martedì, Agosto 4

Israele – Palestina in punta di diritto internazionale

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Palestina storia

È convinzione di moltissimi analisti che una parte rilevante delle tensioni che agitano il cosiddetto Medio Oriente abbiano un fondamento nella annosa e mai risolta questione della Palestina.
Parlarne da un punto di vista “politico” è facile, ma spesso molto superficiale e quasi sempre visibilmente “di parte”. Parlarne da un punto di vista giuridico, specie in termini non “giuridici”, è, invece, difficile, nella misura in cui alla complessità di una questione più che secolare, si oppone la necessità, spesso tradita, di mantenersi neutri (non neutrali) o, come si dice in gergo politico, “sopra le parti”.

Due fatti nuovi recentissimi meritano di essere richiamati.
Le decisioni dei Parlamenti svedese e britannico (qui è un fatto clamoroso, visto che la Gran Bretagna è, di fatto, all’origine del problema, con la Dichiarazione Balfour del 1917) di chiedere ai rispettivi Governi di «riconoscere lo Stato della Palestina».
La proposta della Palestina, Stato non membro delle Nazioni Unite, il 30 settembre scorso, di una risoluzione del Consiglio di Sicurezza, in cui si trova l’ indicazione di un termine perentorio (previsto per novembre 2016) per il completo ritiro di Israele dai territori occupati con la guerra del 1967 (tecnicamente e concordemente ritenuta illegittima: la «legittima difesa preventiva» è illegittima per il diritto internazionale), e la conseguente indipendenza dello Stato di Palestina.

Il linguaggio della proposta di risoluzione (che sarà certamente respinta dal Consiglio di Sicurezza) è complicato e confuso, ma ciò lasciamolo all’analisi giuridica; ciò che conta è il tentativo di fissare un termine per la nascita dello Stato di Palestina, come uno Stato “normale”, cioè indipendente in quanto non più sottoposto al controllo israeliano: testualmente, in un linguaggio di rara confusione terminologica, «The full withdrawal of Israel, the occupying Power, from all of the Palestinian territory occupied since 1967 … the achievement of the independence and sovereignty of the State of Palestine and the right to self-determination of the Palestinian people».

La Palestina, infatti, è già, dal punto di vista dell’ Assemblea Generale delle Nazioni Unite (risoluzione 67/19) e di varie altre Organizzazioni internazionali, uno Stato, seppur privo di effettive sovranità territoriali e indipendenza, sottoposto alle invasioni da parte israeliana, alla sottrazione di territori, allo strangolamento economico, al mancato controllo delle fonti di energia e di acqua, Stato non membro, ma in quanto stato, abilitata a presentare proposte anche al Consiglio di Sicurezza e a chiedere di sottoporre il territorio della Palestina alla giurisdizione della Corte Penale internazionale, cosa che, secondo una interpretazione cavillosa delle norme scritte, non sarebbe consentito ad un semplice soggetto che non abbia rango statuale: e la Palestina (o meglio l’OLP) è un soggetto di diritto internazionale.

L’effetto di questa Risoluzione, se fosse adottata, sarebbe quello di affermare che la Palestina è quella dei confini pre-1967. Sorvolo sulle sussiegose affermazioni di nostri governanti, secondo cui la Palestina sarebbe stata dichiarata «membro non Stato», ma l’Italia, si sa, è sempre l’Italia.

Che vuol dire?
Lo Stato di Israele (per la gioia di ogni professore di diritto internazionale che si rispetti) nasce, o meglio è concepito, una notte (e quando se no?) dell’aprile 1948, quando alcune persone, in un albergo di Gerusalemme, dichiarano, vista la fuga dalla Palestina della Gran Bretagna, e sulla base della risoluzione 181 del 1947 della Assemblea Generale delle Nazioni Unite, esplicitamente richiamata nella «Dichiarazione sulla Costituzione» -si badi bene, non indipendenza!- «dello Stato di Israele», la nascita, o meglio il concepimento, di Israele.  

Fin qui, siamo agli atti politici, non diversi da quelli tanto amati da un noto politicante nostrano dell’ ‘Isola delle Rose’, che “viene concepita” grazie a una dichiarazione del genere da parte di un gruppetto di cultori del gioco di azzardo, poco dopo arrestati tranquillamente dai Carabinieri, cosa che determina, per restare alla terminologia riproduttiva, l’aborto non esattamente spontaneo del progetto.

Il punto importante (quello che suscita le menzionate godurie degli internazionalisti) è che subito dopo la Dichiarazione, alcuni Paesi arabi circostanti (Egitto, Siria, Libano, Giordania, ecc.) invadono il territorio della futura Palestina, ma non riescono affatto ad entrare in quello che Israele dichiara volere per sé, anzi allargandolo anche un po’ nel deserto del Negev.
Niente aborto, qui il pargolo nasce effettivamente, come tutti i soggetti di diritto internazionale: cioè in quanto impediscano ad altri di … impedirglielo!
Da quel momento Israele c’è e ha diritto a reagire ad ogni tentativo di negarne l’esistenza, ma perciò non ha senso la pretesa di Israele ad esserericonosciutadai palestinesi (cui, però, finora Israele non riconosce la natura di Stato): non ne ha bisogno, anzi l’espediente politico, di usare talune frange dei movimenti politici palestinesi, che ancora si propongono di cancellare Israele, come motivo per non trattare, è controproducente perché indica un dubbio della stessa Israele sulla propria legittimità.
Tanto più che un riconoscimento c’è stato e chiarissimo, nei famosi accordi di Oslo/Washington tra Arafat e Rabin (1991/1993), quando fu anche definita la modalità dell’abbandono dei territori ‘occupati’ (definiti esplicitamente tali nel trattato) da Israele.
Appunto, ‘occupati’ : l’occupazione è un istituto classico del diritto internazionale di guerra, che presuppone che il nemico sia a sua volta un soggetto i cui combattenti, dunque, mai sono terroristi di diritto comune, ma, se catturati, ‘prigionieri’.

Con la proposta odierna, dunque, l’OLP (che è il vero soggetto di diritto internazionale) o se preferite la Palestina, afferma chiaramente (non più implicitamente) che il suo territorio è quellodei confini del 1967, e, riconoscendo così di fatto Israele, cerca di farlo dire al Consiglio di Sicurezza.
Ma Israele non vuole. Vuole due cose in contraddizione: trattare con la Palestina sul territorio, senza, tuttavia, riconoscerle la natura di soggetto, quindi l’eguaglianza: si tratta solo tra pari.
E, per di più, pretende di considerare ormai suoi gran parte dei territori che ha occupato con la guerra del 1967 – e che ha in parte circondati con un muro condannato dalla stessa Corte Internazionale di Giustizia- a cominciare da Gerusalemme est.
Ma, per il diritto internazionale gli Stati hanno l’obbligo di non riconoscere lesituazioni territoriali illegittime’. E quindi accade (starei per dire: le astuzie del formalismo giuridico!) che il diritto internazionale si prende la sua rivincita sugli abusi e le prevaricazioni solite.
Quando, infatti, ‘conquistata’ Gerusalemme, Israele la indica come capitale e chiede agli Stati di trasferire lì le proprie Ambasciate, quasi tutti gli Stati si rifiutano in nome del principio su richiamato.

Ora la ‘partita’ riprende su altre basi. Sarebbe un bel caso di scuola, se non fosse costellato di morti e di sofferenze ingiustificate (giuridicamente ingiustificate) che potrebbero essere superate in un batter d’occhio se si ragionasse solo sulla base del diritto.

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