mercoledì, Settembre 30

Italia, bando alla secessione ​… Da una dichiarazione di Ilvo Diamanti in un articolo de 'la Repubblica', ecco l' opinione di Giancarlo Guarino.

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In un bell’articolo su ‘La Repubblica’ di pochi giorni fa, Ilvo Diamanti espone la tendenza allaindipendenza’ (usa esattamente questo termine) degli italiani, per concludere che ciò, però, non implica una pretesa di secessione.
Il linguaggio, a dire il vero, non è dei più precisi, sotto il profilo scientifico-giuridico, ma l’intuizione è semplicemente geniale.

L’Italia, come noto, si è formata (è stata formata) attraverso una serie di successive acquisizioni territoriali da parte del Piemonte di territori, prima Stati autonomi o parte di altri Stati.
La storia italiana la conosciamo tutti e quindi mi fermo qui, per dire solo che l’Italia è uno Stato unitario, amministrativamente e culturalmente (gli scritti magnifici di Federico Chabod lo dimostrano). Non per questo, non privo di qualche mutazione: l’Istria e la Dalmazia acquisite e perdute, l’Alto Adige acquisito e dotato di un regime del tutto particolare, la Val d’Aosta sottoposta senza problemi ad un regime analogo.
Ciò non ha impedito che tentazioni separatiste’ vi fossero: da parte della Sicilia, dello stesso Alto Adige, più di recente, e in termini un po’ pagliacceschi, della artificiosa ‘Padania’.
Ma l’unità dello Stato è stata mantenuta, sempre e anche, se necessario, con fermezza: chi non ricorda la durezza dello scontro in Alto Adige, gli attentati, i tralicci saltati e i morti? A proposito del quale, furono proprio le Nazioni Unite a sancire la legittimità della sovranità italiana purchè temperata da una serie di garanzie sullo sviluppo culturale e sociale delle popolazioni di lingua tedesca ivi abitanti, con una sorta di potere di ‘controllo’ da parte austriaca (che dunque rinunciava ai suoi borbottii in materia) che, infatti, lo esercitò fino a rilasciare una sorta di certificazione di ‘ben fatto’.
Da quel momento, ogni interferenza dell’Austria sulla nostra gestione dell’Alto Adige, diventerebbe una grave violazione di diritto internazionale della regola della non immistione (intrusione) negli affari interni di uno Stato.

Tutto ciò accade in applicazione di una norma fondamentale di diritto internazionale: il principio di autodeterminazione dei popoli, per il quale, ogni popolo è legittimato e garantito dalla Comunità internazionale nella sua aspirazione, purché legittima, e la legittimità della aspirazione la decide la stessa Comunità internazionale, nei modi propri del diritto internazionale.

È, insomma, una garanzia quella che la Comunità internazionale offre ai popoli, dato che i popoli, dal punto di vista del diritto internazionale, non possono parlaredirettamente: non sono soggetti di diritto internazionale. E mi fermo qui perché se no riscrivo un libro che ho già scritto …

Ciò non toglie che, anche in uno Stato unitario come l’Italia, magari proprio per la particolarità della sua storia, ci si ritrova di fronte al fenomeno per il quale sono spesso più forti i legami locali che quelli nazionali (retaggio secolare): i legami delle singole individualità regionali (è questo il termine da usare, ma non in relazione alla divisione amministrativa delle attuali Regioni) o meglio locali. Specialmente in Italia, insomma, come dice Diamanti se ho ben capito, le comunità locali (regionali, ripeto, solo per comodità espositiva) si sentono diverse dal complesso, pur se non ostili al complesso stesso.

Una contraddizione, che, però, se portata oltre un certo limite, potrebbe ingenerare aspirazioni secessioniste in senso tecnico, alle quali, legittimamente lo Stato Italia potrebbe reagire in virtù del principio sacrosanto del diritto internazionale anche con l’uso della forza, in risposta all’uso della forza da parte dei secessionisti‘.

Per di più, nessuno Stato e, meno che mai, le Nazioni Unite avrebbero titolo alcuno per intervenire.

Certo, ciò non esclude che l’Italia, offra a un numero maggiore delle sue Regioni condizioni analoghe a quelle offerta ad Alto Adige ecc. Ma appunto, autonomie locali, nulla di più.

A partire dal 1951, l’Italia fa parte integrante di quella che oggi si chiama Unione Europea (anzi, ha contribuito significativamente a crearla), dove, al di là della pochezza di chi vi ci ha rappresentato e forse vi ci rappresenta, l’Italia ha un ruolo importante. Ma, in particolare, ha contribuito a creare un sistema politico e amministrativo, in cui progressivamente alcuni poteri e funzioni proprie dello Stato (degli Stati membri) sono state trasferite all’UE: concordemente e coscientemente, sia chiaro, nessuno ce lo ha imposto.

Si dice spesso: trasferimento (i politicanti parlano di ‘perdita’, ma non sanno quel che dicono, perdonateli, di gente che non sa quel che dice è pieno il mondo) di sovranità.
Non ‘perdita’, dunque, bensì ‘trasferimento‘: la sovranità è sempre la nostra, cioè di ciascuno di noi (cittadini, non più solo italiani, ma europei) solo che la si esercita sull’intero territorio dell’Europa. Quella norma stupenda della nostra Costituzione, l’art. 1 comma 2, dice e continua a dire: «la sovranità appartiene al popolo … »: al popolo, non al popolo italiano.

Sta a noi esercitarla come si deve, sta a noi farla valere, sta a noi essere politicamente significativi. Gli strumenti ci sono e sono eguali per tutti. Se poi noi, per decenni, abbiamo mandato in Europa  personaggi di terza fila e qualche politicante trombato, la colpa è della Germania o della Francia?
Se la politica agricola (fondamentale per l’Italia) l’abbiamo lasciata fare agli altri perché i nostri Ministri manco andavano alle riunioni; se la nostra politica dei trasporti è stata in mano a gente distratta o incapace; se la nostra politica economica la abbiamo gestita in maniera provinciale e inconcludente, è colpa dell’Europa o nostra? dei nostri politicanti, ma anche dei nostri cittadini che manco vanno a votare per salvare o difendere se stessi?

Ma usciamo da questo discorso per tornare alla secessione. Quella è vietata.

Ma se noi avessimo degli uomini politici in questo Paese, degli uomini politici ‘veri’, da quel dì avrebbero capito (e ci avrebbero fatto capire) che il futuro dei localismi regionali è proprio nell’Europa, dove le Regioni diventano europee; dove la Campania o il Lazio, sarebbero parte dell’Europa e non dell’Italia, a sua volta parte dell’Europa. (E non diventano europee locando costosissime rappresentanze regionali a Bruxelles…)

Questo salto di qualità, di mentalità, ma specialmente di cultura, in Italia è lontanissimo dall’essere stato fatto. Anzi sentiamo blaterare di localismi di uscita dall’Europa e via a diffondere sottocultura e localismi buoni nel Cinquecento … già, nel Cinquecento, quando, fregandocene delle, peraltro labilissime, frontiere, la nostra cultura e perfino la nostra economia, la faceva da padrona in … Europa.

  

 

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.