domenica, Maggio 26

Israele in Ciad per arrivare all’Unione Africana e all’ONU Ely Karmon: “Anche l’Iran, stretto dalle sanzioni, ha bisogno dell’Africa”

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Il Ciad è un paese povero. Nessuno sbocco sul mare, si vive d’agricoltura. Il petrolio c’è, ma la corruzione dilaga e le ricchezze rimangono anno dopo anno in poche mani. L’organizzazione terrorista islamica Boko Haram attacca regolarmente villaggi, uccidendo civili e militari. Di solito, di questo paese si parla pochissimo. Ma una settimana fa il Ciad è balzato agli onori della cronaca quando il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu è atterrato nella capitale. Adesso è uno dei pochi paesi africani ad aver riallacciato le relazioni diplomatiche con Gerusalemme: i rapporti erano interrotti dal 1972.

Nelle stesse ore della storica visita, un altro paese dell’Africa conquistava le pagine dei giornali: in Mali un gruppo terroristico attaccava una base dell’Onu uccidendo 10 soldati del Ciad. L’attacco veniva rivendicato poco dopo da Al Qaeda nel Magreb Islamico, in ritorsione per la visita del primo ministro israeliano nel vicino paese musulmano.

Era stato lo stesso primo ministro israeliano a parlare apertamente dell’ostilità per la sua visita in Ciad poco prima di salire a bordo dell’aereo che lo avrebbe portato lì. Netanyahu aveva spiegato che Iran e palestinesi avevano fatto di tutto per sabotare quella visita in un paese musulmano. E il Mali, secondo fonti ufficiali israeliane, dovrebbe essere la meta di uno dei prossimi viaggi di Netanyahu. Ely Karmon, esperto di antiterrorismo israeliano, parla del nuovo contesto diplomatico e del ‘soft power’ iraniano in Africa.

 

Con la visita storica del primo ministro Netanyahu in Ciad i rapporti di Israele con questo paese africano sono stati ripristinati. Erano stati interrotti nel 1972. Cosa ha impedito per tanti anni di riallacciare le relazioni diplomatiche?

È il contesto diplomatico a essere cambiato. Fino a pochi anni fa era impensabile parlare di rapporti tra Israele e paesi del Medio Oriente come il Qatar, l’Arabia Saudita o gli Emirati Arabi. Le cose sono cambiate gradualmente: sulla stampa internazionale hanno cominciato ad affiorare notizie di contatti tra Israele e alcune capitali arabe. I leader di paesi africani a maggioranza musulmana, come il Ciad, il Niger e la Mauritania, che negli anni 60 avevano ottime relazioni con Israele, hanno mostrato una maggior apertura. Poi, una settimana fa, il Ciad ha ristabilito le relazioni diplomatiche.  In Africa è in corso un’offensiva diplomatica senza precedenti. E ci sono buone ragioni per impegnarsi. Nell’ultimo anno l’Europa ha tenuto un atteggiamento molto critico nei confronti di Israele. Basti pensare al successo europeo del Bds, il movimento per il boicottaggio. I nuovi rapporti con i paesi dell’Africa, oltre che dell’America Latina, aiuteranno Israele nelle sedi internazionali più complesse, come quella dell’Onu.

Nel 2016 era stata la volta di Uganda, Etiopia, Kenya e Rwanda: cosa promette Israele ai paesi dell’Africa e cosa vuole ottenere?

Uno degli obiettivi è quello di ottenere lo status di osservatore tra i paesi dell’Unione Africana, oltre un’accoglienza diversa di Israele all’interno dell’Onu. Naturalmente, oltre alle ragioni diplomatiche e politiche, restano valide quelle commerciali: in Nigeria e Kenya, per esempio, stanno già lavorando grosse società edili israeliane. E poi c’è il turismo. Israele, dal canto suo, ha molto da offrire ai paesi del Sahel: le tecnologie idriche, l’intelligence nella lotta al terrorismo sono in primo piano. In Ciad è attivo Boko Haram e il lungo confine in comune con la Libia, ancora instabile, non facilita la lotta al terrorismo.

In Africa è ben presente un paese ostile a Israele: l’Iran. Adesso i quotidiani israeliani parlano della possibilità di allacciare rapporti diplomatici in Mali. Ma lì c’è anche Teheran. E il recente attentato in Mali, proprio mentre Netanyahu era in Chad, è una spia di forti tensioni. Il terreno dell’Africa è minato?

Teheran non è solo in Mali, è ovunque in Africa. Dai tempi di Ahmadinejad l’Iran ha un piede stabile in molti paesi africani: ci è arrivato costruendo ospedali e università, spesso sotto la diretta supervisione dell’ayatollah Ali Khamenei. In Nigeria, in passato, molti studenti sono andati a studiare in Iran, hanno ricevuto una formazione militare, e sono tornati nel loro paese. È successo anche in Mali: è il ‘soft power’ di Teheran che si nutre principalmente di attività sociali. L’Iran, stretto dalle nuove sanzioni americane, ha più che mai bisogno di uno sbocco in Africa.

Il volo di ritorno di Netanyahu dal Chad attraverso il Sud Sudan è stato un altro passo storico: si aprono nuove rotte verso l’Africa. Il nuovo aeroporto Ramon, recentemente inaugurato vicino a Eilat, è stato pensato anche per questi nuovi sviluppi?

No, prima c’era solo l’aeroporto Ben Gurion, a Tel Aviv. Ramon è molto più moderno e ospiterà anche tanti voli low cost. A pochi passi da Eilat, sul Mar Rosso, porterà nuovo turismo. Quanto al problema con la Giordania, che ritiene che l’aeroporto, troppo vicino al suo confine, violi gli standard internazionali del rispetto dello spazio aereo e della sovranità territoriale, credo che si tratti più che altro di una pressione diplomatica per ottenere qualcosa in cambio.

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