lunedì, Gennaio 21

Israele tra Hamas e problemi identitari: è crisi di Governo Tra problemi interni e Hamas la coalizione di Netanyahu sembra sgretolarsi, ne parliamo con l’analista IAI Andrea Dessì ed il giornalista Eric Salerno

0

L’ultimo conflitto tra Hamas e Israele ha lasciato strascichi pesanti all’interno della coalizione di Governo israeliana. Ieri, durante una conferenza stampa, Avigdor Lieberman, Ministro della Difesa, ha annunciato le sue dimissioni come atto di protesta contro la decisione della tregua raggiunta con Hamas. Dimissioni che – presentate oggi dopo l’annuncio di ieri – saranno ufficializzate domenica prossima quando si terrà la riunione di Governo. «Quello che è successo ieri, il cessate il fuoco, insieme all’accordo con Hamas, è stato una resa al terrorismo», ha detto il Ministro dimissionario, che ha aggiunto «quello che stiamo facendo ora come Stato è quello di acquistare tranquillità a breve termine, con il prezzo di gravi danni a lungo termine per la sicurezza nazionale».

La presa di posizione di Lieberman, dunque, arriva dopo l’ennesimo momento di tensione tra Hamas e Israele. I combattimenti sono iniziati domenica scorsa dopo che un’operazione segreta delle forze speciali israeliane a Gaza, non proprio andata a buon fine, ha portato alla morte di sette militanti palestinesi e un soldato israeliano. Il lunedì seguente i militanti di Hamas, per tutta risposta, hanno lanciato circa 460 razzi nei territori israeliani vicini al confine, colpendo un caseggiato nella città di Ashkelon e uccidendo un uomo palestinese che stava lavorando in Israele.

Le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno allora risposto alla provocazione colpendo 160 bersagli all’interno di Gaza, tra cui vari edifici.

Dopo la risposta israeliana, l’annuncio improvviso della tregua. Hamas e altri gruppi militanti minori hanno rilasciato una dichiarazione nella quale hanno affermato di aver accettato l’accordo negoziato dalle Nazioni Unite e dall’Egitto.

E se dalla parte di Gaza sono scesi in piazza per festeggiare il ‘cessate il fuoco’, vedendolo come un’operazione vittoriosa da parte di Hamas cui è dovuto sottostare Israele, sul fronte israeliano decine di residenti delle comunità di confine hanno protestato dopo l’annuncio della tregua, definendola – riporta la ‘BBC’ – «mancanza di azione da parte del Governo israeliano» per affrontare la minaccia degli attacchi missilistici palestinesi.

Per comprendere meglio la situazione di politica estera e interna israeliana, abbiamo parlato con il ricercatore dello IAI (Istituto Affari Internazionali) Andrea Dessì ed il giornalista esperto di Medio Oriente, che vive a Gerusalemme, Eric Salerno.

La tregua arriva perché gli attori coinvolti non vogliono un conflitto aperto, ma non è nulla di speciale, non so quanto reggerà e si somma alle altre che ci sono già state”, spiega Dessì, ma “l’aspetto principale è quello socio-economico e umanitario della Striscia di Gaza, dato che ormai sono molti anni che la situazione peggiora di giorno in giorno, non essendoci elettricità e l’acqua che c’è non è potabile: è uno dei disastri umanitari più importanti nel contesto internazionale”.

Ma oltre alla tregua, sono altre le motivazioni che hanno spinto Lieberman a rassegnare le dimissioni. «I due punti di svolta che mi hanno spinto alle dimissioni sono stati il trasferimento ad Hamas di 15 milioni di dollari da parte del Qatar, e questo significa che abbiamo versato soldi ai terroristi, e la tregua di ieri dopo che loro hanno sparato 500 razzi», ha chiarito il deputato israeliano. Israele, infatti, ha recentemente concesso al Qatar – dichiarando che il denaro non sarebbe andato ai terroristi di Hamas- di finanziare la popolazione di Gaza con un prestito di 15 milioni di dollari, cifra che è all’interno di un pacchetto di aiuti economici, dal totale complessivo di 90 milioni, che sarà stanziato a rate semestrali. Questo denaro è servito, e servirà,  a stipendiare i dipendenti pubblici palestinesi impoveriti nella Striscia di Gaza con l’intento di migliorare le condizioni della popolazione di quel limbo di terra e a calmare gli animi, perennemente tesi, nella regione. Israele, come riporta l’agenzia stampa ‘Reuters’, aveva precedentemente acconsentito allo Stato del Golfo di donare materiali per progetti di costruzione civili e carburante, preoccupato che donazioni di denaro potessero raggiungere Hamas, contro il quale ha combattuto tre guerre dal 2008. Non è detto, però, che quest’ultimo finanziamento non sia finito proprio nelle mani dei membri di Hamas, che molti Paesi considerano un’organizzazione terroristica e che fa dell’antisemitismo uno dei suoi punti programmatici.

I finanziamenti qatarioti arrivano dopo che il rivale politico di Hamas, il Presidente palestinese cisgiordano Mahmoud Abbas, ha tagliato i bilanci di Gaza e a farne le spese sono stati migliaia di impiegati governativi.

Ma se da una parte il Governo israeliano collabora con un Qatar governato da un regime che finanzia movimenti non certo moderati, come quello dei Fratelli Musulmani, dall’altra è uno dei principali alleati, insieme agli Stati Uniti di Donald Trump, dell’Arabia Saudita per mantenere l’equilibrio in Medio Oriente ed evitare che l’influenza dell’Iran si propaghi in tutta la regione. L’Arabia Saudita, la quale “ha acconsentito dando l’ok la finanziamento qatariota verso Hamas”, puntualizza Dessì,  è attualmente al centro della critica internazionale per il caso di Jamal Khashggi, il giornalista ucciso all’interno dell’ambasciata saudita ad Istanbul.

Data la partita su due fronti di Israele, il Governo potrebbe essere tacciato di incoerenza e incongruenza in materia di politica estera. “L’incoerenza è una parola che in diplomazia si dovrebbe usare poco e questo Paese si sta barcamenando in scelte di vario genere, come tutti i Paesi”, dice Salerno, che poi puntualizza “l’Arabia Saudita, certamente, ha una posizione in fondo la classifica dei diritti civili, ma è oggi il maggior alleato dell’Occidente e degli USA e, in qualche modo, d’Israele nella sua lotta contro l’Iran”. Per quanto riguarda i finanziamenti stanziati dal Qatar, invece, il giornalista dice che “Netanyahu cerca di mantenere un certo status-quo a Gaza, questo significa tenere le due entità separate: quindi, Gaza da una parte e Cisgiordania dall’altra. L’unità tra queste due non piace a Netanyahu in quanto sarebbe più difficile resistere ad eventuali soluzioni di pace per mettere insieme israeliani e palestinesi”.

Dessì è sulla stessa linea di Salerno e, partendo da una citazione “Henry Kessinger diceva ‘Israel has no foreign policy, it has only a domestic politics’”, poi spiega “lasciare che il Qatar possa aiutare Gaza fa comodo a tutti quanti: al Qatar, ad Hamas, ad Israele, agli Stati Uniti ed anche agli europei. L’unico che adesso esce allo scoperto è, appunto, Lieberman che, criticando questa decisione, cui lui stesso era cosciente ed aveva avuto la possibilità di votare contro, utilizza questa faccenda per dire che il Governo di Netanyahu non è abbastanza forte contro Hamas”. Il ricercatore delinea anche il rapporto tra il Governo israeliano e quello palestinese in Cisgiordania, “i problemi politici tra Israele e l’Autorità Nazionale Palestinese sono molto semplici, si tratta dell’occupazione e della volontà israeliana di non portare a termine questa stessa occupazione e aprire un negoziato vero e proprio, il cui principale negoziatore è Abbas, non soltanto capo della ANP, ma anche chairman della PLO, Palestine Liberation Organization”, ma oltre queste problematiche, continua Dessì “vi è un rapporto molto stretto tra Israele e l’ANP in materia di sicurezza e antiterrorismo”. Più a fondo, però, vi è la questione Hamas, “paradossalmente Israele è più propensa a trattare con Hamas che con Abbas”, dice l’analista IAI, che poi aggiunge  “questo spiega due cose: uno, che Israele non vuole un negoziato vero e proprio con i palestinesi, ed il secondo punto è che negoziando con Hamas, sapendo che tra questo e l’ANP ci sono profondissime divisioni, Netanyhau ha calcolato che mantenendo l’organizzazione di Gaza sull’orlo del precipizio gli convenga di più, poiché questo mette un ostacolo alla riconciliazione palestinese ai fini di un negoziato e lo status-quo è quello che interessa maggiormente Israele”.

Ma non vi è solo l’aspetto della politica estera a creare divisioni politiche all’interno del Paese. La normativa sulla leva obbligatoria e la nuova legge sullo Stato pongono il problema identitario e quello delle minoranze etniche.

La legge sullo Stato, varato a metà del luglio scorso, definisce IsraeleJewish Nation State’, lo Stato della Nazione ebraica, ponendo dunque un’accezione di esclusività verso gli ebrei. Inoltre, tale legge prevede l’estensione degli insediamenti, cioè l’espansione delle zone abitate dalla comunità ebraica nei territori palestinesi. Non sono solo i palestinesi ad essere presenti in Israele, ma anche gli arabi, i quali hanno visto con questa norma il declassamento della loro lingua: l’arabo passa, infatti, dallo status di lingua ufficiale a quello meno chiaro di idioma ‘speciale’. Questa legge ha ricevuto molte critica, specialmente dai Drusi, una minoranza etnica araba presente in Israele. “Sicuramente rischia di marginalizzare la minoranza araba, ma è questo l’intento di questa legge e uno dei primi effetti è quello di ridurre l’importanza della lingua araba”, dice Salerno, che continua “questo presumo voglia dire che verrà tolta da certi cartelli, ad esempio,  nella via dove mi trovo io, a Gerusalemme, hanno tolto la dizione araba dalla strada, lasciando quella araba e inglese. La legge vuole così sottolineare che gli arabi sono una minoranza”.

La legge sulla leva, ancora non approvata, punta a rendere obbligatorio il servizio militare anche per gli ebrei ortodossi. Ad oggi solo agli ebrei laici e ai religiosi è richiesto di entrare a fare parte dell’Esercito, all’interno del quale si trovano anche soggetti drusi arabi, mentre gli ortodossi sono esentati da questo obbligo che ricade indistintamente su uomini e donne.

Con la richiesta, di una parte della società, di introdurre la leva obbligatoria anche per gli ortodossi si crea un problema anche politico”, spiega ancora il giornalista, gli ortodossi sono quelli che sono stati utilizzati, da tutte le Amministrazioni, fin dalla nascita di Israele, come ago della bilancia di una eventuale coalizione e tutti i Governi. Tutti sono riusciti a fare compromessi con gli ortodossi, la cui fazione creava solidità all’una o l’altra Amministrazione”. Gli ortodossi, però, si ribellano a tale normativa, creando così numerosi problemi a qualsiasi coalizione che dovrà governare il Paese, il quale si sta preparando alle elezioni indette per il novembre del prossimo anno, ma che, dati gli ultimi avvenimenti, potrebbero tenersi prima.

Netanyahu, dunque, si trova ad affrontare temi scottanti: minoranze, gestione della politica estera, il rapporto con Hamas e le autorità palestinesi in Cisgiordania, ma i numeri della maggioranza di cui è a capo non sembrano a suo favore. La coalizione governativa di centro-destra, infatti, è attualmente formata dal partito guidato da Netanyahu, Likud, che conta 30 parlamentari, e poi dagli altri partiti dell’universo di destra: Kulanu (10 deputati), The Jewish Home (8), Shas (7), United Torah Judaism (6) e Israel Beytenu (6).

Con l’uscita dal Governo di Lieberman, leader di Israel Beytenu, e di altri 5 deputati del suo partito, il numero della maggioranza sarebbe formata da soli 61 membri. Numeri precari se si pensa che il Knesset, il Parlamento israeliano, è composto, in totale, da 120 seggi. A ciò si deve aggiungere che l’attuale Ministro dell’Istruzione, Naftali Bennett, leader del partito di estrema destra The Jewish Home, ha espresso chiaramente la volontà di essere incaricato anche come Ministro della Difesa, minacciando, in caso contrario, le dimissioni, che, numeri alla mano, farebbero capitolare l’attuale Amministrazione.

Il Ministero della Difesa, però dovrebbe andare allo stesso Netanyahu che, oltre ad essere Primo Ministro, è anche Ministro dell’Economia e degli Affari Esteri. Non dimentichiamo, poi, che il Premier israeliano ha a suo carico un’indagine per corruzione.

Dato il quadro interno, la possibilità di elezioni anticipate è più che concreta. “La possibilità c’è”, conferma Salerno e “molti esperti sono scettici di Netanyahu, dicono vinca Bennett e non Lieberman che, ad oggi, è in fondo ai sondaggi”, anche se “è possibile una nuova coalizione di destra con Netanyahu ancora a capo”. Questa ipotesi avanzata dal giornalista che vive a Gerusalemme,  deriva dal fatto che con Netanyahu “l’economia funziona, la gente sta abbastanza bene, guerre vere non ce ne sono ed ha evitato un altro conflitto adesso. Ha molte cose da sbandierare e non so se alla popolazione interessi veramente che abbia avuto in regalo sigari e casse di champagne”.

In caso di sconfitta dell’attuale Primo Ministro, però, l’ipotesi più probabile è che l’estrema destra israeliana possa salire al potere e che, quindi, possa rinvigorirsi il conflitto con Hamas. “Questo dipende da Hamas, quello che è accaduto è stata una provocazione”, ha chiosato ancora Salerno, “e se dovesse provocare ancora non c’è dubbio che da Israele risponderebbero in maniera pesante, perché Netanyahu non potrà non rispondere duramente e a quel punto gli andrebbe dietro anche l’apparato militare che ha resistito fino ad adesso ad un conflitto diciamo globale sulla Striscia di Gaza”.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore