giovedì, Ottobre 1

Israele, un 2015 controverso field_506ffb1d3dbe2

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Il 2015 è stato per Israele un anno controverso. Le elezioni generali di marzo hanno consacrato l’ascesa del quarto Governo guidato da Benjamin Netanyahu, mentre la seconda metà dell’anno è stata contrassegnata dalle pesanti accuse al Governo per i crimini di guerra a Gaza, da una nuova spirale di violenze nel Paese e nei Territori occupati e dalle polemiche con l’Unione Europea per la questione dell’etichettatura dei prodotti provenienti dagli stessi Territori. Tuttavia, a metà dicembre è giunto l’accordo di riconciliazione con la Turchia, che ha chiuso un quinquennio di tensioni iniziato con l’incidente della Mavi Marmara.

Il primo dato che emerge dal rebus delle ultime elezioni è che quasi tutti gli osservatori, israeliani e non, si sono sbagliati: appoggiandosi su sondaggi stilati dai principali canali televisivi (Channel 2 and Channel 10 della TV israeliana, ma anche i principali quotidiani nazionali come ‘Ha’aretz‘, ‘Israel Hayom‘, ‘Yediot Ahronot‘), analisti e media avevano previsto una lieve vittoria dell’Unione Sionista poi sonoramente smentita dai fatti. Dalle urne del 17 marzo, infatti, è uscito stravincitore il Likud, il partito di destra al potere, con uno scarto di ben 6 seggi sui rivali dell’Unione Sionista. Il risultato è stato quello di una riconferma di Nethanyau al governo per il suo quarto mandato. La destra, dunque, si riconferma stabilmente alla guida del Paese da quasi vent’anni, salvo una breve pausa nel biennio 1999-2001 sotto la guida laburista di Ehud Barak.

In luglio una relazione delle Nazioni Unite aveva parlato di possibili crimini di guerra’ da parte di Israele nella guerra dell’estate del 2014 tra Hamas e lo Stato ebraico a Gaza, che ha provocato 1462 vittime civili tra i palestinesi e 6 tra gli israeliani. Pochi giorni dopo è arrivata anche l’accusa ancor più forte da parte di Amnesty International. Secondo l’organizzazione umanitaria le forze armate israeliane avrebbero compiuto crimini di guerra nella zona di Rafah. I fatti incriminati sono avvenuti tra l’1 e il 4 agosto, quando furono uccisi 135 palestinesi fra cui 75 minorenni dopo che un ufficiale israeliano era caduto in un agguato di Hamas. «Israele agì con una terribile indifferenza verso le vite umane civili, e lanciò attacchi sproporzionati ed indiscriminati», dice Amnesty. Dura la reazione di Israele: «Amnesty International falsifica la realtà nel suo rapporto sui combattimenti di un anno fa a Gaza» il commento del ministero degli Esteri, che parla di rapporto lacunoso «nella metodologia, nella ricostruzione dei fatti, nelle analisi e nelle conclusioni». 
In ottobre un’altra bocciatura, stavolta da parte dell’Unesco che ha condannato Israele per la gestione della Spianata delle moschee a Gerusalemme. Il comitato esecutivo dell’agenzia Onu, infatti, ha approvato una risoluzione che censura la gestione israeliana del luogo sacro dei palestinesi proprio alla luce delle limitazioni imposte nelle settimane scorse. I divieti e le continue violazioni dello status quo avrebbero fomentato le violenze di questi ultimi giorni dividendo l’opinione pubblica internazionale.

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