venerdì, Novembre 15

Israele nello scenario mediorientale: guerra alle porte? La situazione nell'area sembra degenerare ogni giorno di più: cosa c'è da aspettarsi?

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Nei giorni in cui il Segretario Generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, lancia l’allarme sul rischio della degenerazione delle tensioni tra Israele e Iran in un conflitto esteso all’intera regione, se non a scenari ancora più ampi, a Tel Aviv la situazione interna sembra tutt’altro che rilassata.

Il Primo Ministro israeliano, Benyamin Netanyahu, al centro di scandali finanziari e accusato di corruzione, è passato al contrattacco tentando di spostare l’attenzione sulle minacce esterne al Paese; così facendo, però, Netanyahu rischia di esasperare ancor di più una situazione che appare già sufficientemente tesa. Nonostante questo, il Primo Ministro incassato il risultato di un recente sondaggio i cui risultati sembrerebbero confermare il consenso al partito nazionalista a discapito soprattutto della coalizione a guida laburista; le opposizioni hanno subito fatto notare che, contrariamente alla consuetudine, il sondaggio non è stato accompagnato dai dati relativi alla metodologia di svolgimento sottolineando, in questo modo, la scarsa attendibilità dei dati e la situazione tesa sul fronte interno.

Da parte palestinese, oltre al continuo stillicidio di episodi violenti che, nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania, continuano a mantenere la situazione incandescente, bisogna registrare l’intervento del Presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), Mahmoud Abbas, detto Abu Mazen, che, lo scorso 20 febbraio di fronte al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, ha accusato Israele di essere la causa del fallimento di ogni tentativo di dialogo e di aver boicottato ogni tentativo di accordo. Secondo il Presidente dell’ANP, il comportamento ‘al di sopra della Legge’ tenuto da Israele, le misure razziste adottate nei territori occupati e le provocazioni, sostenute dagli Stati Uniti di Donald Trump, come la volontà di spostare la Capitale dello Stato a Gerusalemme, dovrebbero bastare all’ONU a pronunciarsi contro la politica del Governo di Tel Aviv; inoltre, sostiene Abu Mazen, è necessario che venga ripreso il dialogo affinché si giunga ad una soluzione che preveda due Stati indipendenti secondo i confini del 1967 (la Capitale del nuovo Stato palestinese dovrebbe quindi essere Gerusalemme Est).

È sul fronte esterno, però, che la tensione sembra più preoccupante. Il livello dello scontro con l’Iran si è andato innalzando sempre più negli ultimi giorni fino ad arrivare allo scambio di accuse tra Netanyahu e Mohammed Javad Zarif, Ministro degli Esteri iraniano, nel corso della Conferenza sulla Sicurezza di Monaco (18 febbraio). Durante il suo intervento, il Primo Ministro israeliano ha agitato in aria un rottame sostenendo che si trattasse di un resto del drone iraniano che sarebbe stato abbattuto per aver oltrepassato il confine dello Stato Ebraico. La rappresaglia aerea che è seguita, ha portato all’abbattimento di un caccia F-16 israeliano in territorio siriano, rischiando di allargare ulteriormente i confini dello scontro.

Da parte sua, Zarif ha liquidato come scenette inconsistenti le affermazioni di Netanyahu. Parole meno sarcastiche e più minacciose sono arrivate dal Segretario del Consiglio per il Discernimento della Repubblica Islamica, Moshen Rezai, il quale ha affermato che, se gli israeliani avranno la malaugurata idea di aggredire l’Iran, la reazione di Teheran sarà rapida ed inesorabile e porterà alla distruzione totale di Tel Aviv e della sia classe dirigente.

Di certo c’è che, a rendere la situazione così tesa, c’è soprattutto l’attuale evoluzione della situazione politica e militare in Siria. Con la sconfitta di Daesh, l’alleanza (o non belligeranza) tra gli attori in campo è finita e si è arrivati ad una resa dei conti: il regime del Presidente siriano, Bashar al-Assad, spinge per riprendere il controllo di tutto il territorio del Paese, sostenuto dalla Russia e dallo stesso Iran, sia tramite l’invio di consiglieri militari, sia tramite milizie finanziate da Teheran (prima tra tutte la libanese Hezbollah). Allo stato attuale, le truppe iraniane e le milizie sciite legate alla Repubblica Islamica, hanno conquistato importante postazioni a pochi chilometri dal confine israeliano del Golan: come si può immaginare, la situazione viene vista con preoccupazione a Tel Aviv. Negli ultimi anni, e sempre di più negli ultimi mesi, Israele ed Iran si sono reciprocamente accusati di essere sostenitori di gruppi terroristici: di certo c’è che entrambi i Paesi hanno sostenuto, militarmente e logisticamente, milizie impegnate, in Siria ed Iraq, nella lotta contro il Califfato ma anche contro obbiettivi legati ai propri avversari politici (sfruttando, in alcuni casi, le rivalità tra musulmani sciiti e sunniti).

È facile intuire come il confronto tra Israele ed Iran sul terreno siriano, porti all’allargarsi delle tensioni a tutta l’area delineando alleanze, a volte naturali, altre volte bizzarre e destinate ad essere solamente temporanee.

Il principale alleato di Teheran, attualmente, è di certo il Libano. Le azioni militari delle Forze Armate israeliane contro obiettivi di Hezbollah, in territorio sia libanese che siriano, nono sono una novità come non sono una novità né il sostegno iraniano al partito sciita libanese, né la posizione israeliana che considera l’organizzazione un gruppo terrorista; da parte loro, i militanti di Hezbollah hanno sempre considerato Israele il principale nemico del popolo arabo, della comunità musulmana e della Repubblica libanese.

C’è però un nuovo punto di conflitto tra Beirut e Tel Aviv: la recente scoperta di un ricchissimo giacimento di gas naturale che si estende sotto le acque territoriali di Libano ed Israele, oltre che di Egitto, Cipro e Turchia, non ha fatto altro che inserire un nuovo punto di frizione in un contesto già potenzialmente esplosivo. In una recente intervista, il Presidente della Repubblica Libanese, Michel Aoun, ha sottolineato che il Libano rispetta i confini, sia terrestri che marittimi, e che, quindi, nonostante a Beirut non si desideri altro che la pace, è pronto a reagire ad eventuali violazioni da parte di Paesi terzi. Il riferimento a Israele è evidente e non c’è dubbio che il nuovo conflitto di interessi sulle risorse combustibili del Mediterraneo orientale contribuirà ad avvicinare ulteriormente i libanesi (e non solo quelli sciiti) all’Iran.

Da parte sua, Israele sembra poter contare sul sostegno del Governo di Damasco fedele ad Assad, che ha ricevuto sostanziosi aiuti da Teheran, e dell’Egitto, Paese con cui ha recentemente firmato un accordo per la vendita di sessantaquattro metri cubi di gas estratti dalle proprie compagnie (provocando la reazione violenta di parte della Stampa iraniana e libanese, che ha accusato Il Cairo di aver stretto accordi con il più acerrimo nemico del mondo islamico).

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