venerdì, Febbraio 21

Israele – Palestina: scoppia la nuova Intifada L' intervista con Andrea Dessì (IAI)

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«Facciamo appello affinché domani 8 dicembre sia il giorno in cui si scatenino la collera e la intifada palestinese contro la occupazione a Gerusalemme e nella Cisgiordania » Queste le parole del leader di Hamas, Ismail Haniyeh, il quale ha poi precisato che si tratterà di «un’intifada popolare globale, proprio come ha fatto il nostro popolo a Gerusalemme».  Quali saranno le modalità e i bersagli di questa nuova Intifada? Verrà supportata da altri Paesi, ad esempio Iran o Turchia?

Sebbene la tensione è salita alle stelle – con scontri a Betlemme, in Cisgiordania occupata e ai confini della Striscia di Gaza – è ancora presto parlare di una nuova Intifada. Dopo l’annuncio di Trump, sia Hamas che il movimento Palestinese di Fatah con base in Cisgiordania hanno richiamato il popolo Palestinese a dare il via a ‘tre giorni di rabbia’ con manifestazioni e proteste popolari in varie località. Hamas ha poi richiamato a dare il via ad una nuova Intifada, iniziando appunto domani, Venerdì 8 Dicembre, giorno sacro per Islam. È molto probabile che ci saranno sconti più violenti domani, con Israele che ha gia rafforzato il dispiegamento di truppe dell’esercito in varie località dei territori occupati, inclusa appunto Gerusalemme Est, territorio considerato occupato illegalmente da gran parte della comunità internazionale, incluso gli stati uniti almeno fino all’annuncio di Trump di ieri.

Le modalità di un eventuale nuova Intifada sono difficili da prevedere. Va notato comunque il riferimento nel discorso di Haniyeh “come ha fatto il nostro popolo a Gerusalemme”. Questa fa riferimento alle proteste popolari tenutesi a Gerusalemme il luglio scorso, quando scoppiarono manifestazioni palestinesi dopo che il governo Israeliano aveva chiuso la spianata delle mosche di Gerusalemme in seguito ad un attentato, installando telecamere e metal detector a tutte le entrate per la spianata. Il numero di protestanti e il forte sostegno dato da parte dei leader religiosi mussulmani in Palestina hanno fatto si che il governo Israeliano è stato costretto a fare marcia indietro, smantellando i metal detector prima di riaprire la spianata. Questa è stata una vittoria importante per i Palestinesi, che sperano di ripetere in seguito al annuncio di Trump, anche se le modalità sono ben diverse, difficile – se non impossibile – pensare che si possa ora convincere Trump a fare marcia indietro.

Il rischio di una nuova Intifada prolungata si capirà in base agli scontri di oggi e il fine settimana. Se vi saranno morti, come purtroppo è probabile, allora è possibile che si prolunghi ancora di molto la crisi. Per quanto riguarda il sostegno esterno, certamente Erdogan in Turchia userà questo annuncio per cercare di aumentare il suo consenso nel mondo Arabo, attaccando duramente sia gli USA che Israele. L’Iran potrebbe anche dare sostegno, ma se lo farà sarà in modalità nascosta, cercando di ricucire i rapporti (e quindi una certa influenza) con i gruppi Palestinesi di Hamas e Islamic Jihad, ma non sarà facile per l’Iran. Va anche sottolineato come la posizione di altri leader Arabi, primo tra tutti il re Giordano, ma anche Sisi in Egitto e l’Arabia Saudita sarà di molto indebolita da questo annuncio e la consapevolezza popolare che questi leader – con l’eccezione del re Giordano – hanno dato sostegno all’Amministrazione Trump indipendentemente da questa sua decisione su Gerusalemme. Per la Giordania invece, non è da escludere un aumento di pressioni popolari per rivedere i rapporti con Israele, gia da tempo incrinati, con possibili ripercussioni sulla stabilità del paese.

Attraverso quali strumenti Israele fronteggerà la nuova Intifada?

Di nuovo, non si può ancora parlare di Intifada. Israele fronteggerà le proteste con l’unico modo che conosce: la forza e la repressione. Si cercherà di evitare morti, ma come spesso accade in queste situazioni niente si può prevedere e la situazione può scappare di mano molto velocemente. Sono state aumentati i militari a Gerusalemme, ai diversi checkpoint militari che dividono Israele dai territori occupati e sono stati messi in allerta anche i riservisti. Probabile prevedere una chiusura totale della Cisgiordania occupata, con il divieto di transito tra un villaggio e un altro e una massiccia presenza militare e d’intelligence. È molto alta la tensione sui confini con la striscia di gaza, dove si temono una possibile ripresa del lancio di razzi verso Israele o anche un tentativo di orchestrare un attentato. Per Hamas, che fino alla settimana scorsa si era adoperato a limitare le attività di altri gruppi armati nella striscia, diventerà molto più difficile controllare il territorio per prevenire un ulteriore escalation militare.

Haniyeh ha lanciato un nuovo appello ad al-Fatah affinché esca “dal tunnel degli accordi di Oslo”, ponendo fine alla cooperazione di sicurezza con Israele e lavorando alla riconciliazione e la unità nazionale palestinese. Ha inoltre auspicato l’ annullamento da parte dell’Anp di Abu Mazen delle sanzioni economiche inflitte alla Striscia nei mesi scorsi. Si cementificherà, dunque, il fronte palestinese contro Israele?

Difficile da prevedere. Comparando i discorsi di Haniyah con quello di Abbas si capisce subito che le differenze tra i due gruppi sono ancora molto radicati. Molto dipenderà dai paesi Arabi quali Egitto, Emirati e Arabia Saudia, perché la leadership Palestinese dipende (quasi) interamente dal loro sostegno economico e sono loro che hanno spinto per la riconciliazione Hamas-Fatah dei mesi scorsi. A livello popolare però non vi è dubbio che Gerusalemme è una questione che cementifica tutta la comunità palestinese – sia in Cisgiordania, che a Gaza e a Gerusalemme, ma anche dentro Israele e nella diaspora internazionale.

 Trump ha sostenuto che il riconoscimento di Gerusalemme quale capitale dello Stato d’Israele rientra nel nuovo approccio americano per portare la pace nell’area e giungere alla soluzione dei «due Stati». E’ un approccio che può avere successo?

Trump non ha detto questo. Ha detto che il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele e l’inizio dei lavori di spostamento dell’ambasciata Usa da Tel Aviv a Gersualemme non implica una fine dei tentativi Usa di negoziare la pace in Medioriente. Dice anche che gli Usa sostengono la formula dei due stati ma solo se questa formula è voluta dalle parti interessate. Questo discorso fa quindi una marcia indietro totale comparato alla politica tradizionale Usa verso il conflitto. In poche parole, con questa dichiarazione, gli Usa hanno abdicato il ruolo di mediatore tra le parti, apertamente dichiarando il loro sostegno ad Israele, che come parte più forte e meno interessata alla risoluzione del conflitto, può ora semplicemente continuare a inventare scuse per non sedersi al tavolo dei negoziati, dichiarando che non vi sono i presupposti per il negoziato e che quindi tutto rimane sotto il proprio controllo.

Trump ha implementato un atto di riconoscenza unilaterale che va contro decenni di politiche Usa, ma è anche una chiara violazione del diritto internazionale. È un paradosso che gli Usa di Trump chiedono ai palestinesi di non attuare decisioni unilaterali quando loro stessi hanno fatto questo ieri, sulla questione più esplosiva e importante di tutto il conflitto: lo status di Gerusalemme.

Non è quindi un approccio che può avere successo. Semmai l’unico successo che può derivare da questo annuncio è una presa di posizione forte e unità da parte dell’Europa e altri stati che gli Usa non hanno più i presupposti per dirigere i negoziati e che l’era del monopolio USA sul processo di pace e quindi finito. Anche qua però non c’è molta speranza, sia per il fatto che gli Usa godono del potere di Veto nel consiglio di sicurezza Onu, che per il fatto che l’Europa, anche volendo, è troppo disunita e debole per prendere tale posizione e portarla a termine.

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