domenica, Settembre 27

Israele: riaffiora il timore di ‘accerchiamento’ da coronavirus In una situazione politicamente instabile da oltre un anno, la pandemia fa temere che i ‘nemici’ di Israele possano approfittare dell’occasione per un attacco. Gli analisti mettono in guardia la politica

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Israele, nel mezzo di una crisi politica che dura da quasi un anno, dopo 5.591 contagi (secondo i dati OMS aggiornati a ieri) e un numero per il momento contenuto di morti -circa 30, ma qui le fonti divergono-, dopo che nelle ore scorse si è saputo essere contagiato anche il Ministro alla Salute, Yaakov Litzman, e la moglie, con Benjamin Netanyahu che entra ed esce dall’autoisolamento, e in quarantena sono finiti pure il direttore generale del Ministero della Salute e il capo del servizio segreto il Mossad e dopo che sono iniziate, ieri, le evacuazioni di massa forzate da alcune città-focolaio, inizia seriamente a preoccuparsi per il coronavirus Covid-19.

Anche perché, la combinazione della crisi sanitaria e della crisi politica, il fatto che il Governo sia di fatto un Governo di transizione, e da qualche settimana con poteri speciali -esagerati secondo alcuni osservatori-, insinua la preoccupazione sia per la tenuta dellademocrazia, sia perché di questo stato di strutturale fragilità si possano insinuare minacce esterne.

Gran parte della popolazione è stata invitata a stare chiusa in casa -inviti accompagnati da multe, carcere in alcuni casi e con i controlli che negli ultimi giorni sono diventati molto serrati-, i viaggi internazionali sono stati bloccati, è stata imposta la quarantena per coloro che sono stati esposti al virus, molte aziende sono chiuse -fonti non verificabili sostengono che la disoccupazione sia già a oltre il 24%-, il Governo ha annunciato un piano economico di 20milioni di dollari, maIsraele nella lotta al virus deve prima scontrarsi con un altro problema, un ostacolo tutto locale: la riluttanza ad applicare le direttive del distanziamento sociale e isolamento della comunità ultraortodossa.

Le comunità ultraortodosse -che rappresentano circa il 10% della popolazione israeliana- vivono in una sorta di ‘segregazione autoimposta’, spesso in spazi ridotti, case piccole dove giovani e anziani fanno vita comune, spesso in condizioni socio-economiche molto difficili, se non di povertà, riluttanti alla modernità, e, soprattutto, alla tecnologia, socialmente molto chiusi, poco disponibili a rispettare le leggi nazionali, molto dipendenti, invece, dalle indicazioni che vengono dai rabbini. E proprio i rabbini sono stati i primi a respingere le regole del distanziamento sociale dettate dal Governo, considerandole incompatibili con le tradizioni religiose ortodosse, e saldamente convinti che Dio li avrebbe protetti dal virus -tra questi anche il Ministro della Salute che lo ha dichiarato pubblicamente.
Ora l’Amministrazione Netanyahu, che ha dovuto condurre una campagna di convincimento molto complicata, visto che il Governo sta in piedi grazie al sostegno dei partiti ultraortodossi, dichiara che la linea dei rabbini, che nelle scorse settimane si sono opposti alla chiusura delle sinagoghe, è cambiata, che «c‘è stato un cambiamento molto positivo tra il pubblico ultraortodosso: hanno interiorizzato il pericolo della diffusione del coronavirus e stanno ascoltando le istruzioni con il pieno sostegno dei rabbini». Ma in pochi si fanno illusioni, anche su questo fronte la battaglia si preannuncia lunga, elemento di complicazione preoccupante nella lotta al coronavirus. Già ora -e Israele è solo all’inizio della sua ‘guerra’ al virus- i pazienti ultraortodossi costituiscono un numero sproporzionato tra quelli ricoverati per Covid-19. Israele ha solo circa 1.500 respiratori e l’infezione di massa potrebbe non essere gestibile dal sistema sanitario nazionale che fino ad ora, con numeri relativamente contenuti, è riuscito tenere.

In una di queste comunità ultraortodosse, quella di Bnei Brak, dove si stima che il il 38% dei 200.000 residenti potrebbe essere infettata da Covid-19, per aver ignorato per settimane le indicazioni del Governo sul distanziamento sociale, l’Esercito,nelle scorse ore, ha iniziato l’evacuazione forzata di 4.500 persone di età pari o superiore a 80 anni, tutte messe in isolamento in spazi gestiti dai militari. Bnei Brak, dove la densità della popolazione è 100 volte superiore alla media nazionale, potrebbe presto rappresentare il 30% dei casi a livello nazionale, sostengono alcuni studi di società assicuratrici, e il Governo sarebbe pronto a imporre la quarantena forzata, qui, ma non solo.

Secondo alcuni osservatori il blocco totale, completo, un lockdown molto duro, è vicino. Una politica costosa e rischiosa, avvertono gli economisti, che mettono in guardia dai «costi sociali ed economici crescenti», raccomandando«una politica economica e di salute pubblica cauta e integrata che mantenga il tessuto socioeconomico di base dello Stato, minimizzi i danni all’economia». Le «capacità mediche e tecnologiche» delle quali Israele è ben dotato, devono esser messe in campo «per ridurre al minimo i danni all’economia», suggerendo test, monitoraggi attraverso le infrastrutture tecnologiche (modello Cina, piuttosto che Corea del Sud) su vasta scala, per valutare l’evoluzione della pandemia, e in base alla medesima contenere al massimo le misure che impediscono una vita sociale congrua alla tenuta economica. Massimo controllo ai settori industriali strategici: sanitario, alimentare, energia, elettricità, acqua e Difesa.

E proprio la sicurezza e il sistema di Difesa connesso pare essere una delle preoccupazioni sulle quali i ‘cervelli’ israeliani più sono impegnati, con l’obiettivo di prevedere scenari che possano supportare i decisori politici. Le preoccupazioni e relative raccomandazioni sono tutte politiche e fedeli al timore insito nel DNA degli israeliani: il timore di accerchiamento.
Non è estranea, anzi, a questo timore, la decisione assunta dall’Amministrazione Netanyahu di adottare il monitoraggio elettronico dei pazienti utilizzando una tecnologia digitale che, fino ad ora, era utilizzata solo per l’antiterrorismo, con un provvedimento di emergenza che non ha nemmeno richiesto l’approvazione da parte della Knesset.

E’ la prima volta che lo strumento è utilizzato sulla popolazione civile per consentire all’agenzia di sicurezza interna del Paese di rintracciare i telefoni delle persone al fine di scoprire dove è stato un paziente coronavirus – o sospetto vettore – e con chi sono entrati in contatto. La Israel Security Agency(ISA), è in grado, così, di tracciare l’individuo in base a un numero di identificazione nazionale e un numero di cellulare.
Gli esperti di sicurezza hanno sottolineato come «il tracciamento elettronico è uno dei principali cannoni dell’arsenale dell’ISA, che consente di monitorare il movimento dei terroristi in Israele e in Cisgiordania, fornendo all’agenzia segreta un quadro dell’attività quotidiana, dei contatti personali, del movimento e altro ancora».
Uno strumento che permette agevolmente di passare dalla lotta al Covid-19 al controllo di tutte quelle reti che potrebbero mettere a rischio la sicurezza nazionale, per evitare che attraverso il virus il Paese possa essere esposto ad attacchi da parte di ben altri ‘patogeni opportunisti’.

La crisi del coronavirus quale ‘onda d’urto multidimensionaleche sta emergendo sempre più non solo come una crisi sanitaria, bensì anche comefatto politico e di sicurezza «fondamentale nelle relazioni internazionali in generale e in Medio Oriente in particolare». Così, definiscono l’emergenza sanitaria da Covid-19 gli analisti dell’Institute for National Security Studies(INSS). Crisi della quale è impossibile prevedere l’entità del caos che determinerà.
Al momento tutti i Paesi sono impegnati sul fronte sanitario, il che
«riduce la probabilità di uno scontro militare su vasta scala tra Israele e i suoi avversari a breve termine», ma nelle prossime settimane, o nei prossimi mesi, lo scenario potrebbe cambiare, evecchie e nuove sfide possono profilarsi all’orizzonte, sia causa la diffusione di notizie false e «teorie del complotto», sia per la necessità che alcuni Paesi potrebbero avere di distogliere l’attenzione dai problemi sociali e economici nazionali sotto pressioni intensificate dalla pandemia, sia nel tentativo di sfruttare nuoveopportunità derivate dalla crisi. Gli analisti INSS considerano, infatti, che «la crisi ha cambiato l’equilibrio di potere nella regione, alterato le considerazioni dei superpoteri in relazione agli affari regionali e abbassato i costi dell’opportunismo» che alcuni Paesi potrebbero mettere in scena.

Dieci gli scenari avanzati dagli analisti INSS, sui quali si richiama l’attenzione dell’AmministrazioneNetanyahu.

«Giordania, Libano, Autorità palestinese e persino l’Egitto potrebbero avere difficoltà a contenere la crisi». Una catastrofe medica -sono tutti Paesi con sistemi sanitari deboli- o una carenza di beni di prima necessità, potrebbero innescare proteste che potrebbero portare questi Paesi nelcaos fino al crollo dei sistemi politici attuali. «Lo scioglimento di regimi amici di Israele può trasformare il loro territorio in una fonte di minaccia». Viene altresì prospettata la possibilità di «ondate di rifugiati» in fuga dal virus.

Nella Striscia di Gaza si potrebbe assistere ad unaescalation delle tensioni che potrebbe minare la sicurezza di Israele. «La situazione della sicurezza potrebbe aggravarsi se Hamas» si rendesse conto che Israele allenta la sua capacità in termini di risposta militare e dirsi disponibile all’allentamento delle condizioni dei civili. Così come è possibile che la «capacità di Hamas di governare potrebbe deteriorarsi e gruppi come la Jihad islamica palestinese potrebbero guadagnare più margine di manovra. Più Israele assiste Hamas nell’affrontare la pandemia e alleviare l’angoscia nella Striscia di Gaza, meno è probabile unaescalation».

Altro rischio paventato sul fronte palestinese è quello di una ondata di terrorismo in Cisgiordania: «attacchi terroristici da parte di individui o organizzazioni potrebbero verificarsi»sia a causa dell’angoscia esasperante, sia per calcolo, perché c’è chi potrebbe ritenere la crisi sanitaria una ‘buona occasione’ da sfruttare per lanciare attacchi. Il rischio potrebbe concretizzarsi se l’Autorità palestinese e Israele mostrassero scarse o ridotte capacità di contrasto o se aumentasse il disagio civile tra i palestinesi.

Guardando oltre Israele e Palestina, gli analisti, poi, individuano altri rischi ‘vicini’.
In primo luogo la
ripresa dell’ISIS. «La prolungata mancanza di stabilità politica in Iraq e l’attenzione dei regimi sull’affrontare la pandemia possono indebolire la governance in alcune aree, portando a una minore pressione militare sull’ISIS» e meno attente è probabile che lo saranno anche le intelligence globali, tutto ciò può essere una ghiotta opportunità per il rinvigorimento dell’ISIS».Secondo gli analisti INSS è anche possibile che gli attacchi siano mirati a conquistare aree della regione, «compresa la penisola del Sinai».
Minacce possono poi arrivare anche da un ritiro affrettato, causa coronavirus, e causa campagna elettore, degli americani da Siria e Iraq. «Un ritiro americano dall’Iraq porterebbe probabilmente anche a un ritiro dalla Siria, allo scioglimento della coalizione internazionale contro l’ISIS e ad una presa di potere da parte del regime di Assad nella Siria orientale».

In questo contesto, poi «Mosca potrebbe tentare di spingere i Paesi sunniti filoamericani a indebolire il loro impegno nei confronti degli Stati Uniti acquistando armi russe o reattori nucleari o investendo nell’economia russa, in cambio della riabilitazione del cartello OPEC +. Pertanto, la Russia potrebbe fornire ai Paesi della regione capacità militari che potrebbero cambiare l’equilibrio strategico -come i sistemi S400 in Iran o Iraq- e incoraggiare il regime diBashar al-Assad a raggiungere accordi con i curdi e compromettere così la presenza americana nella Siria orientale.
L’indebolimento della posizione americana e il rafforzamento di quella siriana potrebbero avere un impatto negativo sulla libertà d’azione di Israele, lasciandolo solo a occuparsi della nefasta attività regionale dell’Iran e con un minore sostegno americano in caso di conflitto con Mosca».

Il tutto contestualmente all’indebolimento delle monarchie del Golfo, a rischio dal punto di vista finanziario causa i bassi prezzi del petrolio e del gas naturale unitamente all’emergenza sanitaria da fronteggiare. Vengono adombrate «potenzialirivolte nei palazzi», che potrebbero «aumentare le tensioni esistenti nelle sale del potere, così come tra i sovrani e i loro sudditi. Questo scenario potrebbe indebolire l’efficacia dei partenariati Israele-Golfo contro l’Iran anche dopo la crisi».

E l’Iran è, per gli analisti, il pericolo più insidiosoe sul quale tenere altissima la guardia. Dubbi, qui, gli analisti, li avanzano anche sulla tenuta della politica di Trump della ‘massima pressione’.
«Un avanzamento delle capacità iraniane» sul fronte del nucleare, unitamente a un«ammorbidimento della politica americana di ‘massima pressione’», potrebbe portare il regime iraniano a ritenere che, proprio per l’accresciuta potenza nucleare, possa accrescere il suo potere contrattuale nei confronti degli Stati Uniti, così come l’Amministrazione Trump potrebbe avviare negoziati con l’Iran o congelare la situazione attuale in cambio di una maggiore assistenza umanitaria». Ciò si tradurrebbe in un«indebolimento del regime delle sanzioni renderebbe difficile rinnovare la pressione su Teheran a seguito della pandemia». In tale eventualità è ovvio che Israele si troverebbe senza loscudodella pressione americana a fronteggiare il ‘grande nemico’. In questo quadro di accresciuto potere, l’Iran potrebbe riuscire a posizionare alcuni sistemi di armi complesse in Siria e In Iraq «e colpire Israele».

Gli analisti non escludono, anzi, potenziali attacchi informatici. Attacchi di questo genere possono rivelarsi particolarmente gravi in questo momento distanziamento sociale e blocco del sistema produttivo, visto la dipendenza dell’economia globale dalle infrastrutture di comunicazione per il lavoro a distanza.
Prese in considerazione anche le eventualità della«morte di importanti leader, potenziali cambiamenti nelle dinamiche di potere a livello internazionale, una vittoria militare nella guerra civile in Libia, un cessate il fuoco nello Yemen o una risoluzione del conflitto tra il Qatar e i suoi vicini nel Golfo»

L’invito dell’Istituto è molto pressante: Israele per quanto impegnato sul fronte sanitario deve restare in allerta con uomini e mezzi contro queste minacce che potrebbero mettere gravemente in difficoltà il Paese, minandone la sicurezza.

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