martedì, Luglio 14

Israele: maggioranza inutile per un premier inquisito Non è chiaro se Benjamin Netanyahu possa legittimamente, nel rispetto delle leggi e della Costituzione, essere incaricato di formare un governo. La crisi istituzionale è dietro l’angolo

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Il coronavirus ha colpito anche il terzo voto di Israele, per questo, pare, i risultati non sono ancora definitivi (al momento in cui scriviamo, siamo a circa il 90%), mancherebbe il conteggio dei voti degli elettori in quarantena per il coronavirus, per questo i risultati non sono ancora ufficiali, di fatto

Benjamin Netanyahu, con discreto distacco dallo sfidante Benny Gantz, ha vinto le elezioni, anche se non abbastanza per formare un Governo -gli mancano 2 seggi.

Secondo i dati di questo momento: Netanyahu detiene 36 seggi contro i 32 di Gantz. La coalizione di sinistra, Labor-Gesher-Meretz, sprofonda e perde 7 seggi rispetto al voto 2019. Per quanto oscurata dalla ‘vicenda Netanyahu’ e governo, il vero vincitore appare la Lista Unica araba che ha ottenuto 15 seggi -‘conquista straordinaria’ ha sottolineato il leader della coalizione arabo-israeliana Ayman Odeh. Il partito ultranazionalista russofono Yisrael Beiteinu di Avigdor Lieberman, considerato l’ago della bilancia, si è fermato a 7, uno in meno rispetto alle scorse elezioni di settembre, due in più rispetto la tornata elettorale di aprile.

La coalizione che fa capo al Likud di Netanyahu-la formazione ultranazionalista di destra Yamina del Ministro della Difesa Naftali Bennet, vicino ai coloni, insieme ai partiti ultraortodossi Shas e United Torah Judaismraggiunge 59 seggi, appunto, 2 in meno della maggioranza necessaria, -61-, mentre la coalizione di sinistra di Gantz raggiunge i 57 seggi. 

Il piano di Netanyahu è stato esplicitato dal suo portavoce: conquistare il sostegno di qualche transfuga e mettere insieme nel giro di pochi giorni un esecutivo, partendo dal presupposto che Lieberman non entri nel Governo, visto che seda una parte ha assicurato che Israele non tornerà alle urne per la quarta volta, dall’altra ha però ribadito di non voler sedere in un Governo con gli ultra-ortodossi.

E qui finisce la cronaca. E iniziano le considerazioni.

La ‘conquista straordinariadella Lista Unica araba sarà da considerare e dare in pasto agli analisti politici locali, unitamente alla discesa agli inferi della sinistra, per altro già evidente nei voti del 2019, ma che oggi sembra essersi pesantemente aggravata.
La terza considerazione da fare è sui sondaggi, che se hanno previsto il non raggiungimento da parte di nessuno degli attori in campo della maggioranza, di fatto hanno toppato pesantemente sui risultati dei due sfidanti, Netanyahu e Gantz, il quale, per altro, esprimendo il suo rammarico ha detto chiaramente che non era il risultato che il suo partito, il Blu e Bianco, si attendeva. E su questo avranno il loro bel da fare i sociologi per provare a capire che cosa è successo in questi mesi nell’elettorato -che per il 71% ha votato determinando una affluenza che è stata la più alta in 21 anni- tanto da portare fuori strada i sondaggisti, e forse però riconducibile esclusivamente alla stanchezza di un elettorato deluso e arreso al reBenjamin’, per quanto inquisito sia.

Ecco, e qui arriviamo alla quinta e centrale considerazione: i guai giudiziari di Netanyahuche, è evidente, non hanno impedito a una massa molto considerevole di elettori di sceglierlo, potrebbero, secondo molti osservatori e costituzionalisti, impedirgli di formare un Governo.

Il successo elettorale di Likud o più probabilmente di Netanyahu -e anche questo sarà elemento di riflessione per Israele in questo dopo voto, anche considerando che, da una prima lettura, gli analisti dicono che il voto è stato molto più partecipato nelle roccaforti di Netanyahu, in particolare nelle cosiddette aree periferiche di Israele, mentre a Tel Aviv, bastione liberale, l’accesso alle urne è ha lasciato a desiderare- arriva a due settimane dall’inizio, il 17 marzo, di un processo per corruzione contro Netanyahu. Netanyahu, infatti, è accusato di corruzione,frode e infedeltà in tre casi, in quanto primo primo ministro in carica.

Il procuratore generale e la Corte suprema non si sono ancora pronunciati sul fatto se un indagato possa ricevere o no un mandato per formare il Governo. A questo punto non è chiaro se il Presidente, Reuven Rivlin, possa legittimamente, nel rispetto delle leggi e della Costituzione,invitarlo a formare un governo.

Per Netanyahu, sottolineano alcuni analisti, la vera battaglia inizia dopo la vittoria elettorale,sarà quella che condurrà in Tribunale: quella della sopravvivenza politica. E ciò anche se il Governo dovesse formarsi rapidamente, come si sta sostenendo in queste ore negli ambienti del Likud, Netanyahu non avrebbe abbastanza tempo per farapprovare una legge sull’immunità nella Knesset.
Il processo potrebbe richiedere mesi, forse anni, eper tutto questo tempo se anche un governo Netanyahu ci fosse di sicuro sarebbe sotto schiaffo, quanto meno a rischio di sospetti, accuse, paralisi ad ogni piè sospinto.
Si fa notare, per altro, che il giudice Rivka Friedman-Feldman, a cui è stato affidato il procedimento, è stato coinvolto nella condanna dell’ex Primo Ministro Ehud Olmert a 27 mesi di carcere, e dopo le accuse di corruzione, Olmert si è dimesso, anche su esplicita richiesta dell’’allora leader dell’opposizione, Benjamin Netanyahu.

Si ritiene che a questo punto, se Netanyahu venisse incaricato, verrebbe chiesto quasi sicuramente alla Corte Costituzionale di intervenire,pronunciarsi sulla legittimità dell’affidamento dell’incarico, mettendo per altro in difficoltà i giudici, che, da non eletti, dovrebbero pronunciarsi su di un leader che in qualche modo, nel bene e nel male ha segnato la storia del Paese e, per inquisito che sia, gli israeliani lo hanno votato in maggioranza o quasi, o, in caso contrario, decidere per permettere l’assunzione della guida del Governo ad un politico accusato di corruzione, frode e violazione della fiducia, tutti reati compiuti, secondo l’accusa, nello svolgimento di identico incarico.
La
crisi istituzionale, insomma, è dietro l’angolo, e gli osservatori più attenti ne sono ben consapevoli in Israele.

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