giovedì, Gennaio 23

Bardonecchia, Italia-Francia: una diplomazia ‘di frontiera’? Il quadro giuridico all’ombra dei fatti di Bardonecchia del 30 marzo. Distacco istituzionale, reazioni a caldo e fratture ‘di vicinato’ da sanare. Intervista a Edoardo Greppi, Ordinario di Diritto Internazionale dell’Università di Torino

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A quattro giorni di distanza dall’‘incidente’ occorso a Bardonecchia, prima delle critiche mosse dai rappresentanti del Governo e della società civile, sono i fatti – una volta di più – a richiamare l’attenzione: l’ingresso non concertato di 5 agenti della Polizia doganale francese di Modane – di cui non si conoscono le generalità –  nei locali della Stazione ferroviaria, dove la Onlus ‘Rainbow for Africa’, attiva in Alta Val di Susa dal dicembre 2017, ha in uso una stanza adibita a presidio sanitario notturno per fornire assistenza a chi cerca, senza titolo, di passare il confine di Stato; un atteggiamento intimidatorio verso un medico e i volontari dell’associazione, e discriminatorio ai danni di un giovane cittadino nigeriano residente in Italia, fermato su un treno ad alta velocità tra Modane e Bardonecchia perché sospettato di trasportare droga e, per questo, sottoposto con l’uso della forza a un esame delle urine rivelatosi negativo; l’incrinarsi degli accordi di collaborazione frontaliera che, secondo Parigi, «non sono stati violati»; l’accesso ai locali, in precedenza utilizzati in base ai citati accordi, che gli agenti sapevano in uso al nuovo presidio; l’apertura di una inchiesta da parte della Procura di Torino per tre ipotesi di reato: oltre alla violenza privata, abuso in atti di ufficio e violazione di domicilio.

La risposta della Farnesina, che ha classificato «atto grave» la violazione dell’accordo, è stata immediata. Convocato a Roma il 31 marzo l’ambasciatore francese Christian Masset, al quale Giuseppe Buccino Grimaldi, Direttore Generale per l’UE, «ha rappresentato (…) la ferma protesta del Governo italiano per la condotta degli agenti doganali francesi, ritenuta inaccettabile», il Ministro dell’Azione e dei Conti pubblici Gérald Darmanin, responsabile per la Polizia di dogana, ha fatto sapere da Parigi che non c’è stata alcuna violazione della sovranità italiana, in quanto il locale impiegato per effettuare il test era, in base ai citati accordi, a disponibilità degli agenti transalpini.

 Tuttavia, fa notare Buccino, dal recente interscambio di comunicazioni tra Ferrovie dello Stato italiane e ‘Douanes’ «emerge chiaramente come queste ultime fossero al corrente che i locali della stazione di Bardonecchia, precedentemente accessibili ai loro agenti, non lo siano più, essendo adesso occupati da una organizzazione non governativa a scopo umanitario», un punto destinato ad essere discusso in apposita sede (la Prefettura di Torino) il 16 aprile.

 Dopo il silenzio iniziale, la reazione distaccata della Francia ha alimentato un coro di critiche trasversali, variamente argomentate da parte del Governo, di alcuni leader politici (il Segretario della Lega ha direttamente minacciato l’espulsione dei diplomatici francesi dall’Italia) e di portavoce della società civile – giuristi dell’ASGI in testa. Intanto, Parigi ha temporaneamente sospeso i controlli nell’attesa della visita di Darmanin a Roma, come lo stesso Ministro ha annunciato il giorno di Pasqua.

L’incidente diplomatico, tra gravità contestata e conferma di regolarità delle condotte, «mette oggettivamente in discussione» – stando ancora alla nota della Farnesina – «il concreto funzionamento della sinora eccellente collaborazione frontaliera». Peraltro, l’ ‘eccellenza’ di questa sinergia sembra intaccata da tensioni  correnti lungo tutto lo spartiacque, che sembrano cronicizzarsi: giuridicamente, non sono solo gli accordi del 1990 ad essere stati violati dagli agenti doganali. Come riporta in dettaglio l’Associazione per gli Studi giuridici sull’Immigrazione (ASGI), la Convenzione di Schengen, all’art. 41, dispensa gli agenti francesi che entrino in territorio italiano dalla richiesta di autorizzazione alle autorità competenti nei casi di flagranza di reato grave in cui sia colta la persona inseguita fuori dal territorio nazionale. Nel caso in esame, però, la persona non è stata colta in flagranza, ma solo sospettata di trasportare in corpore sostanze stupefacenti; né gli agenti hanno dato avviso alle autorità italiane subito dopo avere varcato il confine – come impone la norma – anzi lo hanno fermato, di fatto sostituendosi ad esse. Lo stesso accesso ai locali integra , in base allo stesso articolo, una violazione di domicilio da parte degli agenti che inseguono una persona oltre frontiera. Ci sono, poi, due accordi ratificati dall’Italia con legge: l’Accordo italo-francese (aggiornato al 2012) sulla cooperazione bilaterale nelle operazioni congiunte di polizia, che nel caso di specie avrebbe richiesto il controllo e la presenza di agenti italiani (art. 3), e il Trattato di Prüm del 2005, secondo cui «I funzionari che partecipano ad interventi comuni di altre Parti contraenti sono vincolati alle istruzioni dell’autorità competente dello Stato di accoglienza» (art. 24). Lo stesso Trattato   permette agli agenti di attraversare la frontiera comune senza previa autorizzazione nei casi di un’emergenza volta a scongiurare un pericolo imminente (art. 25), circostanza estranea a quanto accaduto il 30 marzo in Val di Susa.

Il richiamo al rispetto, nelle indagini congiunte, della procedura penale di ciascuna delle Parti contraenti – contenuto nell’Accordo di Chambery del 1997 – comporta, rispetto al test effettuato all’interno della Stazione, una violazione dell’art. 349 del Codice di procedura penale.  «Nell’ordinamento italiano», scrivono i giuristi dell’Associazione, «nessun intervento volto a prelevare coattivamente materiale organico di un indagato (anche in materia di omicidio stradale) può avvenire senza l’autorizzazione dell’autorità giudiziaria».

Le incomprensioni sorte tra i due Paesi in merito all’ingerenza francese nel governo dei confini, non presentano soltanto aspetti tecnici legati all’efficienza di un’amministrazione congiunta:  la violazione degli accordi attraverso le prassi di polizia ha a che fare con quella dei diritti umani. Ne sanno qualcosa le autorità francesi, che in forza della legge nazionale sull’immigrazione derogano alla tutela – internazionale – dei diritti dell’infanzia (è il caso dei ripetuti respingimenti alla frontiera di minori stranieri non accompagnati), come anche allo stato di necessità in cui versano le persone soccorse. Nel Codice che regola l’ingresso e il soggiorno degli stranieri (art. 622), è stata introdotta, dal 2012, una scriminante per chi agisce a tutela della dignità o dell’integrità fisica della persona, ma la misura è limitata al soggiorno, cioè non si applica a chi, come la guida alpina Benoit Ducos (che oggi rischia 5 anni di detenzione), meno di un mese fa ha soccorso, a 1850 metri di quota, una donna all’ ottavo mese di gravidanza entrata illegalmente con il marito e i figli in territorio francese.

Mentre, in base alla ‘domesticità’ acquisita dalla prospettiva umanitaria, troviamo concordi gli italiani e i francesi che, spontaneamente, si mobilitano per soccorrere e assistere persone in difficoltà, il distacco emotivo mantenuto dai vertici a Parigi e le incomprensioni tra Francia e Italia sembrano alimentare – una specie di ‘effetto boomerang’ – le dichiarazioni a caldo di chi, non solo in Italia, lavora politicamente contro un processo di integrazione europea faticosamente ricercato.

In questo senso, il blitz di Bardonecchia può intaccare il rilancio dei rapporti di vicinato tra due Paesi entrambi determinanti per l’Europa, proprio mentre il futuro ‘Trattato del Quirinale’ è in corso di redazione?

Lasciamo la parola a Edoardo Greppi, Ordinario di Diritto Internazionale dell’Università di Torino.

Professor Greppi, fin dall’elezione di Emmanuel Macron, i fatti che avvengono lungo il confine tra Francia e Italia denotano una linea dura di Parigi rispetto alla dichiarata esigenza di co-gestione solidale del fenomeno migratorio. Dal contrasto tra realtà e discorso politico di vertice (tenuto conto che la polizia e i doganieri francesi prendono ordini da Parigi) qual è l’attitudine generale dell’attuale Governo francese verso l’Italia – che appare spesso ‘emarginata’ – e come conciliare le dichiarazioni solidaristiche di Macron con quanto accaduto nell’ultimo anno, da Mentone a Bardonecchia?

Le dichiarazioni programmatiche del Presidente Macron sono state espresse, negli scorsi mesi, in un contesto nel quale assistiamo al risorgere in Europa di pulsioni nazionaliste e ‘sovraniste’ che speravamo fossero rimaste nella tragica storia del Novecento. Quello che il nostro grandissimo statista Luigi Einaudi chiamava ‘il mito dello Stato sovrano’ è sempre in agguato, e abbiamo classi dirigenti (e/o aspiranti tali) che ne fanno una bandiera. Il grande disegno politico dell’integrazione europea deve continuamente fronteggiare le tentazioni di chi, oggi, spinge per riprendersi porzioni di quella sovranità nazionale che aveva accettato di condividere con altri Stati e, addirittura, di riconfigurare sotto forma di istituzioni sovranazionali. Troppi politici europei (non certo ‘statisti’) sembrano non aver fatto propria la lezione delle tragedie del Novecento: quella lezione che i padri dell’Europa avevano iniziato a tradurre in grandi iniziative politiche.

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