venerdì, Novembre 15

Italia, il Paese dell'eterno presente La cultura del breve periodo e l'assenza di una visione del futuro

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Molto presente, poco futuro. Tradotto: nessuna politica/strategia ‘a lunga scadenza’. Questo lo sappiamo, ed è sempre stata l’errore maggiore della politica nostrana. Siamo terribilmente in ritardo, e questo è il risultato di chi non vuole guardare più in là dell’istante stesso. C’è da dire che di commissioni di super esperti, di studi sul futuro (inteso come previsioni di possibili scenari socio-economici-ambientali) ne sono stati fatti, il problema è che non si sono mai tradotti in azioni politiche, e quindi in realtà. Eppure di avvertimenti ne abbiamo da tutte le parti.

Stavolta è l’Eurispes, l’Istituto di Studi Politici, Economici e Sociali, a richiamare l’attenzione su questo problema.  L’idea messa sul tavolo è quella adottata in alcuni Stati del nord Europa, un Ministero per il Futuro. In una lettera aperta a Matteo Renzi, Gian Maria Fara, ha chiesto (in maniera provocatoria) di seguire la strada del «governo svedese», che «ha deciso, nel 2015, di costituire un apposito Ministero per lo Sviluppo Strategico ed ha organizzato un Consiglio per il Futuro, un vero e proprio Consiglio dei Ministri che si riunisce periodicamente per sostenere il Premier nelle sue scelte politiche. Il Consiglio per il Futuro è composto dal Primo ministro e dai ministri per le infrastrutture, lo sviluppo economico e l’innovazione, le finanze, la pubblica amministrazione, l’ambiente».

Sarebbe una svolta di grande rilievo, soprattutto nel Paese che vive sempre nel presente e di politiche del momento. La mancanza completa di lungimiranza e di una visione a lungo termine, questo è il problema dell’Italia”. Un Ministero del genere, ci spiega Roberto Paura, presidente dell’Italian Institute for the Future, “può essere un modo per mettere insieme i decisori politici e fornirgli tutte le informazioni di cui hanno bisogno per elaborare gli scenari di lungo periodo e poi prendere delle decisioni. Questi dati e queste informazioni per quanto riguarda gli scenari a lungo termine li abbiamo, il problema è che sulla base di questi scenari non si prendono delle iniziative politiche, non si traducono in policy”.

Riusciamo a malapena a gestire il presente” sottolinea Gian Maria Fara, presidente Eurispes. “Questo dipende dalla nostra incapacità di immaginare il futuro: di prevedere ciò che può accadere e quindi di prepararsi agli sviluppi delle possibili situazioni. Il Problema sta nell’incapacità della politica di far tesoro dell’esperienza della scienza. Dovrebbe esserci un rapporto più coerente e diretto tra il mondo scientifico e accademico e la politica. I Paesi dell’Europa del Nord e gli Stati Uniti ragionano oggi su quel che accadrà fra trent’anni. Ci ragionano immaginando anche quali potrebbero essere le possibili soluzioni ad eventuali problematiche che si dovessero presentare. La nostra classe politica sarà costretta ad adeguarsi. E’ un problema di deficit della classe dirigente in generale. Parliamo di vari soggetti: nell’ambito della ricerca, dell’informazione, dei sindacati, dei partiti. Noi tendiamo a scaricare tutto sulla politica che finisce per diventare il capro espiatorio di un deficit generale”.

Prendiamo, ad esempio, l’aspetto delle politiche ambientali. “Abbiamo continuamente  rapporti pieni di dati sul cambiamento climatico, basati su risultati incontrovertibili dal lato scientifico”, continua Roberto Paura. “Ma quando si chiede ai Paesi, come nella riunione di dicembre a Parigi, di prendere delle decisioni che vadano in questo senso, quello che accade è che si fanno delle risoluzioni molto generali. Le politiche dei singoli Paesi continuano a guardare sempre al breve periodo (che è quello della scadenza elettorale nel caso dell’Italia), lo potremmo considerare un problema della democrazia stessa. Prendiamo il referendum del 17 aprile: su breve termine è scarsamente rilevante. Stiamo parlando di una quantità di energia prodotta dagli stabilimenti off-shore molto limitata. Sul lungo termine questo ragionamento è giusto, disincentiviamo l’uso dei combustibili fossili per incentivare quello delle energie rinnovabili”.

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