domenica, Agosto 25

Italia – Cina in Etiopia: un Davide contro Golia Siamo proprio sicuri di riuscire a vincere la Cina in Etiopia? Gli investimenti cinesi in Etiopia rientrano in una strategia condivisa a colpi di accordi speciali con l’Etiopia, l’Italia non ha accordi privilegiati

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Quali sono le reali, effettive, possibilità che l’Italia investa in Etiopia battendo la concorrenza della Cina? Un obiettivo che è stato in qualche modo adombrato dalla Vice Ministra degli Esteri e Cooperazione Internazionale Emanuela Del Re, nel corso di una intervista rilasciata al quotidiano ‘L’Avvenire’, dopo la sua visita dal 19 al 21 giugno nel Paese africano.
Del Re si è dichiarata convinta che l’Italia ce la può fare grazie ai legami storici e culturali, al rapporto di fiducia e amicizia sviluppato con i Governo etiope, alla superiore qualità tecnologica italiana rispetto a quella cinese, e, infine, grazie al modello di cooperative e piccole e medie imprese.
Nella prima parte (pubblicata ieri) di questo servizio abbiamo analizzato alcuni dei punti forti evidenziati dalla Vice-Ministro (legami storici, amicizia tra i due Paesi, la natura del PIL etiope, gli attuali investitori italiani nel Paese). In questa seconda e ultima parte andremo a valutare attentamente le difficoltà che si trova davanti l’investitore italiano entrando in Etiopia e i punti forti che esprime la Cina in Etiopia con i quali l’Italia dovrà fare i conti se davvero punta a surclassare il gigante asiatico.

 

Difficoltà economiche oggettive per investire in Etiopia

L’obiettivo di ogni investitore straniero è di creare profitti da rimpatriare, dopo aver assolto ai doveri fiscali del Paese ospitante. Il sistema bancario etiope rende estremamente difficile tale operazione. La Banca Centrale possiede scarse riserve di valuta pregiata. Talmente scarse che un mese fa il Governo etiope è stato costretto a elemosinare dall’Arabia Saudita un prestito di 3 miliardi di dollari per poter onorare i pagamenti correnti, e sostenere parte dei pagamenti degli interessi sui prestiti internazionali ricevuti. Questi miliardi verranno esauriti in breve, e la scarsità di valuta pregiata si riproporrà. 

Un imprenditore greco contattato per l’occasione ci spiega le difficoltà di esportare i profitti fuori dall’Etiopia. “A causa della scarsità delle riserve presso la Banca Centrale, qualunque investitore straniero che voglia convertire il Birr in dollari o euro trova enormi difficoltà. Il Birr non è una valuta convertibile, nemmeno nei Paesi confinanti. Fuori dall’Etiopia i milioni di Birr sono semplicemente carta straccia, quindi la principale difficoltà riguarda la conversione monetaria”. Nessuna banca, anche privata, è autorizzata a scambiare la minima somma di dollari o euro. “Occorre il permesso della Banca Centrale. Non disponendo di sufficienti riserve i tempi per ottenere il permesso sono dai 6 mesi ad un anno. Per pagare i prodotti importati dall’estero, l’imprenditore deve necessariamente disporre di capitali esteri custoditi in banche di altri Paesi. Se intende pagare tramite il sistema bancario etiope deve attendere l’autorizzazione dalla Banca Centrale con gli stessi tempi: 6 o 12 mesi. Tempi che mal si conciliano con le aspettative dei fornitori esteri. Vi sono solo due modi per ottenere immediatamente valuta pregiata per pagare le forniture estere o esportare i profitti. Il primo è rivolgersi al mercato nero. Il secondo è di ottenere ‘accordi specialidirettamente con il governo. Entrambe le soluzioni hanno un costo elevatissimo ed espongono l’imprenditore a rischi di illegalità o a pericolose servitù politiche. Anche se si ottene la valuta pregiata con questi modi illeciti rimane il problema di farla uscire dal Paese in quanto queste somme non sono uscite dalla Banca Centrale”, prosegue l’imprenditore greco. “Le pene per la fuga di capitali sono severissime. L’unico sistema è quello di ricorrere al sistema yewenidimamachineti igezaaiuti di fratellanza– normalmente utilizzati da tutti gli imprenditori etiopi. Si contatta un imprenditore etiope che ha investimenti nel Paese e conti in dollari o euro in Europa o Stati Uniti. Si versa in Etiopia la somma pattuita in Biir, che l’investitore utilizza per le sue attività nel Paese, in cambio della contropartita in valuta estera versata dalla sua banca straniera sul conto estero.
Questa fratellanza ha un costo elevato. L’imprenditore ti applica uno cambio sfavorevole inoltre è possibile ricorrere a questo sistema per cifre non superiori ai 9.000 euro altrimenti scattano le inchieste delle magistrature europee sul riciclaggio di denaro. Personalmente sto pensando di vendere la mia attività e di trasferirmi in un altro Paese africano con un sistema bancario moderno ed adeguato”, conclude-

Il sistema bancario e finanziario etiope è ancora strutturato sul modello dell’economia stalinista, nonostante l’apertura al libero mercato. Per questa ragione gli investimenti in Etiopia in percentuale sono minori rispetto agli investimenti in altri Paesi dell’Africa Orientale. L’antiquato sistema finanziario etiope è una delle principali ragioni del momentaneo rifiuto della domanda avanzata fin dal 2012 dalle autorità etiopi per entrare nella East African Community (Comunità Economica dell’Africa Orientale). 

Oltre a questo ostacolo, esistono serie problematiche per l’importazione di materiali, veicoli, attrezzature dall’estero, in quanto sono soggette ad una altissima tassazione presso le dogane. A titolo di esempio, un veicolo commerciale anche usato subisce una tassa di importazione del 280% sul valore di acquisto dichiarato. 

 

L’Italia possiede tecnologia superiore a quella cinese

Gli imprenditori italiani vinceranno grazie alla loro superiorità tecnica dei prodotti e servizi offerti, afferma Del Re. Da sei anni la Cina è riuscita a equilibrare il gap tecnologico con l’Occidente, basta pensare alla multinazionale  Huawei, leader mondiale. L’industria cinese è in grado di offrire una vasta gamma di prodotti che vanno dalla scarsa qualità ad una qualità eguale ai prodotti occidentali. La differenza sta sul prezzo. Di media i prezzi sono del 30% più bassi di quelli occidentali. 

La scarsa qualità dei prodotti cinesi in Africa è dovuta a due fattori. La prima causa sono i commercianti africani che si recano in Cina a comprare all’ingrosso per esportare i prodotti nei loro mercati. Per aumentare il profitto questi commercianti scelgono la qualità più infima. Il secondo è il livello di corruzione governativa del Paese partner africano. Maggior è la tangente richiesta dal Governo africano, si pensi alle infrastrutture pubbliche, maggiore è la scarsità dei materiali utilizzati dalle multinazionali cinesi nella realizzazione delle opere con risultati nefasti di qualità e durata delle infrastrutture. 

Dal 2016 il Partito Comunista Cinese sta intervenendo su questi due fenomeni, forte del fatto che controlla tutte le ditte private cinesi operanti all’estero e sul territorio nazionale. Il PCC si è accorto che l’immagine della Cina è danneggiata in Africa a causa di queste logiche commerciali, che creano una inondazione di prodotti di scarto sui mercati africani o compromettono la qualità delle infrastrutture realizzate. Questa immagine danneggiata compromette direttamente il progetto politico economico che la Cina ha sull’Africa.
Un progetto che prevede l’avvio della rivoluzione industriale (sempre negata dall’Occidente), una progressiva diminuzione dell’esportazione delle materie prime sui mercati occidentali e un rafforzamento politico ed economico dell’Africa per trasformarla nel quarto blocco commerciale mondiale. Lo strumento di questo piano di dominio economico è il colossale network di infrastrutture ferroviarie, marittime, aeree e terrestri della Nuova Via della Seta

Il Governo cinese ha iniziato ad applicare un controllo di qualità sugli acquisti dei commercianti africani di merce destinata all’esportazione. Se la qualità è inferiore agli standard minimi fissati, la merce viene automaticamente confiscata e il commerciante africano non solo non viene rimborsato, ma viene impedito di effettuare future transizione commerciali. 

Sul fronte delle infrastrutture, il Governo ha varato una spietata lotta contro la corruzione, e già ci sono le prime vittime tra le ditte cinesi coinvolte. Il Partito Comunista ha diramato precise istruzioni alle sue multinazionali per quanto riguarda la realizzazione delle infrastrutture in Africa che devono essere di ottima qualità. 

La corruzione è tollerata nella percentuale che non superi il 10% del valore complessivo della realizzazione dell’opera. Una percentuale che rientra nelle commissioni commerciali, e accettata anche dai governi europei e dagli Stati Uniti. Qualunque multinazionale cinese che superi questa percentuale rischia le ire del Partito Comunista che, da regime autoritario, non è certamente incline all’indulgenza verso i suoi connazionali che trasgrediscono le regole. 

 

L’Italia può vincere la concorrenza cinese?

Per rispondere a questa domanda facciamo parlare i dati certi a nostra conoscenza. Export Italiano verso l’Etiopia: 235,24 milioni di euro. Export etiope verso l’Italia: 56,73 milioni di euro. Export cinese verso l’Etiopia: 6,1 miliardi di dollari. Export etiope verso la Cina: 343 milioni di dollari. I dati degli scambi commerciali Etiopia-Cina risalgono al 2016, e sono sottostimati, in quanto protetti da segreto di Stato imposto dal Governo etiope e rispettato dalla controparte cinese. 

La Cina è il principale partner etiope, seguito da Arabia Saudita, Stati Uniti, Russia e India. Quindi l’Italia è un Davide contro Golia che cerca di vincere senza nemmeno la biblica fionda. Come dimostrano le statistiche i Golia non sono solo cinesi, ma anche di altre quattro potenze mondiali… 

Nonostante queste cifre dimostrino che l’Italia non ha alcuna possibilità di vincere la concorrenza cinese, Del Re è fiduciosa. Valutiamo il supporto dello Stato agli investitori in Etiopia e il potere di influenza politica sul Governo etiope che l’Italia e la Cina rispettivamente detengono. La Cina ha come politica quella di inserire qualsiasi investimento privato in Paesi stranieri nelle pianificazioni economiche dei piani quinquennali. Gli investimenti in Etiopia rientrano nella strategia di dominio economico mondiale e sono rigorosamente regolati. 
Gli investitori cinesi in Etiopia godono di una assistenza totale da parte del loro Governo. Un’assistenza che spazia in vari campi. Dai prestiti agevolati per gli investimenti, alla copertura politica. Dall’assistenza tecnica a quella legale in caso di problematiche riscontrate in Etiopia. L’Ambasciata Cinese ad Addis Ababa svolge una costante attività di lobby economica a favore dei suoi imprenditori, che non si limita al Governo etiope, ma coinvolge la stessa Unione Africana, la cui sede, in Addis Ababa, è stato un gentile regalo di Pechino. 

Gli investitori cinesi sono gli unici esenti dalla politica sugli investimenti stranieri del Governo etiope. Una politica che vieta la creazione di società o succursali di sola proprietà straniera. Qualunque investitore straniero è obbligato ad avere partner etiopi che detengono la maggioranza delle azioni. Inoltre, questa politica tende a tutelare la mano d’opera etiope, impedendo l’immigrazione di tecnici specializzati stranieri, se non per periodi limitati e orientati verso la formazione professionale.
Tutti gli investitori stranieri, italiani compresi, devono sottostare a queste norme. La Cina no. Qualsiasi investitore cinese può aprire attività in Etiopia con un partner etiope di minoranza. In alcuni casi anche senza il partner etiope. Può, inoltre, importare dalla Cina tutta mano d’opera che gli aggrada, compresa anche la mano d’opera non specializzata. Gode di enormi sgravi fiscali e di tasse di importazione ridicole. Privilegi concordati attraverso trattati economici bilaterali tra Addis Ababa e Pechino. Per tutelarsi, la Cina ha preteso ed ottenuto che questi accordi siano esclusivi. Vista l’importanza della Cina sul PIL nazionale, il Governo etiope ha accettato di non applicare le medesime facilitazioni ad altri Paesi anche africani.  

Se ciò non bastasse, l’investitore cinese è esente da qualsiasi limitazione di esportazione di valuta pregiata ed ha la priorità assoluta nell’ottenimento della somma necessaria presso la Banca Centrale. Per garantire l’esportazione della valuta, la Banca Centrale cinese versa il quantitativo sufficiente alla Banca Centrale etiope annotandolo come prestito. 

L’Italia non ha firmato tali accordi privilegiati con l’Etiopia, risulta difficile dunque condividere la fiducia della Vice-Ministro Del Re circa il fatto che gli investitori italiani possano sconfiggere la concorrenza cinese. 

Circa gli investimenti nelle infrastrutture etiopi poca casa è il tratto ferroviario Addis Ababa-Massawa, città portuale eritrea, se paragonato agli investimenti cinesi nel Paese. Vi è comunque da notare che il tratto ferroviario che sarà finanziato dal Governo italiano servirà a ridurre la dipendenza etiope dal porto di Gibuti, dove transita il 95% del commercio etiope. La realizzazione del progetto, però, dipende dall’ambigua e fragile pace con l’Eritrea e dalla precaria situazione politica che vive l’Etiopia in questo momento. 

C’è da registrare l’accordo siglato tra Etiopia e Unione Europea per il finanziamento di 300 milioni di euro, al fine di limitare la dipendenza eccessiva dell’economia etiope dagli investimenti cinesi. Il Governo etiope, però, non è di certo disposto a rinunciare agli investimenti cinesi. Rischierebbe di venire isolato dal processo economico continentale della Cina, l’unico, al momento, capace di far risorgere l’Africa a livello economico. Rischierebbe, inoltre, di aver difficoltà ad accedere ai prestiti a tassi agevolati, che sono vitali per la sostenibilità economica del Paese, anche se vanno ad aumentare il debito estero. I 300 milioni della UE sono semplicemente soldi in più che entrano nelle disastrate casse pubbliche dell’Etiopia. Non sono certamente sufficienti per rinunciare al rapporto privilegiato con la Cina, nè a ridimensionarlo. 

Vi è da notare anche che il Governo etiope è più interessato a sostenere il mercato unico africano, l’African Continental Free Trade Agreement (AfCFTA), vista la sua posizione geo-strategica e il suo peso economico e militare. Non dimentichiamoci che l’Etiopia, dal 2009, non ha ancora ratificato il rinnovo degli accordi commerciali con l’Unione Europea, Economic Partnership Agreements (EPAs), come, del resto, la maggioranza dei Paesi africani. 

Nel documento ufficiale dell’Unione Europea sulle negoziazione EPAs, del maggio 2019, l’Etiopia risulta tra i Paesi con statuto di ‘pending negotiations’ (in attesa di trattative). Un eufemismo per nascondere le grosse difficoltà nel rinnovare gli accordi commerciali, definiti dalle Nazioni Unite come non vantaggiosi per i Paesi africani. Questo significa che gli imprenditori italiani possono riscontrare numerose difficoltà anche nel caso di dispute legali con il Governo etiope. A differenza dei loro concorrenti cinesi, non dispongono di un governo abbastanza forte per tutelarli e sono esenti dalla tutela della Unione Europea. 

A questa serie di considerazioni si aggiunge l’attuale instabilità politica. Il fallito golpe del 22 giungo è solo la punta dell’iceberg di una situazione politica e sociale esplosiva. Il Primo Ministro Abyi Hamed Ali è in bilico, così come il suo progetto di riforme, comprese le necessarie riforme economiche per creare un clima sano e favorevole agli investimenti stranieri. 

Da notare che, contrariamente alle rassicurazioni fornite dal Governo etiope, le autorità mantengono il Paese isolato dal resto del mondo con il blocco delle comunicazioni, a distanza di 4 giorni dal fallito golpe. Segnale che la situazione della sicurezza interna è molto fragile e incerta. 

Il futuro dell’Etiopia non è al momento roseo e il Paese non offre le garanzie migliori per gli investimenti. 

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