sabato, Ottobre 24

Israele e il rischio di sanzioni Si avvicina la scadenza dei negoziati per l'accordo framework tra Israele e ANP: ecco alcuni rischi legati a un mancato accordo

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A pochi giorni dalla scadenza del termine posto dagli intermediari statunitensi come ultima data utile al raggiungimento di un accordo su alcune delle principali ragioni di contesa, Autorità Nazionale Palestinese e Israele continuano a scontrarsi, divise sulle questioni di maggiore importanza: sulle principali questioni: lo statuto di Gerusalemme; il riconoscimento palestinese di Israele come ‘Stato ebraico’; la definizione dei confini territoriali tra i due Stati; il ritorno nelle proprie terre degli oltre 5 milioni di rifugiati palestinesi allontanati nel 1948; la presenza di coloni israeliani nei Territori palestinesi. Qualora le due parti non dovessero raggiungere un accordo, potrebbe aumentare il rischio per Israele dell’imposizione di sanzioni da parte di Stati europei e di compagnie internazionali, intenzionati a punire l’approccio intransigente del Governo di Tel Aviv.

Da mesi, il Ministro delle Finanze israeliano Yair Lapid sta cercando di concentrare l’attenzione pubblica sui gravi danni che comporterebbe per l’economia nazionale l’imposizione di sanzioni internazionali, invitando Benjamin Netanyahu e la Knesset ad assumere un atteggiamento pragmatico nei confronti dei negoziati di pace con l’ANP. Nello scorso gennaio, Lapid affermò, in una conferenza, che qualora «i negoziati con i palestinesi dovessero giungere a un punto morto o a un collasso» e il boicottaggio europeo divenisse realtà, «l’economia israeliana si contrarrebbe, e ogni cittadino israeliano sarebbe stato colpito direttamente nel proprio portafoglio».

Sin dai giorni dell’inizio della propria esperienza governativa all’interno della grande coalizione che guida oggi la Knesset, Yair Lapid, leader del partito progressista moderato Yesh Atid, che ottenne un sorprendente successo alle elezioni del 2013, ha caldeggiato la necessità da parte israeliana di aprirsi alla possibilità di raggiungere una ‘two state solution’, sostenendo l’importanza per la pacificazione del riconoscimento da parte israeliana di uno Stato palestinese. «Cercherò di spingere il più possibile in questa direzione, perché ritengo sia estremamente importante per Israele. Non lo faccio perché sono innamorato dei palestinesi, ma perché credo che sia nei migliori interessi di Israele raggiungere quello che definirei un onesto divorzio», aveva affermato Lapid alcuni mesi fa.  Nell’intervista, Lapid aveva sottolineato anche la necessità di sgomberare gran parte degli insediamenti israeliani dalla Cisgiordania, definendoli ‘ostacolo per la pacificazione’.

«La campagna BDS ha iniziato ad attirare l’attenzione di alcune delle più grandi istituzioni finanziarie del mondo» scriveva The Economist in un articolo pubblicato nello scorso febbraio. «La PGGM, un grande fondo pensionistico olandese, ha liquidato le proprie partecipazioni in cinque banche israeliane (anche se la principale dei Paesi Bassi ha confermato i propri investimenti). Il Ministro delle Finanze della Norvegia ha annunciato che sta escludendo la Africa Israel Investments (compagnia israeliana d’investimenti, ndr) e la sua sussidiaria, Danya Cebus, una grande società di costruzioni, da un fondo pensioni governativo. La campagna sta ottenendo il supporto dall’Europa del Nord. La Romania ha vietato ai suoi cittadini di lavorare per compagnie attive nella West Bank. Molte chiese stanno appoggiando la BDS. Un’associazione di accademici americana sta boicottando i conferenzieri israeliani. Questo dibattito è divenuto virale quando Scarlett Johansson, un attrice hollywoodiana, ha lasciato il proprio ruolo di ambasciatrice di Oxfam, un’organizzazione basata in Gran Bretagna, per mantenere il proprio contratto pubblicitario con SodaStream, una società di bevande israeliana che ha un impianto in Cisgiordania».

Nel gennaio scorso, il fondo PGGM rese noto, tramite un comunicato, che avrebbe smesso di intrattenere rapporti economici con cinque istituti bancari israeliani che hanno divisioni nelle aree occupate e/o sono impegnati a finanziare gli insediamenti israeliani nei Territori palestinesi. La decisione di interrompere i rapporti economici con istituti  -la Banca Leumi, la First International Bank of Israel, la Banca Mizrahi Tefahot, la Israel Discount Bank e la Banca Hapoalim-   con cui aveva avviato rapporti d’investimento diversi decenni prima, ha una valenza simbolica ancor prima che economica (gli investimenti ammontano ad alcune decine di milioni di euro, e potrebbe essere presa a esempio da altri istituti bancari europei e non solo. «In linea con le politiche per l’Investimento Responsabile», è scritto nel comunicato della PGGM, «è stato intrapreso un dialogo con le banche israeliane coinvolte. L’impegno rappresenta un importante strumento per consentire alla PGGM di agire come un proprietario responsabile per conto dei propri clienti. Il dialogo ha però mostrato come, considerata la realtà giornaliera e il quadro legale domestico in cui operano, le banche abbiano limitate se non nulle possibilità di porre fine al proprio coinvolgimento nel finanziamento degli insediamenti nei territori palestinesi occupati».

Su ‘al-Arabiya‘, Chris Doyle, Direttore del Council for Arab-British Understanding (CAABU), ha criticato fortemente l’utilizzo internazionale di due pesi e due misure in relazione alle sanzioni proposte dalle campagne BDS e da quelle attivate da Israele nei confronti dell’Autorità Nazionale Palestinese. «Quando gli attivisti pro-palestinesi richiedono Boycott Divestment Sanctions, i presidenti e i primi ministri dell’Occidente si allineano per condannarli. Quando Israele introduce effettivamente sanzioni che impediscono l’investimento in Palestina, il mondo non fa nulla. Le sanzioni israeliane sono kosher, quelle palestinesi sono haram. […] Quando la parola ‘sanzioni’ è utilizzata riguardo Israele, i politici occidentali dovrebbero immediatamente pensare, non alle inesistenti sanzioni su Israele che molti richiedono, ma alla fine delle attuali sanzioni che colpiscono milioni di palestinesi ogni giorno. Dovrebbero dire a Israele che se non desidera affrontare sanzioni, dovrebbe ritirare il prima possibile quelle attivate sui palestinesi».

 

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