mercoledì, Agosto 21

Israele: sì alla pace, pronti alla guerra per la nostra sicurezza

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Quando si parla di noi, si parla delle nostre armi, delle bombe e delle esplosioni sui bus. Deve sapere che lo scorso mese abbiamo festeggiato il sessantanovesimo compleanno di Israele e, in tutti questi anni, abbiamo fatto tantissime cose per il mondo intero. Abbiamo portato avanti la scienza, la medicina e la tecnologia, con il maggior numero di nuove aziende al mondo, e con tantissimi brand che investono nel nostro Paese. Siamo il Paese che ha più musei, più libri e che ama leggere più di molti altri Paesi nel mondo. Gli uomini e le donne d’Israele amano la cultura e vogliono conoscere sempre di più, ed eccellono lavorando nel campo scientifico e tecnologico. Ad esempio, mia sorella lavora ad Intel, che ha il più grande centro di produzione e distribuzione in Israele; allo stesso modo Google, Microsoft ed IBM hanno i loro centri di programmazione e distribuzione in Israele. Ha mai sentito parlare di Mobileye? Quest’azienda è divenuta in brevissimo tempo una delle aziende leader mondiali nel suo campo. Hanno studiato le tecniche elettroniche più all’avanguardia per proteggere il conducente di un’automobile. Loro hanno iniziato in Israele dieci anni fa con un capitale di circa diecimila dollari, ora è il più grande gruppo di produzione di sistemi anticollisione. Skype, noi stiamo parlando in questo momento grazie Skype, questo è un software Made in Israele”. Dall’altra parte del pc, a dirci queste cose, è Aviv Bar Oz, già presso l’Ufficio per la Formazione Diplomatica del Ministero degli Affari Esteri di Israele, e ora impegnato negli studi politici. “Quindi, parliamo di tecnologie, parliamo di software, di innovazione, di educazione. Parliamo di queste cose, non solo di guerra e terrorismo”, ci esorta Aviv. “Abbiamo il deserto a sud, ed il mare a nord, abbiamo Gerusalemme, una delle città più belle al mondo. A Tel Aviv, pochi giorni fa si è tenuto il Gay pride, dove più di 250.000 persone LGBT hanno festeggiato per i loro diritti, per la loro libertà. Tel Aviv è considerata Manhattan del Medio Oriente, il turismo è un caposaldo della nostra economia. Abbiamo tutto: dalla storia alla cultura, dal mare al deserto in sole poche ore di macchina. Se decidesse di venire, vedrebbe il clima di sicurezza e tranquillità che si respira”.

E’ sabato, e Aviv non è religioso, ci precisa, per tanto, essendo un giorno festivo ma non rispettando lui il sabato del riposo ebraico, ha qualche ora di tempo libero da dedicarci. Ci apre ‘virtualmente’ le porte di casa sua, nei pressi di Haifa, circa 100 km a nord da Tel Aviv. Si sta concludendo la prima settimana di uno degli incidenti diplomatici più gravi del Medio Oriente – l’isolamento da parte del Consiglio di Cooperazione del Golfo del Qatar– e in Israele Gaza è nuovamente al centro dell’attenzione – ieri, 50° anniversario della fine della Guerra dei Sei Giorni, le autorità israeliane hanno vietato ai palestinesi di età inferiore ai 40 anni di entrare nella città di Gerusalemme per effettuare la preghiera collettiva del venerdì nella moschea di al Aqsa, mentre si diffondeva la notizia che il Governo si prepara al via libera a 3.000 nuove abitazioni per i coloni in Cisgiordania e che un tunnel è stato scoperto sotto due sue scuole elementari a Gaza gestite dall’Unrwa (l’agenzia delle Nazioni Unite per i profughi palestinesi). Aviv ha lavorato presso il Ministero degli Affari Esteri e ora si occupa della politica israeliana, sa bene che noi lo abbiamo cercato proprio per parlare di questa situazione, non delle eccellenze, indubbie, del suo Paese.

 

Aviv, l’UNRWA è sotto accusa per un tunnel che passa sotto due scuole nelle vicinanze del campo di Maghazi, sarebbe un tunnel di Hamas -anche se l’organizzazione ha negato.

Ne siamo sicuri al 100%. Hamas ha utilizzato molte volte in passato questo tipo di tunnel per compiere attentati. La cosa triste è che ogni giorno Hamas depreda camion che trasportano materiali edili da Israele, per costruire questo tipo di passaggi, lasciando invece i civili senza case.

Hamas è nuovamente sotto tiro, e non solo da parte di Israele, ora che il Qatar è stato messo sotto accusa dall’Arabia Saudita e isolato.

Qatar, e soprattutto Iran, esercitano una forte e cattiva influenza nella regione. Sponsorizzano il terrorismo e contribuiscono continuamente all’instabilità nella regione, soprattutto continuando a donare soldi alle popolazioni di Gaza, con la scusa di evitare una crisi umanitaria. Hamas, non fa il bene per i palestinesi in quest’area, anzi, è il loro male, e questo i palestinesi lo hanno capito molto bene, ma sono prigionieri di questa organizzazione terroristica.

Hamas, però, ha il controllo della Striscia di Gaza, e questo controllo è nell’interesse di Israele anche. Non è forse vero che Israele preferisce Hamas piuttosto che un’altra organizzazione?

Israele vorrebbe un partner a Gaza con cui sia possibile cooperare, non un’organizzazione criminale e folle, che desidera annientare lo Stato di Israele. Qui stiamo parlando se preferiamo un male che già conosciamo o un male sconosciuto. Se Hamas dovesse smettere di esistere non sappiamo quale altra organizzazione estremista prenderà il suo posto…

E’ di poche settimane fa il viaggio di Trump a Riyad. Come legge questo vertice e nuovo rapporto tra USA e Arabia Saudita?

La situazione delle alleanze internazionali è qualcosa di molto complicato, ad ogni modo noi crediamo fermamente che l’alleanza tra Israele e Stati Uniti sia quella più solida nel Medio Oriente. Se Trump è riuscito ottenere dei vantaggi, in termini di investimenti, da questo incontro a Riyad, tutto quello che è riuscito ottenere di buono economicamente, risulterà un vantaggio anche per Israele. A conferma di tutto questo la visita dell’Ambasciatore Usa, Nikki Haley, di qualche giorno fa a Tel Aviv.

Pochi giorni fa, per la prima volta l’ISIS ha colpito Teheran.

Innanzitutto siamo profondamente addolorati per le vittime di Teheran. Israele condanna sempre il terrorismo, indipendentemente che colpisca Teheran, o l’Arabia Saudita, o Londra, o Manchester, il terrorismo è sempre terrorismo, ed è orribile ovunque colpisce e indipendente che vengano colpiti cristiani, arabi, o ebrei qui in Israele. Io spero che questi crimini trovino una fine, è necessario fermarli. La guerra al terrorismo è una guerra globale.

L’Unione Europea sta vivendo momenti complicati e anche importanti cambiamenti, da Brexit alla vittoria di Macron in Francia. Come guardate a questa realtà da Israele, ora che avete ritrovato un rapporto disteso con gli USA di Trump?

I rapporti del nostro Paese con l’Europa sono buoni, soprattutto dal punto di vista economico e commerciale, nonostante alcune tensioni negli anni passati per via del conflitto tra Israele e Palestina. Crediamo che l’Europa abbia capito meglio cosa significa terrorismo. Ciò che è avvenuto a Berlino, a Cannes, a Parigi, e più recentemente a Manchester e Londra, è qualcosa che noi abbiamo imparato a conoscere da diversi anni. Già quindici o venti anni fa, attacchi come quelli che hanno colpito di recente Londra, erano all’ordine del giorno in Israele. Adesso l’Europa si trova nella stessa situazione di Israele. Credo Europa e Israele stiano lavorando bene insieme, e stiamo combattendo lo stesso nemico.

Crede che l’Occidente, in particolare l’Europa, abbia qualcosa da imparare da Israele in fatto di terrorismo?

Assolutamente sì. L’Europa ha molto da imparare da Israele, perché, sfortunatamente, mi tocca dire, noi abbiamo l’esperienza. Pensi che mi ricordo quando avevo solo 8 o 10 anni, mia madre si raccomandava di non prendere l’autobus, dicendomi che se lo avessi preso sarei potuto esplodere. Questo avveniva nella mia città e nei centri vicini. E’ la stessa cosa che state vivendo ora in Europa: puoi andare a fare una passeggiata a London Bridge e venire accoltellata, oppure puoi andare ad un concerto a Manchester e un terrorista potrebbe farsi esplodere nella folla. Io credo che l’Europa, su questo, abbia molto da imparare da Israele, ed è per questo che la collaborazione tra Israele ed Unione Europea si è intensificata negli ultimi anni.

Parliamo delle strategie che Israele adotta contro il terrorismo.

La strategia più importante è sicuramente la tecnologia, Israele è il primo Paese al mondo con più start up pro capite, più degli Stati Uniti, più di qualsiasi altro Paese in Occidente. Noi abbiamo tantissimi privati, tantissime aziende che investono nella tecnologia applicata militarmente nella guerra al terrore. Ad esempio abbiamo Arrow2 , il sistema missilistico radiocomandato in grado di intercettare e distruggere missili balistici su scala nazionale, scoraggiando attacchi missilistici dall’esterno e mettendo in sicurezza tutti i cittadini di Israele, soprattutto nell’area di Gaza, che dal 2000 per dodici anni sono stati sotto attacco. Recentemente stiamo sperimentando anche nuove armi, che prevedono l’utilizzo del titanio, di cui i media stanno parlando ultimamente, e i rumors sostengono già pronti. Ecco, credo che l’Europa dovrebbe investire molto in tecnologia.

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