domenica, Settembre 27

Israele: quell’acqua che fa Golan Gli USA hanno riconosciuto la sovranità di Israele sulle Alture del Golan, ma perché quest’area è così importante? Ne parliamo con Alfonso Giordano

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Gli Stati Uniti di Donald Trump hanno riconosciuto le Alture del Golan come parte dello Stato di Israele. Sebbene l’atto formale della proclamazione sia stato firmato ieri alla Casa Bianca alla presenza di un «emozionato» Primo Ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, era ormai da qualche giorno che il Presidente americano, attraverso i suoi canali social, spingeva per tale riconoscimento, importante – secondo Trump – dal punto di vista strategico e della sicurezza per Israele e la stabilità regionale. L’Amministrazione statunitense, infatti, è convita – o si è fatta convincere – che lIran stia usando la Siria (governatrice de iure del Golan) e le sue Alture come avamposto per minacciare Tel Aviv.

Tale riconoscimento, sebbene non abbia alcun effetto concreto sulla situazione geo-politica reale che vede Israele padrone de facto dell’area, riveste molti significati sul piano simbolico. Il prossimo 9 aprile, infatti, la popolazione ebraica si dovrà recare alle urne per rinnovare il Knesset, con un Netanyahu mai così in difficoltà, su cui pendono varie accuse di corruzione, ma che può rivendicare un altro importante risultato sul piano politico.

Le Alture del Golan si estendono per unarea, prevalentemente montuosa, di circa 1800 km2 e sono contese da circa 40 anni dalla Siria e, appunto, da Israele. Il 10 giugno 1967, al termine della Guerra dei sei giorni, Israele, dopo aver procurato gravi sconfitte all’Egitto, invase il Golan, allora completamente parte del territorio siriano. Le vittorie conseguite dagli israeliani alla fine del conflitto ridisegnarono completamente gli assetti territoriali regionali: con l’armistizio fu istituita una linea di separazione, la regione del Golan passò sotto il controllo militare di Tel Aviv e, solo dopo qualche giorno, i cittadini israeliani andarono ad insediarsi sul promontorio. Il cessate il fuoco proposto dalle Nazioni Unite, però, non servì a calmare le tensioni che riesplosero violentemente il 6 ottobre 1973, il giorno della festività ebraica dello Yom Kippur, quando gli eserciti siriano ed egiziano attaccarono rispettivamente le Alture del Golan e il Sinai: attacchi che provocarono la controffensiva israeliana e sancirono di fatto lalleanza tra Israele e Stati Uniti, il cui appoggio fu fondamentale per far retrocedere le forze siriane e arrivare a pochi chilometri da Il Cairo. Dopo una complessa fase diplomatica, si arrivò nel settembre 78 alla firma degli accordi di Camp David tra Egitto e Israele che portarono al trattato di pace del 1979, che proprio oggi, 26 marzo, compie 40 anni. Il Golan, comunque, non venne riconosciuto dalla comunità internazionale come possedimento d’Israele.

Il 14 dicembre 1981, con un atto unilaterale, il Parlamento israeliano estese il suo diritto, la sua giurisdizione e la su amministrazione  sui tre quarti del Golan. Tre giorno dopo, però, con la Risoluzione 497, il Consiglio di Sicurezza, ritenne la decisione di Israele «null and void and without intenational legal effect».

Nonostante il diktat delle Nazioni Unite, Israele mantenne inalterate le sue conquiste. Ad oggi, sul Golan ci sono più di 30 insediamenti ebraici e circa 20.000 coloni, stesso numero di siriani, la maggior parte dei quali di etnia drusa, che popolano quelle alture.

Ma perché le Alture del Golan sono così importanti? Se dal punto di vista militare e strategico – specie nella parte settentrionale dove è collocato il Monte Hermon – sono un avamposto quasi perfetto, il loro terreno di origine vulcanica, ricco di falde acquifere, le rende unarea unica dal punto di vista idrico in una regione dove lacqua scarseggia. “Il Golan è sempre stato conteso tra la Siria e Israele da quando questo lo ha occupato, ma è un’area importante da ancora prima che nascessero questi scontri”, spiega Alfonso Giordano, professore di Geografia Politica presso l’Università LUISS Guido Carli di Roma, “è un territorio ricco di acqua, dove le alture, in una zona prevalentemente pianeggiante, permettono il controllo strategico ed il controllo dei traffici commerciali. È ovvio che la questione dell’acqua è preminente perché dall’acqua dipendono molte altre attività”.

Le acque del Golan rappresentano un terzo del fabbisogno complessivo idrico dIsraele e hanno, dunque, un impatto molto importante sull’economia del Paese, specie sull’agricoltura. In totale, nel 2016, Israele ha utilizzato 2.345.890.300 di metri cubi dacqua, di cui: 1,28 miliardi (55%) per l’agricoltura; 809 milioni (39%) per uso domestico; 124 milioni (5%) per l’industria; e solo 131 milioni, ovvero solo il 6%, sono stati utilizzati dalla Giordania e dall’Autorità Nazionale Palestinese (ANP). “L’acqua, per Israele, è importante nell’industria e nell’urbanizzazione”, dice il professore, “d’altronde, si dice che sia stato l’unico Paese capace di rendere un po’ ‘giardino’ quelle aree che sono in grossa parte non fertili”. Israele, infatti, è uno dei Paesi più avanzati della regione per quanto riguarda lo sfruttamento delle falde acquifere. “In una zona con poca acqua, dove Israele controlla la maggior parte dei pozzi”, continua Giordano, “Israele ha attuato delle tecniche, ormai dagli anni ’60, per il miglior utilizzo possibile dell’acqua che prevedono il riutilizzo delle acque reflue e la desalinizzazione, quindi la messa in processo industriale dell’acqua che serve agli usi urbani, a quelli domestici e industriali. Israele non perde una goccia d’acqua perché ne capisce il valore strategico”. Nel 1959, infatti, fu approvata una legge globale sull’acqua che rendeva le risorse idriche di proprietà pubblica e regolava lo sfruttamento e l’allocazione delle risorse idriche, nonché la prevenzione dell’inquinamento e la conservazione dell’acqua. Come spiega lo stesso sito del Governo israeliano, nel settore domestici e urbano, gli sforzi di conservazione si concentrano sui miglioramenti in termini di efficienza, gestione delle risorse, riparazione, controllo e monitoraggio dei sistemi idrici comunali. Nei parchi, invece, dove l’irrigazione è notturna, vengono coltivate delle piante resistenti alla siccità. I cittadini, allo stesso tempo, sono invitati a risparmiare acqua attraverso lo slogan «Non sprecare una goccia».

Il Golan ha più di 200 sorgenti e decine di ruscelli, la maggior parte dei quali sono stati confiscati da Israele che li usa per l’approvvigionamento dei suoi coloni. Come riporta ‘Foreign Affairs’, dal 1984, Israele ha costruito più di otto pozzi profondi per accedere alle falde acquifere siriane e, da questi, ha estratto oltre 2,6 miliardi di litri di acqua, la maggior parte diretta verso gli insediamenti israeliani. “Quello che si nota è che c’è una frantumazione dei villaggi palestinesi che non è fatta solamente per dividere le popolazioni arabe e controllarle meglio, ma anche per una questione di distribuzione dell’acqua”, afferma Giordano, “spesso dove ci sono i pozzi d’acqua si trovano gli accampamenti dei coloni israeliani che riforniscono poi le città palestinesi. È chiaro, quindi, che c’è un uso strategico dell’acqua per quanto riguarda l’approvvigionamento dei villaggi palestinesi”.

Ma oltre ai palestinesi della Cisgiordania e ai siriani del Golan, a fare le spese di questo accaparramento idrico da parte di Israele sono anche gli abitanti di Gaza, poiché le falde acquifere costiere sono contaminate e non possono essere utilizzate. Come ha spiegato il relatore speciale delle Nazioni Unite, Michael Lynk, in un rapporto del 18 marzo scorso, a partire dal 2017, oltre il 96% della falda acquifera costiera di Gaza, che rappresenta la principale fonte di acqua per i residenti, è diventata inadatta al consumo umano. «La politica israeliana di usurpare le risorse naturali palestinesi e di ignorare l’ambiente ha privato i palestinesi di beni vitali», ha detto Lynk, «il suo approccio alle risorse naturali del Territorio Palestinese Occupato è stato quello di usarle come un Paese sovrano che userebbe i propri beni, con conseguenze enormemente discriminatorie».

Ma se un giorno Israele dovesse perdere il Golan, quanto ne risentirebbe economicamente? “Perdere una zona strategica di rifornimento dell’acqua causerebbe serie problematiche economiche perché alcune industrie rimarrebbero senza fornitura che, a quel punto, dovrebbe essere presa da altri pozzi israeliani”, afferma il professore, che precisa “ma credo che Israele non si ponga neanche il problema di perdere il Golan, soprattutto ora che avvenuto il passaggio di un attore importante come gli USA che gli dà anche una legittimità da questo punto di vista, quindi toglie anche quella problematicità – in ottica americana – legata all’occupazione militare israeliana. Dal punto di vista strategico, però, per Israele il Golan non è negoziabile”.  

Allo stesso tempo, però, se la Siria dovesse acquisire questo beneficio idrico “bisognerebbe vedere se poi ha la stessa capacità organizzativa e di gestione di Israele”, prosegue Giordano, “questa proclamazione di Trump arriva non solo per i noti legami con Israele, ma anche perché la Siria sta attraversando un momento di particolare difficoltà. ”.

Non vi è solo la questione idrica che interessa il Golan, ma anche quella petrolifera. Dal 2014, infatti, Israele ha iniziato ad esplorare l’area e a perforare il terreno in cerca delloro nero. “Il sospetto, abbastanza fondato, è che il Golan avrebbe una decina di siti che potrebbero nascondere altre risorse petrolifere”, spiega Giordano, “c’è un’esplorazione che è stata affidata ad una società che si chiama Afek Oil&Gas, un ramo della Genies Energy, che aveva però come consulente l’ex vice Presidente americano, Dick Cheney. Come si nota, ci sono una serie di elementi geo-politici che legano l’interesse americano ad Israele”.

La vicenda, così, si complica maggiormente e il riconoscimento da parte degli Stati Uniti non fa altro che negare formalmente un bene primario a delle popolazioni che ne hanno estremamente bisogno.

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