mercoledì, Luglio 17

Italia e cooperazione internazionale, più aiuto ai Paesi poveri Il rapporto del Center for Global Development ci vede risalire nella graduatoria degli aiuti internazionali

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Aiuto internazionale e tecnologia. Sono questi i due settori in cui l’Italia occupa le posizioni più basse nel Commitment to Development Index 2017, il report che analizza lo sforzo dei 27 Paesi più ricchi del mondo nel contesto della cooperazione internazionale e dell’aiuto ai Paesi in via di sviluppo. Rispetto ai dati del 2016, la sommatoria degli aspetti presi in considerazione dai ricercatori del Center for Global Development ha determinato una risalita del nostro Paese di due posizioni, passando dal sedicesimo posto al quattordicesimo.

Il report è arrivato con tempismo ad anticipare l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, tenutasi questo 12 settembre, con l’intento di dare indicazioni su cosa va e cosa no in ambito di aiuto e cooperazione internazionale. Gli aspetti identificati nella pubblicazione si dividono fra Aiuti, Finanza, Tecnologia, Ambiente, Commercio, Sicurezza, Migrazione. In questa graduatoria, l’Italia ha fatto passi in avanti in ambito ambientale e finanziario, occupando rispettivamente la settima e quarta posizione.

Per quanto riguarda il reparto ambientale, il buon posizionamento dell’Italia è dovuto ad uno sforzo generale nel contrastare il cambiamento climatico, attraverso la sigla di accordi internazionali, come quello di Parigi, nella protezione della biodiversità e nella tutela delle risorse ittiche e marine. Non solo. Politiche fiscali che hanno determinato incremento nei costi della benzina ed una bassa produzione di combustibile fossile pro capite hanno attirato ulteriori giudizi di qualità dell’operato italiano.

L’altro aspetto che vede l’Italia in buona posizione è quello relativo alla finanza, intesa come supporto economico ai Paesi in via di sviluppo. In questo indice vengono valutate le politiche di investimento dei vari Paesi, il grado di trasparenza finanziaria, misure di anti riciclaggio, efficienza nell’amministrazione delle tasse. Il rapporto specifica come l’Italia si stia muovendo bene in diversi ambiti, specialmente per quel che riguarda la trasparenza finanziaria e di informazioni, mentre potrebbe fare di più nell’aumento dei flussi di capitale.

Altro capitolo è quello relativo agli aiuti umanitari, in cui l’Italia si piazza al 19esimo posto su 27. Questo a causa di una bassa percentuale (0.26%) di reddito nazionale lordo destinato all’assistenza allo sviluppo. Un dato molto inferiore rispetto alla media internazionale dello 0.7 % e al di sotto della media dei 27 Paesi analizzati nell’indice. L’Italia, specificano gli autori, nonostante sia riconosciuta virtuosa per destinare gran parte delle risorse ai Paesi più poveri, dovrebbe tuttavia incrementare la qualità del suo aiuto attraverso politiche di maggiore trasparenza.

Quello che viene fuori, in definitiva, è un lento ma progressivo miglioramento nel ranking dei Paesi pubblicato dal CGD, in cui l’Italia riesce ad avvicinarsi alla metà della classifica. Per capire meglio a che punto è il nostro Paese nell’ambito di politiche di cooperazione, abbiamo chiesto il parere a due esperti in materia. “Il nostro contributo in relazione al prodotto nazionale è sempre stato molto al di sotto degli altri Paesi OCSE”, ci dice Gianni Vaggi, professore di Economia dello Sviluppo presso l’Università di Pavia. “Ci sono stati anni che abbiamo toccato lo 0.2 per cento, per poi conoscere una leggera risalita negli ultimi tempi, comunque ben al di sotto della media”.

Un percorso difficile che l’Italia ha affrontato e dal quale, ultimamente, sembra provare a uscirne. “La crisi italiana da questo punto di vista dura ormai da una quindicina d’anni”, continua il professore. “Nei primi dieci-dodici anni dal Duemila, abbiamo conosciuto una grossa stasi. Ad esempio, siamo stati i fondatori del Global Fund per la cura dell’aids, ma siamo stati insolventi per diversi anni. Questo ha determinato una sostanziale scomparsa dell’Italia su questioni di cooperazione internazionale”.

Come ci stiamo comportando oggi, dopo anni di arretratezza nei programmi di sviluppo internazionale?Adesso stiamo ricominciando ad entrare sempre più in queste dinamiche”, prosegue Vaggi. “Ci sono realtà in cui l’Italia è presente da anni, come ad esempio la Palestina, in cui sono attivi programmi per la salute e l’educazione. Ma anche in Mozambico e in Asia, come avviene a Myanmar. Il focus verso cui ci stiamo indirizzando e che sarà quello futuro è in Africa e Medioriente, mentre stiamo quasi abbandonando i progetti in America Latina”.

Un importante elemento da tenere in considerazione quando si parla di cooperazione internazionale italiana non può che essere la recente riforma della Farnesina, che ha visto affiancarsi al Ministero l’AICS, Agenzia Italiana per la Cooperazione e lo Sviluppo. Un tentativo di riformare il dicastero, aggiornarlo su tematiche odierne e seguire il passo dei principali Paesi europei.

In linea generale, è stata una riforma opportuna”, dice il professor Vaggi. “Tutti i grandi Paesi hanno oggi una agenzia di cooperazione separata dal Governo. Inglesi, francesi, americani. Poi è naturale che anche il Governo sia coinvolto nella gestione. Il problema è che è una macchina che ci metterà molto tempo per entrare a pieno regime. Basti considerare quanto è gigantesco il Consiglio Nazionale della Cooperazione, per il quale manca ancora molto personale e per cui si stanno facendo i concorsi”.

Continua poi il professore. “L’idea di separare le competenze più tecniche, gestionali manageriali da quelle politiche non mi sembra sbagliata. I progetti, i bandi, gli interventi sul territorio vanno gestiti da personalità più specifiche”.

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