giovedì, Giugno 20

Israele di nuovo al voto: Netanyahu in difficoltà, ma non finito L'intervista ad Eric Salerno, giornalista esperto di Medio Oriente

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Israele tornerà alle urne. Falliti gli ultimi tentativi del premier incaricato Benjamin Netanyahu, il Parlamento israeliano in tarda serata ha votato, per la prima volta ad un mese dal suo insediamento, il proprio auto-scioglimento e, contestualmente, la convocazione di nuove elezioni per il 17 settembre. Sono stati 75 deputati su 120 a votare a favore della legge, presentata dallo stesso Likud di Netanyahu, mentre 45 hanno votato contro. Determinanti sono stati i due partiti arabi Ra’am-Balad e Hadash-Ta’al. Una situazione di stallo che era nata dal voto dello scorso 9 aprile, quando il Likud ha conquistato 35 seggi su 120, lo stesso numero dell’opposizione capitanata da Benny Gantz, ex capo di stato maggiore generale delle forze armate dello Stato ebraico.

A mettere fuori gioco Netanyahu, è stato lo scontro su una legge volta a obbligare anche gli ultraortodossi al servizio militare tra Avigdor Lieberman, leader del partito ultra-nazionalista Yisrael Beitenu, e i partiti religiosi.  Il deputato Yariv Levin, che ha guidato i colloqui della coalizione a nome del Likud, ha accusato Lieberman di aver provocato nuove elezioni. Già lo scorso luglio, pochi mesi dopo che in Israele si era rischiata la crisi, il Parlamento israeliano aveva approvato, in prima lettura, una legge, voluta proprio da Avigdor Lieberman, leader di un partito laico della destra nazionalista, Israel Beytenu, che prevedeva un graduale aumento della partecipazione degli ultraortodossi al servizio militare, ma anche multe per le ‘yeshiva’ cioè i seminari religiosi, che ostacoleranno l’arruolamento dei loro studenti.

Yaakov Litzman, vice ministro della Salute e capo del partito United Torah Juidaism (Utj) aveva affermato qualche giorno fa che gli ebrei ultraortodossi non hanno intenzione di abbracciare le armi e che se il disegno di legge per l’arruolamento dei giovani ultraortodossi verrà approvato, l’Utj «abbandonerà la coalizione di governo». Due giorni fa, il Comitato ministeriale per la legislazione aveva accolto in prima lettura un progetto legislativo per la coscrizione degli ‘Haredim‘ (ultraortodossi): il numero dei coscritti annuali sarebbe dovuto aumentare ogni anno per 10 anni e in caso di mancato adempimento, sarebbero state imposte crescenti sanzioni monetarie, riducendo il bilancio delle scuole rabbiniche ortodosse. Chiedendo nuove elezioni, Netanyahu, sul quale pendono accuse di corruzione ed altri reati, riandrà nuovamente al voto, ma l’esito, questa volta, potrebbe diverso da quello delle ultime elezioni? Ne parliamo con Eric Salerno, giornalista esperto di Medio Oriente, che vive tra Roma e Gerusalemme.

 

Nuove elezioni, è il tonfo di Netanyahu? Come ne uscirà da questa vicenda?

Per Netanyahu è una sconfitta. Su questo non ci sono dubbi. E’ profondamente ferito politicamente ma è riuscito a convincere anche i perplessi in parlamento a votare per lo scioglimento della Knesset e andare a nuove elezioni eliminando la possibilità che il presidente potesse chiedere a qualche altro leader di provare a mettere insieme una coalizione. Ieri notte l’abbiamo visto in difficoltà ma non lo darei per finito. Anzi.

E’ ipotizzabile che Netanyahu esca da questo nuovo voto perdente?

E’ sempre stato un abile venditore di tappeti ed è ancora capace di arringare l’elettorato e ritrovarsi a settembre con un nuovo mandato per formare il governo. Si aprono, nonostante tutto, molti scenari per lui e per il paese. Ovviamente conterranno le alleanze che riuscirà a mettere insieme in questi mesi.  In ogni caso, anche se dovesse ottenere un nuovo mandato, il premier non farebbe in tempo a far passare – come avrebbe voluto ora – una legge per garantirgli l’immunità. E sul capo di Netanyahu, va ricordato, pendono almeno tre capi d’accusa per corruzione e altri reati meno gravi.

Potrebbe essere la volta buona per Benny Gantz e il suo partito Blu e Bianco? 

Si parla già di Gantz e del suo partito come parte di una coalizione contro Netanyahu ma, paradossalmente, anche come parte di una coalizione allargata con Netanyahu che, al momento, è sempre il leader del Likud, il partito tradizionale di centro-destra. In quattro mesi molte cose possono accadere in Israele. Di sicuro l’unica cosa di cui si parlerà poco è la questione palestinese. Peraltro lo stesso Gantz, ex capo di stato maggiore, nella campagna elettorale passata si è limitato a dire che non vuole che Israeli governi su un altro popolo. Ma poi, per non scontentare chi in questo paese chiede la mano forte contro i palestinesi, ha messo in giro un video in cui racconta quanti palestinesi ha ucciso il ‘suo’ esercito durante l’ultima guerra di Gaza.

Puoi spiegare al pubblico poco consapevole di queste tematiche sociali e religiose israeliane la questione sulla quale è caduto Netanyahu, la questione della leva per gli ortodossi, il perchè è così dirimente?

Da molti anni e da molte parti ci sono pressioni perché il peso del servizio militare sia diviso tra tutti i giovani. Gli ultra-ortodossi sono gli unici esentati dalla leva  nonostante il fatto che le loro comunità godono di sovvenzioni e facilitazioni fiscali per poter continua a condurre uno stile di vita formalmente dedicato alla preghiera e alla religione anche se, poi, sono coinvolte in molte altre attività redditizie. Netanyahu e i suoi accusano l’ex ministero della difesa Liberman di essere in malafede e di aver sfruttato la questione di una nuova legge per imporre il servizio militare ad almeno una certa percentuale di ortodossi pur sapendo che probabilmente le forze armate non hanno bisogno di loro.

Come può una grande democrazia andare in tilt per una questione di una minoranza religiosa?

I partiti religiosi sono stati quasi sempre l’ago della bilancia del sistema politico israeliano consentendo prima ai laburisti e poi al Likud di governare con il loro sostegno. Ovviamente in cambio hanno sempre preteso finanziamenti per le loro scuole o istituzioni. E leggi o regolamenti che hanno consentito loro di rafforzare la presenza della religione nelle strutture pubbliche e, nonostante le proteste dei laici, anche nelle scuole pubbliche.

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