domenica, Giugno 16

Italia al G20, alla ricerca di credibilità Intervista a Marco Fortis, Docente di Economia industriale e Commercio estero all’ Università ‘Cattolica’ di Milano e Vicepresidente della Fondazione Edison

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Mentre Buenos Aires si prepara a ospitare il G20 del 30 novembre-1 dicembre, c’è da chiedersi su quali basi potrà evolvere il dialogo tra i Paesi industrializzati a 10 anni dal primo Summit (2008), nato in risposta alla recessione globale.

I temi fondamentali dibattuti all’interno del Gruppo vanno dal futuro del lavoro alle infrastrutture per lo sviluppo, dalla sicurezza alimentare ai benefici del commercio internazionale in un’epoca di frammentazione, neo-protezionismi e crescite asimmetriche da parte di alcuni Paesi emergenti.

Pensando ai punti di forza, alle criticità e alle prospettive future di cui è – e sarà – protagonista l’Italia sullo scenario mondiale, ci ricolleghiamo a uno studio pubblicato nel gennaio 2010 (L’Italia nella nuova geo-economia del G20) relativo ai risultati di un’indagine condotta dalla Fondazione Edison per l’Aspen Insititute.  

Analizzando il profilo dell’Italia a ridosso della crisi globale del 2008-2009, il documento si sofferma, nella seconda parte, sui fattori strutturali che hanno frenato, in quegli anni, il potenziale di crescita nazionale (tra cui ritroviamo il debito pubblico, la dipendenza energetica, una burocrazia lenta e inefficiente, uno scarso slancio alla liberalizzazione economica). Nonostante questi elementi, il ‘declino’ riferito, da una parte degli esperti, all’economia italiana si scontra con una serie di risposte positive che attestano una ‘tenuta’ e una competitività paragonabili alla Germania degli stessi anni. Molti sono i punti di contatto con la situazione attuale che legittimano un excursus lungo l’arco del decennio appena trascorso.

Cosa ci dicono questi dati e quali fattori concorrono, attualmente, a definire il ruolo dell”Italia nella nuova geo-economia globale?

Ce ne parla direttamente Marco Fortis, autore della ricerca, Docente di Economia industriale e Commercio estero all’ UniversitàCattolica’ di Milano e Vicepresidente della Fondazione Edison.

 

Professor Fortis, sarebbe interessante considerare il Suo contributo per capire che cosa è cambiato da allora. A un decennio dalla grande crisi del 2008, l’Italia si presenta al G20 con un fardello un po’ carico di freni forse inibitori: la bocciatura della manovra economica da parte dell’UE, ma anche l’interazione non sempre chiara tra fattori politici e strutturali ne condizionano il ruolo all’interno del Gruppo. Come si è evoluta la situazione dopo la recessione e quali sono le maggiori difficoltà che affronta oggi il Paese presentandosi ai vertici internazionali?

Quello studio non fu più aggiornato. Tuttavia, possiamo far luce, singolarmente, su alcune delle variabili in esso considerate, come il ruolo dell’Italia nell’export mondiale e nell’industria manifatturiera, oltre ad alcuni indicatori già presenti e applicati al contesto del G20. Lo studio è stato realizzato all’indomani della crisi finanziaria globale (2008-2009), con lo scopo di rilevare come l’Italia fosse un Paese, a quell’epoca, poco coinvolto dalla crisi finanziaria globale, vale a dire: poco coinvolto come generatore di quella crisi. Alcuni indicatori evidenziavano il basso debito privato dell’Italia, in un periodo in cui, invece, erano esplosi i debiti privati di molti Paesi del mondo avanzato’, a cominciare dagli USA e dalla Gran Bretagna, ma anche dall’Irlanda e dalla Spagna. L’Italia non ha subito una bolla immobiliare finanziaria, né aveva l’esigenza, a quell’epoca, di salvare le banche. Vorrei solo ricordare che nel 2008-2009 gli USA hanno salvato un sistema bancario e assicurativo più meno comparabile alle condizioni in cui abbiamo ritrovato, qualche tempo dopo, la Banca Popolare di Vicenza: un sistema bancario in rovina, che è stato salvato con i soldi dei contribuenti americani facendo debito pubblico. L’Italia non provocò nemmeno di striscio quella crisi. Caso mai, aveva un problema di debito pubblico storico, che peraltro era stato ricondotto, nel 2007 (all’epoca del Governo Prodi), sotto il 100% del PIL. Se pensiamo che oggi la Spagna e la Francia sono vicini al 100%, questi Paesi sono paragonabili all’Italia di allora, che era considerata da tutti già un ‘caso limite’, insieme a Grecia e Belgio – erano allora i 3 Paesi europei con il più alto debito pubblico. Questo solo per capire come cambiano i tempi!

Cosa è successo dopo?

Lo studio in oggetto ci mostra che l’Italia aveva un’economia reale molto solida e che, fino a quel momento, aveva subito un effetto contagio estremamente limitato della crisi mondiale del 2008-2009. In seguito diversi episodi hanno incrinato questa condizione. Il più famoso è certamente la crisi del ‘contagio greco’ (2010-2012), che poi ha interessato anche l’Italia anche grazie anche alla debolezza dell’allora Governo Berlusconi. Lo spread è salito alle stelle, si è assistito alla caduta dello stesso Governo e alla nascita del Governo tecnico di Mario Monti, che ha sostanzialmente tolto l’Italia dalla crisi finanziaria, ma nello stesso tempo ha attuato una politica dell’austerità calcandola con mano troppo pesante sul nostro Paese rispetto alle sue reali condizioni.

Vale anche qui il confronto con la Grecia e la Spagna…

L’Italia era ‘messa’ molto meglio, però il nostro debito pubblico è stato attaccato soprattutto sul piano dell’immagine e della perdita di credibilità. È piuttosto sconcertante vedere cos’è successo nel lungo periodo: dai primi anni 2000 al 2007, pur avendo un debito/PIL di 30/35 punti più alto di quello tedesco, lo spread tra i due Paesi non esisteva, cioè pagavamo gli stessi interessi sul debito pubblico della Germania. Questo per dire che il debito/PIL è importante, ma non dice tutto. Purtroppo l’Italia ha avuto 2 grandi crisi recenti, oltre a quella storica degli anni ’80-‘90 che ci portò a battere tutti i record di crescita del debito e del deficit (fino al 1992, avevamo il debito che galoppava e una credibilità, in termini di gestione della cosa pubblica, disastrosa). Ma a quell’epoca eravamo ancora poco esposti, come debito, sui mercati mondiali: erano gli italiani a finanziare il loro debito. Nel momento in cui siamo entrati nell’Euro, grazie anche a un’azione di ‘socio’ fiscale importante, abbiamo ripreso credibilità (periodi 2002-2007), per riperderla nel 2011-2012, mentre lo spread schizzava a 500. Così, abbiamo ‘spalmato’ emissioni di debito che, da quel momento in poi, si sono riverberate sugli anni successivi.  Il paradosso è che, l’anno scorso, abbiamo pagato il doppio di interessi della Germania (noi circa 65 miliardi, loro 30), pur essendosi ampliato il divario tra il loro debito in valore e il nostro soltanto di poco meno del 15%.

Oggi stiamo ancora scontando quella perdita significativa di credibilità?

Dopo il 2011-2012, tutte le emissioni fatte in quell’epoca hanno incorporato lo spread. Nella crisi attuale, che l’economista tedesco Daniel Gros ha definito ‘auto-prodotta’, c’è da augurarsi che lo spread non scenda solo oggi. Se andiamo avanti con uno spread così per un anno intero, la Banca d’Italia ha stimato che incorporeremo 5 miliardi di interessi in più da pagare che, nel 2020, diventeranno 9.  La distanza tra quanto paga l’Italia in interessi e quanto paga la Germania sta progressivamente aumentando. Ogni volta che viviamo una crisi di credibilità ci portiamo dietro questo aggravio di interessi per gli anni a venire.

Quali sono i vincoli che, in concreto, pesano di più sul sistema?

L’Italia è sempre stata in avanzo primario (l’unico Paese al mondo ad avere uno score di questo genere) dal 1992 fino a oggi, compreso il 2018. Nell’arco temporale compreso tra il 1995 e la fase attuale, l’avanzo primario cumulato è ammontato, in base ai dati della Commissione europea, a 724 miliardi, ma abbiamo dovuto pagare interessi sul debito per 1862 miliardi. Dell’aumento del debito pubblico intervenuto dal 1995 fino a oggi (circa 1100 miliardi), il 98% è stato provocato unicamente dagli interessi, non dal fatto che lo Stato italiano chiuda in rosso tutti gli anni. Se, invece, prendiamo Spagna, Francia, Regno Unito e o persino gli USA, tutti gli anni questi Stati sono in deficit prima di pagare gli interessi, cioè hanno uscite più grandi delle entrate. Questo, tra l’altro, permette loro di far crescere il PIL con la spesa pubblica, mentre noi non possiamo farlo ormai da molto tempo: le nostre opere pubbliche sono ferme da 10 anni perché lo Stato non può indebitarsi di più, ha un livello di debito troppo elevato e deve sottostare ai vincoli (pensiamo al Fiscal Compact) che ha firmato. Parliamo di vincoli importanti, ma che – appunto – pesano sul sistema. Oltre a un divario Nord/Sud significativo, ci portiamo dietro questo vincolo del debito e dei relativi interessi, quasi avessimo ereditato una zavorra, che tutti gli anni produce nuovi interessi. Anche se siamo molto bravi a portare lo Stato in avanzo, per poter fermare la crescita del debito dovremmo avere un avanzo primario intorno al 4-4,5 % del PIL.

Cosa significa?

Che si dovrebbe chiudere tutti gli anni con un avanzo tra entrate e uscite (prima degli interessi) dell’ordine di 65-70 miliardi. Non c’è riuscito neanche Monti in un anno, che è stato bravo a fermare la crisi finanziaria, ma ha demolito l’economia italiana per quasi un lustro. Abbiamo distrutto l’economia per mostrare che eravamo bravi e che non eravamo conciati come la Grecia… Ma non possiamo andare avanti tutta la vita a dimostrare che non siamo la Grecia. Allo stesso tempo, ciò è vero: siamo la seconda industria manifatturiera d’Europa e il quinto Paese al mondo per miglior avanzo commerciale con l’estero; abbiamo una ricchezza privata enorme, anche se purtroppo si è assottigliata in questi anni.  ricchezza finanziaria italiana netta delle famiglie italiane nel 1996 era di quasi 600 miliardi più alta di quella tedesca, mentre ora le cifre del rapporto si sono rovesciate a favore della Germania. Questo In 12 anni! E nonostante la nostra ricchezza finanziaria sia stata assistita da una borsa debole, che per tanti anni ha avuto le banche e i titoli di Stato ‘impallinati’.

Qual è lo ‘stato dell’arte’ per il 2018?

Lo si vede bene da maggio in poi, con la perdita di valore – ovviamente virtuale – dei nostri investimenti finanziari: investimenti delle famiglie ma anche, per esempio, della stessa Banca d’Italia, che porta con sé 350 di titoli di debito pubblico che hanno perso valore. A valle del voto del 4 marzo, il  totale complessivo (titoli di Stato, obbligazioni, azioni di società quotate, compresi gli investitori esteri e la Banca d’Italia) secondo le stime della Fondazione Hume, è di circa 300 miliardi di euro.

I nostri investimenti in questo momento valgono 300 miliardi in meno, perché abbiamo avuto un’altra crisi di credibilità e perso fiducia sui mercati. Altrimenti, ancora oggi – e nonostante questi sviluppi negativi – abbiamo una ricchezza finanziaria delle famiglie che è 2 volte il PIL.

Quindi ci sono elementi di continuità rispetto allo scenario da Lei fotografato un decennio fa?

Certo. Dirò anzi che, dal punto di vista della robustezza di alcuni settori, addirittura oggi ‘performiamo’ meglio di quando fu rilevato da quella ricerca: oggi l’Italia è un Paese che ha circa 75-80 miliardi di surplus manifatturiero con l’estero: il quinto surplus commerciale al mondo, dopo Cina, Germania Giappone e Corea del Sud. Questo surplus è fatto, per il 90%, dal Nord-Italia da solo: un’area di 20 milioni di abitanti!

Questo cosa ci dice?

Che c’è una potenza manifatturiera rafforzatasi negli anni. Abbiamo avuto la crescita al Sud, ma anche un export che ha battuto tutti gli anni i record e che si è molto ‘raffinato’: rispetto a 30 anni fa, quando del nostro surplus commerciale erano responsabili la moda e i mobili, oggi esso è costituito soprattutto dalla meccanica e dai mezzi di trasporto. Questo non vuol dire che abbiamo abbandonato i settori tradizionali dell’arredo-casa e della moda, dove siamo comunque leader (per la fascia alta dei prodotti, il resto è fatto da trading companies tipo Zara oppure da industrie cinesi), così come il settore agroalimentare.

Quest’ultimo risente di un deficit di materie prime.

È sempre stato così: purtroppo dobbiamo importare carne, pesce, latte e cereali. Ma a fronte dell’importazione di queste materie prime, o di prodotti a debole trasformazione come il latte, abbiamo un surplus dolciario, della pasta, dei prodotti da forno, dei vegetali, della frutta… Moda, agroalimentare, arredo casa sono sempre stati i nostri settori tradizionali. Accanto a questi, negli ultimi 25 anni l’Italia ha poi sviluppato questa straordinaria forza dell’industria meccanica e dei mezzi di trasporto. In più, essendo diventata negli ultimi anni un Paese attrattivo per gli investimenti stranieri – anche se si sono fermati tutti con il caos degli ultimi mesi. Negli ultimi 6-7 anni abbiamo avuto investimenti stranieri straordinari nella farmaceutica, al punto che la produzione industriale manifatturiera farmaceutica dell’Italia ha superato in valore quella tedesca nel 2016 – un dato impressionante.

Come è ripartita la produzione in questo settore?

Chiaramente, solo il 30% di questa produzione è fatta da imprese italiane. Il resto è prerogativa di soggetti come Sanofi-Avenfis, Merck Serono, Pfizer, ossia dalle grandi multinazionali che hanno riconosciuto come l’Italia sia diventata quello che io ho definito lo ‘hub farmaceutico d’Europa’: qui c’è manodopera molto qualificata e un costo relativamente più basso rispetto ad altre zone produttive, tipo la Danimarca o altri Paesi europei. L’Italia ha anche un’altra risorsa importante ed esclusiva: l’industria delle macchine per imballaggi. Sono macchinari sofisticatissimi che lavorano in ambiente asettico e sotto il controllo di personale qualificato, che confezionano sia farmaci etici che integratori alimentari. L’Italia ne è il principale produttore mondiale. Si tratta di un settore ‘non energetico’, che non consuma tanta energia e, perciò, conviene alle multinazionali, che trovano in Italia anche standard elevati di ricerca clinica – senza contare il mercato interno, importante come volano. In questi anni abbiamo avuto investimenti impressionanti, al punto che la nostra produzione manifatturiera e farmaceutica hanno ormai superato le altre (l’export ha superato i 20 miliardi di euro nella farmaceutica). Vediamo, allora, che il made in Italy è ancora più sofisticato di quello che già avevo iniziato a dipingere nello studio per l’Aspen Institute.

Per tornare alla domanda di fondo, per questo G20 si prospettano per l’Italia basi solide su cui rilanciare la propria credibilità internazionale?

Ci sarebbero, non fosse altro che abbiamo una ‘buccia di banana’ in casa e continuiamo a scivolarci sopra: il problema del debito pubblico, che intacca la credibilità che un Paese come il nostro deve avere sui mercati finanziari internazionali. Non solo. È anche un problema di cultura e di comunicazione.

Vale a dire?

Non esiste altro posto nel quale sia peggio comunicato lo stato dei nostri conti pubblici. Tutti sappiamo che il debito è molto alto e, quindi, che non dobbiamo aumentarlo. Però potremmo, nelle opportune sedi internazionali e interagendo con le agenzie di rating, spiegare che un Paese non può dipendere solo dal debito/PIL. Fintanto che non spieghiamo questo aspetto, è inutile andare a fare la voce grossa a Bruxelles: se quella è la regola, ci bastonano tutte le volte; se quella è la regola, le agenzie di rating ci declassano. Occorre allora un lavoro nel quale si spieghi che, sì, abbiamo un debito/PIL alto, ma di questo debito (2300 miliardi) poco meno di 2000 miliardi è costituito da titoli in circolazione – bot, btp, ecc. -, mentre il resto sono prestiti che le nostre banche fanno allo Stato, e via discorrendo. Gli stranieri possiedono ormai solo 650 di questi poco meno di 2000 miliardi: il resto è tutto finanziato dall’interno. Come facciamo a finanziarlo? Attraverso i risparmi degli italiani. In altre parole, in questo momento il sistema privato italiano finanzia come minimo – ha stimato la Banca d’Italia – 1000 miliardi di titoli pubblici. Consideriamo, poi, che la Banca d’Italia a sua volta ne ha ‘in pancia’ 350, comprati nell’ambito del quantitative easing, quindi fanno già 1350. E gli altri chi li ha? Gli stranieri. Per continuare a convincerli che valga la pena comprare un titolo di Stato italiano piuttosto che francese o americano o giapponese, essi devono essere continuamente tranquillizzati dal fatto che siamo un Paese serio. Se cominciamo a fare gli sbruffoni, come sta accadendo ora, venderanno i nostri titoli.

Bisogna poter spiegare, viceversa, che l’Italia è un Paese che, per certi aspetti, presenta una economia reale molto più solida di quella francese o spagnola (come industria, agricoltura, turismo e manifattura). Quello che non funziona è il settore pubblico: burocrazia e servizi pubblici locali, pur avendo una sanità discreta al Nord e un sistema scolastico che ancora ‘si regge’. Certamente non abbiamo una economia reale debole e, nonostante questo, non riusciamo a spiegarlo e soprattutto che siamo perfettamente in grado di finanziarci il nostro debito pubblico. Il vero problema è che il debito/PIL è un rapporto utilizzato per anni dagli economisti come riferimento per stabilire se un Paese sta facendo troppo debito oppure no.

Da che presupposto parte questo criterio?

Dal PIL si ricavano le tasse con cui si possono pagare gli interessi sul debito: questa è, in sostanza, la ratioSi è mai visto un Paese in difficoltà che usa il PIL per pagare il debito pubblico? No, perché nel momento in cui è prodotto, il PIL è già utilizzato tutto, e al suo interno c’è anche un pezzo di spesa pubblica. Se proprio si dovesse, a un certo punto, tentare il colpo di mano per abbattere parte del debito, si dovrebbe utilizzare la ricchezza privata, cioè fare una patrimoniale.  Ma la patrimoniale è un nonsense: se ho un patrimonio, perché devo fare una patrimoniale per abbattere il debito/PIL? Il PIL è come uno stipendio, la ricchezza è come il patrimonio: è come avere uno stipendio di 1700 euro e un debito di 2300. Lo stipendio è consumato per intero (pago l’affitto, gli alimenti, i vestiti, i servizi, ecc.), però ho un debito di 2300 euro. Se entro in banca otterrò un prestito solo se avrò un patrimonio (ad esempio, delle case e, presso un’altra banca, altri euro in deposito). Quindi perché fare una patrimoniale per abbattere il debito/PIL quando si possiede un patrimonio? La mia provocazione potrebbe essere questa: se proprio volete farci fare una patrimoniale, perché dimostriamo di essere capaci di farla (poniamo, una patrimoniale da 50 miliardi) che la facciano tutti: anche tedeschi, francesi, spagnoli. Vedremo, allora, chi se la cava meglio.

Se Spagna, Francia e Germania introducessero contemporaneamente una patrimoniale cosa accadrebbe?

Che l’Italia riuscirebbe a farla, mentre in Germania si irriterebbero e, in Francia, scenderebbero con i forconi (altro che ‘giubbotti gialli’!). Quanto alla Spagna, non avrebbero neanche i soldi per farla, perché gli manca la ricchezza privata. Ma questo, all’Europa non lo abbiamo mai spiegato.

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