sabato, Ottobre 19

Israele: ‘Terra’ di due popoli? 29 novembre 1947,approvazione da parte della Assemblea Generale delle Nazioni Unite del Piano di partizione della Palestina per mezzo della Risoluzione n.181

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«Il Signore disse a Mosè: ‘Manda alcuni a esplorare la terra di Canaan, che sto per dare al popolo d’Israele. Per ogni tribù scegli un uomo tra i capi’…Quegli uomini tornarono dal giro di esplorazione nella terra di Canaan dopo quaranta giorni. Si recarono da Mosè… Riferirono sull’esplorazione e mostrarono agli Israeliti i frutti di quella terra…: ‘Siamo andati nel territorio dove ci hai mandati. È una terra dove scorre latte e miele. Guarda questi frutti! Però la gente che vi abita è forte e robusta, vive in città molto grandi e ben fortificate. Caleb…disse: ‘Su, partiamo! Conquisteremo quelle terre. Abbiamo la forza per farlo!’ Ma i suoi compagni aggiunsero: ‘Non possiamo attaccarli; sono più forti di noi!’».

L’Esodo degli Ebrei verso la Terra promessa è il principale evento descritto nell’omonimo libro della Bibbia. Secondo tale racconto il popolo ebraico, che si trovava in schiavitù nel Paese d’Egitto, uscì verso Israele attraverso la penisola del Sinai sotto la guida di Mosè, inviato da Dio. Questa liberazione è ricordata nel rito del Pesach (ovvero, passaggio), la Pasqua ebraica.

L’unica fonte documentale esistente, per altro indiretta, relativa all’evento dell’Esodo è il libro biblico ma l’archeologia più recente sostiene che non vi sia mai stata una conquista militare di Canaan da parte degli Ebrei, piuttosto un graduale e pacifico inserimento. Molti popoli vinti dagli Ebrei, citati nella Bibbia, non sono esistiti veramente o, se reali, non erano stanziati nelle zone citate, mentre alcune città di cui si narra la conquista erano in realtà deserte e già abbandonate da secoli. 
L’idea della concretizzazione di una Nazione ebraica in Palestina affonda le sue radici, quindi, nell’immaginario e nel tentativo del popolo Ebraico di scampare alle innumerevoli persecuzioni che ha dovuto subire dalla notte dei tempi.
Storicamente la necessità di concretizzarne la fondazione si colloca alla fine del XIX secolo a seguito delle persecuzioni perpetrate dalla Russia zarista, i cosiddetti pogrom, ovvero  saccheggi e violenze nei confronti dei cittadini ebraici che li indussero a migrare verso la Palestina con il contributo di Theodor Herzl, precursore dell’idea del ritorno nella terra dei padri, padre, lui, del sionismo.

Fino alla fine delle Prima Guerra Mondiale la Palestina fu governata dell’Impero Ottomano, in realtà già da qualche tempo sottoposto a protettorato da parte della Francia e del Regno Unito.

Quest’ultimo favorì già da subito l’aumento della popolazione ebraica, ma dopo la prima guerra mondiale, con la nascita della Società delle Nazioni – nata con l’unico intento di evitare altri sanguinosi conflitti all’insegna della Pace nel mondo-, le tensioni tra palestinesi ed ebrei si acuirono, non intenzionalmente favorite dal Mandato che la Società delle Nazioni affidò alla Gran Bretagna, la quale cercò di assecondare tutti con il risultato di non accontentare nessuno. Aveva promesso la Palestina sia agli arabi , come Paese indipendente, per l’aiuto prestato con la Rivolta Araba nella lotta contro l’impero turco-ottomano, che agli ebrei, comesede nazionale  ma, allo stesso tempo, aveva pattuito coi francesi che sarebbe stata internazionalizzata, insomma, alla resa dei conti, furono prevalentemente assecondate le aspettative ebraiche, e nel 1917 attraverso una dichiarazione di Lord Arthur J. Balfour, confermò che «Il Governo di Sua Maestà vede con benevolenza l’istituzione in Palestina di una National Home per il popolo ebraico e farà del suo meglio perché tale fine possa essere raggiunto, rimanendo chiaro che niente deve essere fatto che possa pregiudicare i diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche esistenti in Palestina», legalizzando definitivamente la migrazione del popolo ebraico verso la Palestina.

La Società delle Nazioni, seppur dopo notevoli successi, collezionò alcuni primi fallimenti già negli anni venti e non fu più capace di prevenire le aggressioni delle potenze dell’Asse tanto che la seconda guerra mondiale fu inevitabile. Gli eventi dimostrarono, definitivamente, che la Società delle Nazioni non era più in grado di sostenere con successo i propositi di pace agognati.

Con riferimento alla questione della Terra Santa, poi, negli anni ’30, la popolazione palestinese cominciò a sollevare la testa con sempre più determinazione fino alla nascita di una embrionale forma di organizzazione politica che portò, dopo la Seconda Guerra Mondiale, al formarsi della Lega Araba.
Sempre alla fine della seconda guerra mondiale anche la Società delle Nazioni gettò la spugna ed al suo posto furono istituite le Nazioni Unite, le quali ereditarono molte delle agenzie e delle commissioni della Società delle Nazioni che nell’ottica della risoluzione dei conflitti tentarono anch’esse di risolvere lo scontro tra ebrei e palestinesi.
L’ONU costituì un apposito Comitato composto da membri appartenenti a undici Stati da cui furono escluse le potenze vincitrici della Seconda Guerra Mondiale per evitare accuse di strumentalizzazione o parzialità.  

Il Comitato elaborò due potenziali linee di azione per la soluzione della questione mediorientale: la prima avrebbe voluto la creazione di due distinti Stati, uno israeliano e uno palestinese con Gerusalemme posta sotto un controllo internazionale; la seconda avrebbe visto la creazione di un unico Stato, di tipo federale, con al proprio interno sia la parte ebraica e sia quella palestinese.  
Da subito fu evidente l’impossibilità di accontentare entrambe le popolazioni, anzi, mettendo sullo stesso piano palestinesi e israeliani si innescarono feroci critiche della popolazione palestinese che era da molto più tempo presente e radicata sul territorio e che lesse nelle intenzioni delle Nazioni Unite la legittimazione a quella che loro percepirono come una vera e propriainvasione’.
Da qui, 70 anni di crisi mediorientale.

Il 29 novembre 1947 è la data dell’approvazione da parte della Assemblea Generale delle Nazioni Unite del cosiddetto Piano di partizione della Palestina per mezzo della Risoluzione n.181.

La decisione fu presa a maggioranza dalle Nazioni Unite e vide la partizione dei territori tra i due Stati con un risultato nettamente a favore della popolazione israeliana, costringendo la popolazione araba a ricorrere alla Corte Internazionale di Giustizia, acuendo quindi, anziché lenire, la crisi mediorientale in atto.

Ma come si è giunti alla Risoluzione n.181?
Per comprendere una decisione tanto delicata e difficile la storia va letta da vari punti di vista.
Un impulso determinante a cambiare i delicati equilibri internazionali è stato determinato dall’ennesima persecuzione che ha colpito il popolo Ebraico e questa volta di dimensioni internazionali: l’Olocausto.
Un impulso pervaso da meno empatia ma non meno importante fu il delicato inizio del processo di decolonizzazione che determinò l’uscita della Gran Bretagna dal controllo della Palestina.
In ultimo, ma non ultimo come importanza, l‘interessamento da parte degli Stati Uniti.

Sulla base di tutte queste condizioni si arrivò alla Risoluzione ONU n.181 che ha sancito la suddivisione del territorio in due Nazioni ben definite garantendo ad Israele i territori di Galilea, della costa tra Haifa e Ashdod e del Neeghev anche se con la condizione che Gerusalemme sarebbe stata amministrata da una Forza Internazionale sotto l’egida delle Nazioni Unite.
Condizioni che hanno soddisfatto le aspettative israeliane, a discapito di quelle palestinesi e, nonostante i gravi disordini scaturiti dalla reazione palestinese, il 14 maggio 1948 nacque ufficialmente lo Stato di Israele, sotto la guida di David Ben-Gurion.

Settanta anni di conflittualità culminati nel dicembre 2017, quando il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump ha deciso di trasferire l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, nel settantesimo anniversario della Costituzione dello Stato d’Israele.
Per i palestinesi una simile decisione non può che essere assimilata ad una immane sconfitta.

A dare il colpo finale alle aspettative palestinesi è stata l’approvazione della Legge ‘Stato-Nazione’ del popolo ebraico, da parte della Knesset, il Parlamento israeliano, che dichiara Gerusalemme capitale di Israele, retrocedendo la lingua araba da ufficiale a speciale, e adottando il calendario ebraico come quello ufficiale.
Dura è stata la replica palestinese che qualifica tale provvedimento come uno strumento di annientamento dei principi democratici e di uguaglianza.

Dai tempi di Mosè, insomma, nulla è cambiato. Cambiano i linguaggi, non si scrive sulle tavole d’argilla ma sui social, ma la situazione in questa delicata area sembra destinata a deteriorarsi giorno dopo giorno.

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