sabato, Agosto 24

Israele in dichiarata guerra con Iran e Siria? E l’Italia che fa? Le rivelazioni del generale Gadi Eisenkot confermano l’aggressione armata contro Iran e dunque la Siria, dove l’Italia starebbe per riaprire la sua Ambasciata

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In una lunga intervista al ‘New York Times’, riportata dal quotidiano israeliano ‘Haaretz, l’ex capo dell’Esercito di Israele fa delle dichiarazioni, per la precisione racconta dei fatti, di una gravità inaudita.

Negli ultimi due anni, ha affermato il generale Gadi Eisenkot, sono state condotte migliaia -proprio così migliaia- di attacchi (bombardamenti) contro postazioni, basi di rifornimenti, ecc. iraniani in SiriaUna sorta, così la descrive il predetto generale, di guerra privata, così la descrive con toni molto soddisfatti il generale israeliano, contro il generale iraniano Qasem Suleimani.

La cosa rientra nella tradizionale politica aggressiva di Israele verso i suoi vicini, in particolare la Siria. Politica che Israele ha fortemente incrementato, da quando il regime di Bashar al-Asad ha ripreso forza, e specialmente ha ripreso il controllo di una parte maggioritaria del suo territorio. Lo scopo ‘nascosto’, a mio parere, è quello di mettere sull’avviso il regime siriano, che sta riacquistando forza, ma deve ora fare i conti con le pretese israeliane di tenersi le alture del Golan e di non permettere insediamenti iraniani in Siria, e con le pretese, sempre più energiche, turche di occupare (per poi acquisire, credo) parte del territorio siriano abitato (e liberato dall’ISIS) dai curdi. Ciò, alla fine, potrebbe portare ad una ridefinizione significativa delle frontiere, che potrebbe ridurre la Siria di al-Asad alla parte di territorio fin qui ‘liberata’, riducendo, forse, il territorio di una futura entità curda ad una sorta di ‘cuscinetto’ tra la Siria e l’Iraq. L’ingresso delle truppe siriane a Manbij di qualche settimana fa, su richiesta de curdi, e con l’aiuto e la presenza militare della Russia, potrebbe in qualche modo prefigurare una nuova frontiera tra Siria e Turchia, che in pratica acquisirebbe tutta la fascia settentrionale della Siria, fino all’Eufrate, lasciando al Governo di al-Asad la possibilità di riprendere Idlib.

Tornando ad Israele, lo scopoufficialedegli attacchi è quello di impedire che gli iraniani si possano insediare sul territorio siriano, ma specialmente, impedire che riforniscano di armi, in particolare missili, lemiliziedegli Hezbollah in Libano.
Ma c’è di più, perché il generale israeliano, nella intervista citata, rivela che si tratta di una operazione (tenuta finora segreta) autorizzata dal Governo e che ha colpito migliaia di obiettivi. E infatti il generale conclude con una affermazione molto ‘pesante’, una sorta di affermazione di vittoria contro il suo, quasi personale, nemico, che tratta sprezzantemente: «Il suo errore è stato quello di scegliere un terreno sul quale è relativamente debole. Noi abbiamo, in questa area (la Siria sud occidentale) completa superiorità spionistica, completa superiorità aerea e una forte capacità di deterrenza, e per di più abbiamo la giustificazione per agire così». Le operazioni, precisa il generale, sono state condotte senza mai annunciarle, né rivendicarle.
Sorvolo sulla democraticità interna di tutti ciò, ma ciò che ne consegue è molto interessante. Ma non certo sulla ‘giustificazione’ di cui parla il generale:
si tratta di azioni di guerra, anzi, di aggressione armata … , ma ormai il diritto, e il diritto internazionale in particolare, da quelle parti non sembra che esista più.

La cosa viene poi confermata da una intervista del Primo Ministro israeliano il 13 Gennaio, a conferma del fatto che le rivelazionisono programmate allo scopo evidente di avvertimento e, se preferite, minaccia e, incidentalmente (o forse proprio per questo) allo scopo di favorire la campagna elettorale di Benjamin Netanyahu.

Ciò che colpisce nel racconto del generale israeliano è che si dà per scontata, senza preoccupazioni, che Israele è a tutti gli effetti in guerra con l’Iran, oltre che con la Siria. Il che ha due conseguenze. Una politica, che consiste in una minaccia forte verso l’Iran, un tentativo di intimidazione, che secondo il generale israeliano sarebbe riuscito, dato che gli iraniani avrebbero cessato la loro attività in quella zona. E su ciò è più che legittimo il dubbio, vista l’evidente funzione propagandistica della affermazione. Ma il secondo punto è che, posto che su dichiarazione esplicita israeliana, Israele è in guerra con l’Iran, ogni attacco dell’Iran in Israele è un atto di guerra, in nessun caso definibile come terrorismo.

C’è di più. Israele sta evidentemente cercando di mettere in chiaro ai suoi vicini, che con il ritiro, in corso, dei soldati USA dalla Siria, Israele si sta proponendo di prendere il suo posto, e di assumere così una posizione digendarmelocale. Se l’ipotesi che facevo prima circa la ridefinizione delle frontiere fosse corretta, ciò indicherebbe l’esistenza di un accordo, almeno di fatto, tra Turchia, Israele e Russia: un rivolgimento di dimensioni veramente storiche.
Tanto più che, nel frattempo, la politica israeliana di acquisizione del territorio palestinese e di separazione, anche fisica, tra israeliani e palestinesi (quella che o stesso giornale israeliano ‘Haaretz’, definisce una ‘politica di apartheid’) sembra irrefrenabile, e non determina più reazioni significative da parte non solo della Comunità internazionale, ma anche della opinione pubblica dei Paesi europei. La Palestina, dilaniata tra l’altro dall’assurda lotta tra Hamas a Gaza e l’autorità palestinese a Ramallah, sembra ormai ridotta al silenzio.

Che ciò sia del tutto illecito è di una evidenza assoluta, ma è doveroso domandarsi perché ciò stia avvenendo, e quali ne posano essere le conseguenze. Il discorso, credo, è troppo ampio e complesso per farlo qui, oltre gli accenni qui sopra, ma è un fatto evidente che le cose da quelle parti diventano sempre più complicate e che siamo agli albori di cambiamenti radicali, ai quali sarà opportuno non essere del tutto estranei.

Dal nostro punto di vista, invece, la novità maggiore pare essere un’altra: la possibile riapertura dell’Ambasciata italiana in Siria, che certamente attesterebbe il riconoscimento, da parte italiana, del fatto che il regime è di nuovo stabilmente in sella, insomma, controlla pienamente il territorio siriano. Però potrebbe anche significare una timida ripresa di iniziativa politica internazionale dell’Italia, che oltre tutto potrebbe essere il primo Governo europeo a tornare in Siria e dunque essere un po’ il pilota della riapertura dei rapporti con al-Asad. È un fatto certo che, legittimità a parte, un Medio Oriente se non pacificato almenotranquillizzatosarebbe per l’Italia e per l’Europa un fatto di grande importanza strategica ed economica.
Difficile, però, nascondersi come ciò strida, e strida fortemente, con le irresponsabili dichiarazioni di Matteo Salvini in Israele, sia con riferimento al possibile trasferimento dell’Ambasciata italiana a Gerusalemme, sia con riferimento agli Hezbollah libanesi. È chiaro, infatti, che dopo le affermazioni del generale israeliano, gli Hezbollah potrebbero (anzi, devono) essere considerati combattenti legittimi contro Israele, mentre la Siria, diventando a tutti gli effetti un Paese amico, dovrebbe logicamente attendersi solidarietà da parte italiana, e quindi europea, almeno per quanto attiene alle alture del Golan.

Come ho scritto l’altro giorno, la situazione in quella zona del mondo si complica sempre di più, e penso che la presenza di una Ambasciata italiana potrebbe rappresentare un elemento di utilità non indifferente, se non altro come fonte di informazione sulla reale situazione.

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.