giovedì, Dicembre 12

Italia al bivio tra deflazione e ripresa field_506ffb1d3dbe2

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Deflazione

La minaccia di una deflazione si fa sempre più pressante in Italia, come evidenziano gli ultimi dati sui prezzi al consumo. Alcune realtà comunali come Venezia e Palermo sono già entrare in una fase deflativa. Anche in Eurozona l’inflazione è rimasta su livelli depressi, ma la Bce non ritiene necessario intervenire. Da Mario Draghi e i suoi colleghi della Bce ci si attenderebbe misure immediate, ma ogni previsione sull’andamento dell’economia è difficile non solo per economisti e osservatori, ma anche per gli stessi banchieri centrali. Bruxelles deve fare attenzione, però: con una compressione dei prezzi al consumo sotto lo zero dovrebbe dire addio alla ripresa.

Tra gli analisti c’è chi si lancia in previsioni dettate quanto meno da nessi logici o serie storiche. Da parte sua Andrea Gaetano, strategist di MC Capital, avverte che non è da escludere un improvviso balzo dei prezzi al rialzo, un evento che sarebbe inaccettabile per Germania e Bce. C’è poi chi come Guillermo Calvo, professore di Economia della Columbia University, teme una tendenza a rifugiarsi nei porti sicuri da parte degli investitori. Questo fattore potrebbe penalizzare fortemente l’economia europea, perché rafforzerebbe l’euro e taglierebbe le gambe al settore reale dei Paesi più fragili del blocco a 18.

L’anno scorso l’inflazione è crollata ai minimi dal 2009 in Italia. È stata la contrazione delle spese da parte delle famiglie a portare a una dinamica dei prezzi al consumo depressa nel corso del 2013. Il tasso medio annuo è stato pari all’1,2%, in decisa frenata rispetto al 3% registrato nel 2012. Bisognerà vedere se le misure ultra accomodanti delle banche centrali, unite ai tassi bassi per un periodo prolungato, porteranno a una spirale deflativa, oppure se porteranno all’effetto opposto, una iperinflazione.

Se si guarda all’economia europea nel suo complesso, la ripresa è compromessa dalla stessa debolezza strutturale del blocco a 18 e dal ruolo di primo piano che stanno pian piano assumendo i mercati cosiddetti emergenti, come Cina, India, Brasile e Russia. È una guerra a due per chi seguirà a braccetto nella ripresa la potenza statunitense, la quale si trova ancora sui primi gradini di una scalata molto lunga che nei piani dell’amministrazione Obama dovrebbe portare alla risanamento del mercato del lavoro e consumi. Bruxelles e Francoforte, poi, non hanno a disposizione gli stessi strumenti e droghe finanziari della controparte statunitense. Il membro del Consiglio Direttivo della Bce Ewald Nowotny è ottimista. Per lui l’economia della periferia dell’area euro recuperà, trascinata dalla locomotiva tedesca, la prima potenza della regione. Secondo il Gocernatore della banca centrale austriaca i dati sul Pil faranno meglio delle attese. Anzi, «forse alcuni Paesi come Germania e Austria possono addirittura raggiungere una crescita del 2%».

Le dichiarazioni di Nowotny sono però in netto contrasto con quelle fatte dal Presidente della Bce, che ha sottolineato la settimana scorsa come i rischi per la ripresa dell’area euro «continuano a essere al ribasso». Secondo le stime dell’istituto di Francoforte sul Meno, l’economia del blocco a 18 dovrebbe registrare un rialzo dell’1,1% quest’anno. La Bundesbank punta invece su un incremento decisamente più sostenuto, dell’1,7%. L’economista Calvo è convinto che una regione tra i mercati in via di Sviluppo e l’area euro subirà gli effetti concorrenziali negativi di una ripresa Usa sui mercati, nella forma di una fuga di capitali verso gli Stati Uniti. Il paradosso è che la crescita della maggiore economia al mondo dipende dalla solidità delle regioni sopra citate. Un leggero indebolimento di una di queste regioni sarebbe sufficiente a spostare gli equilibri nella direzione opposta.

Calvo è convinto che se sarà l’Eurozona a subire le conseguenze di questo sbilanciamento, i grandi investitori ridurranno l’esposizione dei loro portafogli verso il Vecchio Continente, causando un deterioramento dei canali creditizi. Questo potrebbe far precipitare l’area della moneta unica in una fase di deflazione dei prezzi. Molto dipenderà dal ruolo che eserciteranno le banche e come l’uso del collaterale faciliterà le transazioni finanziarie. 

Una caccia agli asset sicuri e di qualità potrebbe essere controproducente in una regione vasta come l’Eurozona, che ha da tempo adottato una moneta unica e che è governata da una banca centrale avversa all’inflazione. Rischia infatti di rafforzare l’euro e portare a una deflazione dei prezzi. Sarebbe il «bacio della morte» per il settore reale dell’economia del blocco a 18, secondo il Professore di economia, affari pubblici e internazionali alla Columbia University.

Contrariamente alle condizioni innescate da un aumento dei prezzi, come l’indebolimento della competitività, la deflazione potrebbe infatti far entrare in gioco due elementi letali, la deflazione del debito, ovvero l’aumento del valore del passivo statale non indicizzato alle variazioni di prezzo e le aspettative negative circa un calo continuo dei prezzi. Il primo fattore provoca una erosione della liquidità, il secondo un abbassamento dei livelli di domanda aggregata. 

Nel suo editoriale pubblicato sull’Economist Calvo dice di non sapere ora chi vincerà questa partita che definisce simile a un «tiro alla fune». Anche per Gaetano, analista di MC Capital contattato da L’Indro, è difficile dire se per l’area euro si prospettano tempi di deflazione alla giapponese o se invece la regione deve rassegnarsi a una seconda fase di recessione o ancora se lo scenario più probabile è piuttosto un consolidamento della ripresa appena accennata. Fare previsioni “credo sia molto difficile anche per i Governatori delle Banche Centrali. Con questa premessa, l’elevato livello dei debiti pubblici e privati dovrebbe indurre le Banche Centrali a tenere i tassi d’interesse bassi il più a lungo possibile”. Una cosa è certa, secondo il Foreign Exchange & Fixed Income Specialist, “l’elevato livello di indebitamento globale (in aumento costante) rende fragile la ripresa di cui iniziano ad esserci timidi segnali”. “Storicamente, tassi d’interesse tenuti artificialmente bassi per tempo prolungato (come nel momento che stiamo vivendo), iniezioni di liquidità e/o stampa di carta moneta hanno spesso portato ai due estremi opposti:  inflazione/iperinflazione (più frequentemente) o deflazione, come nel caso del Giappone. Fenomeni che di solito si manifestano improvvisamente”.

Sottoposto alle stesse domande (“Vede uno scenario di deflazione, recessione o ripresa?”), Alberto Bisin concorda sul fatto che persino le banche centrali non hanno le idee chiare. La probabilità di scenari di questo tipo si calcola con modelli econometrici sofisticati e di conseguenza il risultato i) è soggetto a distribuzione statistica, ii) dipende dalle ipotesi del modello”. Persino le banche centrali, “che hanno e sanno usare questi modelli, non hanno ancora risposte solide”. Di conseguenza “le risposte univoche alla sua domanda che si sentono sono dettate da ideologia e ignoranza”.

Bisin, pur dimostrandosi ancora più cauto del professore di origini argentin0-americane nel fare pronostici, ha concesso che seguendo ragionamenti logici si può anticipare una riduzione dell’inflazione nei paesi più indebitati e fragili dell’Eurozona e in Francia, che in questo momento si trova in una sorta di limbo tra area periferica e core. Ragionando “in punta di logica” Bisin non crede sia possibile dare una risposta esatta. “È possibile che vi sia una ripresa in alcuni Paesi ed uno stallo in altri. La riduzione nell’inflazione nei Piigs ed in Francia è con ogni probabilità configurabile come un effetto di domanda aggregata, ma la domanda aggregata dipende anche (positivamente) dalle aspettative di crescita e (negativamente) dall’incertezza riguardo alla situazione macroeconomica futura”.

Cadere nella solita trappola ideologica che l’unico modo di supportare la domanda aggregata sia spesa pubblica oggi, in un Paese con una difficile situazione di bilancio e una struttura istituzionale che trasforma ogni spesa in una distribuzione inefficiente e clientelare delle risorse, ci lascerà al declino”, è il monito lanciato dall’economista di stampo liberista. “Che esso si manifesti con deflazione o meno, non so; né so quanto veloce sarà il declino, ma che sarà declino non dubito affatto”.

 

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