giovedì, Aprile 25

Israele è diventata una dittatura? Assomiglia alla Turchia, ma c’è la carta Gantz Cosa farà Benny Gantz con i suoi 35 seggi? Un percorso di ricostruzione democratica con la sinistra e i partiti arabi israeliani?

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Lunga notte, quella tra martedì e mercoledì della scorsa settimana, in Israele. All’uscita dei primi exit poll i due contendenti –Benjamin Netanyahu e  Benny Gantzentrambe si sono detti vincitori. Poi i risultati sono iniziati a fluire (mentre scriviamo non sono ancora ufficiali) e si è capito che  Benjamin Netanyahu sarà per la quinta volta premier, e che il generale Gantz aveva fatto il brutto errore di parlare senza numeri veri in mano.
Mentre i primissimi scrutini iniziavano produrre risultati, ‘Haaretz’ è uscito con un editoriale dal titolo ‘If Netanyahu Survives, It’s Time We Admit It – Israel Has Become a Dictatorship’. Se Benjamin Netanyahu riuscirà a mettere in piedi «una coalizione», «dopo la sua esibizione borderline alle elezioni di martedì, tutti noi sapremo una cosa: Israele è diventato una dittatura», così, senza mezzi termini, scriveva Bradley Burston.

E la coalizione  Bibi certamente riuscirà a metterla in piedi. Il Presidente israeliano Reuven Rivlin ha avviato oggi le consultazioni in vista della formazione di un nuovo Governo. L’incarico verrà affidato con ogni probabilità a Netanyahu.

In fatto di seggi conquistati, però, non si può dire che il premier uscente abbia ‘vinto’, ha praticamente pareggiato. Il Likud di Netanyahu ha portato a casa 36 seggi,  il partito Blue and White di Gantz 35 seggi, ma potendo contare su di una coalizione, Bibi è riuscito garantirsi 66 seggi su 120. Ciò significa che  Netanyahu non avrà difficoltà a tornare a guidare il Governo, il suo quinto Esecutivo, a dire di tutti gli analisti quello più a destra della storia del Paese.

Cronaca e matematica a parte, tre dati emergono e pongono le basi per quella che sarà la riflessione degli osservatori politici non solo israeliani nei mesi a venire.
Primo: l’affluenza inferiore di circa 4 punti rispetto alle elezioni del 2015.
Secondo: il laico ex capo di Stato Maggiore  Benny Gantz, entrato nel panorama politico con il suo partito  Blu e Bianco solo alla vigilia del voto, è riuscito a conquistare un numero di seggi praticamente pari a quello dello storico Likud, guidato, appunto, da un animale politico spregiudicato e che ha condotto una campagna ‘borderline’ come dice ‘Haaretz’, per di più senza alzare i toni o fare promesse da colpi di scena.
Terzo: a sinistra, il partito laburista è crollato, la sinistra sembra scomparsa dal panorama.

Eccoli i tre dati base. E poi una domanda: quale il futuro del partito di Gantz, il così detto partito dei generali?

Il procuratore generale ha annunciato, nel mese di febbraio, la sua intenzione di incriminare  Netanyahu per corruzione, frode e abuso di potere. Questo significa che, conquistata la guida del Governo, Bibi dovrà scavallare questo nuovo grande ostacolo -nascosto sotto il tappeto, con l’aiuto di Donald Trump e Vladimir Putin, durante la campagna elettorale. Il come questo accadrà, potrebbe dipendere anche da come Gantz deciderà di gestire quello che comunque è un grande successo; non ha conquistato la premiership, ma ha portato a casa un numero di seggi che potrebbero avviare un percorso politico capace di tracciare il futuro del Paese.
Secondo alcuni osservatori, Netanyahu potrebbe addirittura far varare una legge retroattiva che gli garantisca l’immunità. Se tentasse questa mossa Blue and White avrebbe ‘pane’ di cui cibarsi, sempre che lo voglia fare, e non è detto. La teoria impone pure di tenere in considerazione la possibilità che Netanyahu debba dimettersi, ma la possibilità appare decisamente remota.

In una intervista pochi giorni prima delle elezioni, Gantz aveva parlato del voto come di una scelta «tra la visione sionista di uno Stato ebraico democratico e sicuro, e un rapida spirale sotto Netanyahu verso una versione della Turchia del Presidente Recep Tayyip Erdogan, con un leader che non si muoverà e che gradualmente porterà i giudici, i poliziotti e la stampa sotto il suo controllo forzato», insomma la ‘dittatura’ della quale parlava ieri ‘Haaretz’. Lo scrittore Etgar Keret, in una intervista a ‘Adnkronos’, ha detto che «Israele è diviso da due narrative e l’insieme dei voti mostra che il Paese è equamente diviso fra chi crede nel liberalismo e chi preferisce il nazionalismo. Bibi certamente s’inquadra nello stato mentale che ha portato all’elezione di Trump e Orban. E’ uno stato mentale che vede debolezze nella forma classica di democrazia e cerca di avanzare nella direzione della monarchia».
Sergio Della Pergola, dall’Università ebraica di Gerusalemme, parla del fenomeno globale che vede «il nazional populismo emergere come forza trainante».

A 24 ore dal voto, Gantz ha affermato, riferiscono le agenzie, che non si sottrarrà al dovere  «di rappresentare milioni di persone che ci hanno chiesto di fare qualcosa di diverso. È una vittoria storica senza precedenti. Dovremmo esserne fieri».  L’ex capo di stato maggiore ha sottolineato come il risultato di Blu e Bianco abbia creato «una vera alternativa governativa».  «In 70 giorni abbiamo raggiunto lo stesso livello di seggi alla Knesset di un partito che esiste sin dagli anni 1970», riferendosi al   Likud.

Yair Lapid, ha affermato che Blue and White renderà difficile la vita al  Likud, sottolineando di avere il DNA del partito di governo che non si arrende mai, ha promesso: «Trasformeremo la Knesset in un campo di battaglia»,  «mostreremo ai cittadini di Israele l’alternativa reale» proposta dai Blu e Bianco.

Questa ‘alternativa’ come sarà gestita? Questo ‘qualcosa di diverso’ non è da escludere che il generale voglia, prossimamente, a bocce ferme, provare a costruirlo con coloro che da questa tornata elettorale sono usciti a pezzi, ovvero la sinistra e i partiti arabi. Il che non vuol dire costruire una coalizione, vuol dire provare a costruire in Parlamento e fuori un ragionamento per la ricostruzione democratica del Paese. Il divario tra i Governo e l’opposizione è molto ridotto, e questo è un elemento che potrebbe favorire la costruzione di un percorso alternativo in Parlamento.

Vero che Gantz ha escluso, in campagna elettorale, una coalizione con i partiti degli arabi in Israele. Vero anche, però, che, come è stato richiamato da alcuni osservatori, i genitori di Gantz erano amici di Shimon Peres, e la figlia del noto scrittore Amos Oz, sottolineando che suo padre e Gantz erano amici, del generale ha detto «Un buon leader deve comprendere la natura umana, leggere la mappa, avere coraggio e compassione. Quello è Gantz».
Blue and White comprende politici di sinistra, centristi e di destra che sono stati in grado di mettersi insieme in una formazione laica, e che, in quanto tale, almeno teoricamente, capace di ‘parlare’ con tutte le componenti della società israeliana.

Il perché di un tentativo di dare forma a questa alternativa potrebbe stare nell’analisi del voto.
Netanyahu ha vinto, ma non stravinto, è stato di fatto stoppato da Gantz. Gantz ha riportato un grandissimo risultato, ma non è riuscito -e nessuno avrebbe preteso il contrario da un partito nato a ridosso del voto- a superare Netanyahu. Gantz, sottolineano gli osservatori, non è riuscito a conquistare gli elettori di centro-destra. Il partito dei generali non è riuscito a capitalizzare quello che era il loro punto forte, la competenza e l’esperienza in fatto di sicurezza «offrendo una vera alternativa alle politiche del Governo, specialmente le politiche di linea dura del Governo verso i palestinesi»  e sono caduti nella trappola di trasformare queste elezioni in un referendum su Netanyahu, cercando voti a destra e a sinistra e tenendosi alla larga dai grandi temi, quelli più divisivi, a cominciare dalla questione palestinese (non hanno detto sulla sulla questione dei due Stati, su Gerusalemme capitale di Israele e della sovranità israeliana sulle alture del Golan). «In tal modo, hanno fallito nello sforzo di creare un nuovo blocco centrista e non ideologico che sostituisse il blocco di destra di Netanyahu» .
Blue and White ha, piuttosto, sottratto voti alla sinistra storica.  Una sinistra che non ha saputo neanche in questa tornata elettorale presentare una proposta di sicurezza credibile. Oramai solo il 12% degli ebrei israeliani si identifica come di sinistra, secondo l’Israel Democracy Institute  -era circa il doppio di un decennio e mezzo fa. Il 56% degli israeliani ora si definisce di destra, dal 40% di quindici anni fa, i centristi sono al 26,5 percento. «La sinistra e il centro israeliano -da Meretz e Labour ai partiti arabi e Blu e bianco- rappresentano ancora collettivamente quasi la metà dell’elettorato»,  fa notare Shlomo Ben-Ami, ex Ministro degli esteri israeliano, è vicepresidente del Toledo International Center for Peace.
Da considerare che anche i centristi e parte della sinistra pur non amando  Netanyahu, nei sondaggi prima del voto, hanno dimostrato di preferire comunque un governo di destra con motivazioni tutte riconducibili alla sicurezza.
La competenza laica in termini di sicurezza del partito dei generali, insieme alla tradizione di sinistra moderata, potrebbero lavorare alla ricostruzione di un percorso democratico liberale capace di convincere quella metà del Paese che è alla ricerca di una alternativa a Netanyahu.

Israele si sta trasformando in una democrazia illiberale, in uno Stato che assomiglierà all’apartheid in Sudafrica, ma potrebbe non essere tutto perduto. Come sostiene  BenAmi:  «Un leader coraggioso che è disposto a combattere per l’anima di Israele potrebbe prevalere».

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