolo reparto di Fucilieri di Marina del San Marco, di forze speciali per proteggerli da eventuali attentati o rapimenti.

La porosità dei confini libici a sud comporta un enorme flusso di migranti provenienti da Paesi come Niger, Ciad o Sudan, ma la missione italiana si occupa esclusivamente di flussi migranti sulle coste. Tenendo presente ciò, quanto effettivamente una missione nel Mediterraneo è indirettamente efficace per bloccare i flussi provenienti dal confine a sud?

Alcuni sostengono che per risolvere la questione dei migranti bisogna fermare i flussi a sud, ma io non ritengo sia così. Chiudere il passaggio dal Niger richiederebbe la necessità di schierare un enorme numero di soldati, dei tempi lunghissimi, esorbitanti costi logistici e altissimi rischi – dal momento che è proprio lì che si trovano gruppi jihadisti. Non servirebbe a nulla, perché qualora si riesca a bloccare la frontiera tra Niger e Libia, i flussi girerebbero sulle piste nel deserto o dal confine sud-algerino, utilizzando quindi delle rotte alternative. I traffici a sud – esseri umani, armi e droga – sono tutti gestiti da trafficanti legati a gruppi jihadisti, si tratta quindi di gente che riuscirebbe a trafficare lo stesso.

Penso sia assurdo chiudere il fronte sud, perché in realtà la frontiera a sud è attraversata da tantissima gente che è sicura e convinta che rischiando la vita e arrivando poi sulle spiagge libiche riuscirà ad arrivare in Italia, e bloccare le frontiere sarebbe inutile, mentre se gli si dimostra che in Italia non si arriva più, nessuno partirà più dall’Africa Occidentale, per esempio. D’altra parte la nazionalità più diffusa tra i migranti illegali che arrivano in Italia dopo i nigeriani, è quella del Bangladesh. I migranti provenienti dal Bangladesh arrivano per via aerea a Tripoli, per poi recarsi sulle spiagge al fine di imbarcarsi pagando i trafficanti. La missione italiana in Libia comporterebbe il vantaggio di ridurre o eliminare il numero delle vittime, dal momento che si soccorrerebbe la gente in mare in acque libiche, però poi una volta salvati verrebbero riportati sulla spiaggia libica.  Il modo più efficace e meno costoso per chiudere il traffico di migranti verso l’Italia è proprio quello di operare nelle acque libiche, tra l’altro in una fascia costiera che è abbastanza limitata.

La Libia è caratterizzata da un background socio culturale e soprattutto politico alquanto variegato, tribù, gruppi etnico religiosi differenti e diverse forze politiche. Questo aspetto potrebbe in qualche modo debilitare il supporto pianificato da Gentiloni? 

Il Generale Haftar, ovviamente, ha definito questa missione come illegittima, in quanto mantiene come obiettivo quello di screditare e dimostrate l’illegittimità del Governo di Al-Sarraj. E’ ormai chiaro che lui è l’uomo sostenuto non solo dai russi, egiziani ed emiratini, ma anche dai francesi, ed è altrettanto chiaro che in questa operazione entra in campo anche il confronto tra Italia e Francia per l’influenza in Libia, un confronto che si combatte non solo sul fronte libico, ma anche su quello dei cantieri navali, europeo, e il modo migliore che ha l’Italia per difendere i suoi interessi vitali nazionali è quello di continuare a sostenere Al-Sarraj. E’ vero che Haftar è l’uomo forte, ma è anche vero che non ha il controllo di quella zona libica che rientra negli interessi vitali nazionali italiani. Ad oggi, l’Italia ha i due interessi strategici in Libia, entrambi in Tripolitania, uno è quello dei migranti, e l’altro è quello energetico, e i nostri interessi sono soprattutto legati al gasdotto che arriva al terminal di Melita, che è fra l’altro al confine tunisino e Sabrata, e da lì poi sott’acqua il gasdotto importa il gas in Italia e in Europa. Quindi, sostenendo Al-Sarraj, l’Italia sta difendendo i propri interessi vitali nazionali, tra l’altro Al-Sarraj è ancora il Governo riconosciuto dall’ONU, anche se invece a Tobruk c’è il Parlamento. Quindi alla fine la difesa dei nostri interessi, anche attraverso questa missione, può gettare le basi per un accordo di pace sulla Libia, che salvaguardi gli interessi francesi – concentrati soprattutto in Cirenaica, la Total ha i suoi pozzi lì -, e quelli italiani, concentrati soprattutto in Tripolitania. Ci sono le basi per un negoziato a tutto campo, che veda anche gli interessi italiani e francesi tutelati.

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