domenica, Settembre 20

Israele-Hezbollah, guerra-non guerra: situazione potenzialmente esplosiva

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La guerra del 2006 tra Israele e Libano non fu decisiva. L’esercito israeliano fallì nel suo tentativo di eliminare Hezbollah, l’organizzazione paramilitare libanese di Hassan Nasrallah. Eppure i dissidi fra le due parti non si sono mai spenti del tutto. Negli ultimi dieci anni sono stati molti gli episodi che hanno suggerito una preoccupante escalation di tensioni, intensificatesi negli ultimi mesi. Entrambe le parti continuano ad evocare e parlare della prossima guerra, la terza fra l’esercito sionista ed Hezbollah.

Quasi quotidianamente i media israeliani pubblicano articoli ed interviste relative ad un conflitto ormai vicino. Un rapporto molto dettagliato del quotidiano Haaretz, ad esempio, indica che il rischio di una possibile sconfitta rimane molto alto. Secondo l’opinione pubblica sionista, Hezbollah costituisce il nemico numero uno, l’Iran sarebbe il numero due, mentre la resistenza palestinese sarebbe al terzo postoHaaretz afferma che l’arsenale di Hezbollah raggiunge oltre «130mila missili di nuova produzione iraniana e russa, con una gittata dai 40 ai 300 kilometri»: una potenza di fuoco in grado di  colpire qualsiasi obiettivo in tutto lo stato ebraico.

Analisi sulla stessa lunghezza d’onda sono state fatte anche dal Centro Studi per la Sicurezza Israeliana, che indica Hezbollah come una «minaccia seria e pericolosa», con i suoi droni e i suoi commandos, abituati a qualsiasi tipologia di combattimento dopo 5 anni di guerra in Siria. Il diretto coinvolgimento nella guerra in Siria infatti, ha accresciuto le capacità militari e le dotazioni di armi del ‘Partito di Dio’. I suoi suoi missili terra – aria, secondo Israele sono, per la prima volta, una concreta minaccia contro l’aviazione e la marina di Tel Aviv. Proprio per questo motivo le forze israeliane stanno continuando a costruire muri di protezione lungo il confine settentrionale e hanno avviato una serie di esercitazioni che coinvolgono la  marina per il rischio di incursioni anche via mare.

Alle valutazioni israeliane fanno eco quelle del leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah. L’11 maggio, nel corso di un intervento pubblico, Nasrallah ha dichiarato che costruire muri lungo le frontiere è l’ammissione del fallimento del piano maggiore di Israele. Ha poi aggiunto, in una diversa occasione, che «Hezbollah è in grado di poter rispondere a qualsiasi attacco israeliano e di contrattaccare con qualsiasi mezzo» se verrà superata la «linea rossa di tolleranza nel conflitto». Il segretario si riferisce anche a possibili obiettivi come le riserve di ammoniaca di Haifa o altri target sensibili nel caso in cui  venissero attaccate nuovamente tutte le infrastrutture ed i civili libanesi, come avvenuto nel 2006.

La posizione del ‘Partito di Dio’ è sostenuta anche dal presidente libanese Michel Aoun, che nel corso di una visita ufficiale al Cairo, tenutasi il mese scorso, ha rilasciato una serie di interviste a varie agenzie in cui ha dichiarato: «Hezbollah è una parte significativa della popolazione libanese. Il Governo di Beirut non cercherà di disarmare il gruppo della resistenza. Tanto meno mentre Israele occupa delle terre e si impadronisce delle risorse naturali del Libano e, visto che l’Esercito Libanese non è in grado di fronteggiare Israele, le armi e l’organizzazione di Hezbollah sono essenziali. Si complementano con le azioni dell’Esercito e non sono in contrasto con quelle».

Le tensioni fra i due Paesi sono dunque concrete, e una guerra sembrerebbe probabile, ma dopo 11 anni dal secondo conflitto israelo-libanese molte cose sono cambiate. Oggi la forza di Hezbollah è enormemente cresciuta rispetto ad allora. Il Partito di Dio non è semplicemente un movimento di guerriglia che controlla il Sud del Libano. Fa parte del governo: ha due ministri e 11 deputati in Parlamento. Ha stretto alleanze con altre forze politiche libanesi e riesce a imporre il suo punto di vista sulla scena politica. E’ proprio grazie ad Hezbollah se lo scorso ottobre è stato eletto, dopo due anni di paralisi, l’attuale presidente, Michel Aoun. Mentre ora, sta cercando di imporre una nuova legge elettorale proporzionale, quella che potrebbe dargli un buon risultato alle urne nelle elezioni parlamentari previste per questo mese. D’altra parte anche Israele ha rafforzato la sua posizione. Il presidente Netanyahu, grazie alla recente visita di Donald Trump e alle parole d’appoggio spese dal presidente degli Usa, sente di nuovo di poter avere la copertura degli americani che non sempre ha avuto con Obama. Lo scorso gennaio ad esempio, le forze di difesa israeliane hanno ricevuto in consegna i primi missili intercettori operativi Arrow 3, il risultato di un progetto di sviluppo congiunto con gli Stati Uniti teso a intercettare missili balistici a lunghe distanze. Inoltre per proteggere i civili, Israele ha messo a punto il piano ‘Safe Distance’, svelato a marzo alla stampa, da un alto ufficiale dell’Homefront Command. «L’idea è di evacuare la popolazione presente in zone pericolose» ha spiegato. Insomma, portare via tutti gli abitanti al confine con il Libano sistemandoli in hotel, kibbutz e strutture pubbliche in altre zone del Paese.

Eppure nonostante entrambe le parti continuino a ‘mostrare i muscoli’, secondo  il giornalista del ‘Daily StarNicholas Blanford, uno dei maggiori conoscitori della guerriglia libanese e del suo apparato militare, «né Hezbollah né Israele vogliono un’altra guerra perché il costo per entrambi sarebbe enorme». La partecipazione al conflitto siriano ha finora portato Hezbollah ad impegnarsi nello sforzo militare di maggior ampiezza della sua storia, pagando un sanguinoso tributo. Il corrispondente dell’agenzia ‘Reuters’ Luke Baker, ha riferito che gli uomini del ‘Partito di Dio’ uccisi nel conflitto sarebbero stati oltre 1600, e numerosi importanti comandanti del gruppo hanno perso la vita nel corso delle operazioni. Dall’altra parte Israele non può sottovalutare l’arsenale missilistico di cui è dotato Hezbollah. «Sicuramente c’è un rischio reale di sbagliare i conti nel caso una delle due parti prendesse un’iniziativa anche piccola e l’altra reagisse, causando una rapida escalation» conclude Blanford. Il rischio più concreto tuttavia è che la nuova guerra inizi in territorio siriano, per poi investire il Libano. Israele, dall’inizio del conflitto, ha infatti più volte colpito convogli di armi destinati a Hezbollah. Una situazione potenzialmente esplosiva.

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