lunedì, Ottobre 26

Italia-Africa 2018: scrivere l’agenda migratoria La diagnosi di Maurizio Ambrosini, Ordinario di Sociologia delle migrazioni all’Università di Milano e Senior Advisor dell’ISPI

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A lato del problema dei flussi, le missioni africane contengono anche una volontà di rinnovare gli aspetti della cooperazione economica con i Paesi terzi ? In altre parole, alla facciata di questi accordi – talvolta un po’ opachi, nella loro contingenza – con i governi locali, si può affiancare un indirizzo che vedrà l’Italia portatore influente di interessi economici in alcune aree del Continente?

Il problema è a monte e risiede nel piegare la cooperazione, che è una cosa giusta e molto importante, a interessi di corto respiro come quelli inerenti al controllo delle migrazioni. In questo ambito, sono consapevole di dare sempre l’idea di essere contrario alla cooperazione, ma non è vero. Diversamente, sostengo solo che, se lo scopo dell’invio di fondi sotto la voce ‘cooperazione’ è quello di rallentare o di invertire i flussi migratori, è una politica in sé sbagliata e inefficace.

Quando assistiamo alla prima fase di un ciclo di sviluppo – che significa un tempo compreso tra i 20 e i 50 anni – i flussi migratori aumentano: l’inizio di un processo di sviluppo comporta l’aumento del numero di persone che partono.

Perché?

Perché c’è più gente che ha le risorse per farlo e perché le aspirazioni ‘girano’ più in fretta delle possibilità locali. Esistono numerose ricerche sull’argomento, tra cui un recente Rapporto dell’ISPI curato da Giovanni Carbone, che mostrano il rapporto positivo tra sviluppo e tendenza alla mobilità in una prima, ma non breve fase.

Di fatto, però, i fondi per la cooperazione sono utilizzati per iniziative di controllo dei flussi: è chiamata ‘cooperazione’ ciò che, in sé, è rafforzamento di confini. In secondo luogo, anche se quei fondi fossero davvero spesi per favorire lo sviluppo, quest’ultimo obiettivo non sarebbe coerente con quello di combattere le migrazioni. Questa è, di nuovo, una retorica che nasconde altri obiettivi, altri interessi. Ho addirittura sentito una parlamentare dire, in un recente dibattito, che le partenze dall’Africa erano diminuite perché erano i primi effetti degli sforzi da noi avviati in direzione dello sviluppo. Dal punto di vista dell’economia dello sviluppo, questa è semplicemente una bestemmia o, se si preferisce, una tesi insostenibile.  I nostri sforzi, in realtà, finanziano altro: il riarmo della Guardia costiera libica, l’addestramento delle truppe e delle guardie di confine, il governo nigerino perché blocchi i transiti. Insomma, chiamiamo ‘cooperazione’ il finanziamento della cosiddetta ‘sorveglianza esterna dei confini’.

Dal punto di vista dell’efficacia, queste operazioni di contrasto hanno un qualche impatto sul traffico vero e proprio o sono tentativi che finiscono solo per deviare le rotte criminali?

Intanto bisognerebbe intendersi su cosa sia il ‘traffico’. Su questo sarei, di nuovo, piuttosto critico. Ci sono vari tipi di flussi, di attori, di favoreggiatori dei transiti. Certamente, le misure di contrasto adottate hanno rallentato, almeno per una fase, gli attraversamenti. Poi, quelli che sono effettivamente delinquenti organizzati trovano facilmente altre forme di attività illegali per cui fare profitto, probabilmente più pericolose, come il transito di armi o di droga. Quindi, se l’obiettivo è quello di contrastare delle mafie internazionali, mi sembra che siamo ben lontani: semplicemente, si orienta diversamente il loro business. Se l’obiettivo è, invece, impedire il transito di quella modesta percentuale di emigranti che arrivano dall’Africa con mezzi di fortuna, allora – almeno nel breve periodo – c’è un indubbio successo. Nel medio-lungo periodo, anche i transiti di richiedenti asilo trovano, poi, altre rotte.  Per esempio, da quel che sappiamo, sono già ricominciati i transiti verso la Spagna e dalla Tunisia. Tra l’altro, c’è un problema concreto, cioè la necessità di continuare a pagare per alimentare la sorveglianza esterna delle frontiere. Nel momento in cui non arrivano più i soldi, la sorveglianza, a sua volta, rallenta: è un meccanismo ‘idraulico’. In sintesi, ci siamo legati, mani e piedi, alla volontà di collaborazione dei nostri partner africani (legali e illegali, formali e informali) e ci condanniamo a pagare loro una tassa regolare per la sorveglianza delle frontiere in modo da non dover riconoscere il diritto di asilo alle persone.

Chiedendoci che volto assumerà la nostra politica migratoria, ci sono alternative concrete di policy che potrebbero essere adottate sia rispetto a queste modalità di contrasto dei flussi che all’applicazione della formula cooperativa dell’aiuto ‘a distanza’?

Certo, ci sono delle alternative. Ne rilevo due, tra loro variamente combinate. Una è quella dei corridoi umanitari e, comunque, delle politiche – come si dice tecnicamente – di «reinsediamento» dei rifugiati e dei richiedenti asilo. In concreto, si consente l’arrivo in condizioni di sicurezza – in aereo – di persone che, a un primo screening, sono riconosciute suscettibili di avere fondate ragioni per richiedere asilo o altro tipo di protezione (fondato timore di persecuzione o rischio di danno grave alla vita o alla persona, motivi di carattere umanitario). C’è, in proposito, l’iniziativa di organizzazioni religiose, come la Federazione delle Chiese evangeliche (FCEI), la Tavola valdese e la Comunità cattolica di S. Egidio, che hanno istituito un primo corridoio umanitario dalla Siria. Ora ne è stato avviato un secondo dalla Conferenza episcopale (CEI) con l’Etiopia e si è in attesa di un terzo con il Marocco, oltre al rifinanziamento del corridoio con il Libano. Ciò ha prodotto l’arrivo di 1000 persone in Italia. A livello internazionale, esistono politiche di reinsediamento che fanno cose analoghe: vanno, ad esempio, in Libano, esaminano la situazione delle persone scacciate dalla guerra e danno loro la possibilità di raggiungere gli Stati Uniti, il Canada e altri Paesi.

La seconda politica, invece, consisterebbe in una ripresa mirata degli accessi per lavoro, almeno sotto forma di migrazioni stagionali, che potrebbero essere una valvola di sfogo per evitare che si ingrossi in modo improprio la folla dei richiedenti asilo. Oggi, da molti Paesi non ci sono altre opportunità legali di arrivare in Europa o in altri Paesi sviluppati se non l’asilo, perciò è ovvio che si incrementi il numero di persone che si mettono in coda per attraversare il mare e, se sopravvivono, presentare la domanda. In questo senso, una ripartizione che avvenisse attraverso migrazioni stagionali, come hanno fatto gli Stati Uniti con il Messico, potrebbe ridurre il numero di arrivi drammatici con altre traiettorie, proprio come è avvenuto al confine tra quei due Paesi, dove gli ingressi illegali sono diminuiti prima degli annunci di Trump. L’effetto si è prodotto perché si è riaperto il canale degli ingressi stagionali, premiando con la possibilità di reingresso chi, disciplinatamente, alla fine del suo periodo di lavoro (soprattutto nel settore agricolo) rientra nel proprio Paese.

Si tratta di un canale che l’Italia, per mezzo delle procedure riguardanti i flussi di ingresso per motivi di lavoro, ha mantenuto aperto fino a un decennio fa…

Ad oggi, si dà ancora qualche modesta possibilità di ingresso per lavoro stagionale in Italia, ma è limitata e non guarda in modo particolare all’Africa. In generale, l’immigrazione in Italia è prevalentemente europea, femminile e proveniente da Paesi di tradizione culturale cristiana: gli africani sono pochissimi tra gli immigrati. C’è tutta una fantasia, un immaginario, una retorica che non corrisponde ai dati reali.

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