domenica, Giugno 16

Israele: con Netanyahu, nazionalista etnico, vince chi viola La vittoria di Benjamin Netanyahu, il più ‘a destra’ tra i governanti di Israele, rappresenta la vittoria della violazione del diritto internazionale e dei diritti dei popoli

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Dopo una campagna elettorale non priva di violenza e, duole dirlo, di discriminazione razziale, le elezioni in Israele sembrano riconfermare un Governo di Benjamin Netanyahu, per quel poco che posso dirne, il piùa destratra i governanti di Israele, forse secondo solo a Ariel Sharon, l’iniziatore della decisa politica antiaraba e antipalestinese in Israele. Sulla quale, duole doverlo dire ma è la pura verità, ormai da anni, molti anni, non si sente una parola di critica, di presa di distanza, di perplessità da parte delle organizzazioni ebraiche europee e italiana in particolare. Peccato.

Quanto alla discriminazione verso gli arabi, anche gli arabi israeliani, basta ricordare che proprio Netanyahu aveva chiesto alla magistratura di bloccare l’iniziativa di una organizzazione non governativa che portava gli arabi israeliani al voto o anche la presenza di telecamere (facenti capo al partito di Netanyahu) nei seggi in cui votavano gli arabi.
Certo, azioni non amichevoli verso gli arabi, e in larga misura facenti capo alla tesi, tutt’altro che marginale, e sostenuta anche da uno dei maggiori storici israeliani Benny Morris, per la quale la partecipazione araba alle elezioni israeliane, benché legittima e doverosa visto che si tratta di cittadini di Israele sia pure di etnia araba, era ed è vista come una sorta di attentato alla sopravvivenza di Israele comeStato degli ebrei’, secondo la definizione che dello Stato di Israele fu voluta proprio da Netanyahu, nel silenzio colpevole della Comunità internazionale, e nell’entusiasmo della Amministrazione statunitense. Su quest’ultima decisione ci sarebbe molto da dire, visto che l’idea di uno Stato confessionale, o, peggio, nazionalista, in senso etnico, non è certo una cosa corrispondente all’idea di democrazia e di rispetto per i diritti dell’uomo delle democrazie occidentali, sovranisti a parte.

Quanto al ‘rischio’ per la Nazione ebraica della partecipazione al voto degli arabi israeliani, essa, al di là dei toni eccessivi e strumentali della politica israeliana, direi, tradizionale, basta ricordare che uno storico di grande qualità come il citato Morris, paventa lafine imminentedi Israele a causa del fatto che, comunque Israele si voglia organizzare territorialmente e dal punto di vista della popolazione, la maggiore feconditàdegli arabi, porterebbe in breve tempoad una prevalenza degli arabi israeliani in Israele, e alla conseguente fine del controllo degli ebrei israeliani sullo Stato, e quindi dello stesso Stato ebraico.

Tutto ciò non merita commenti, salvo sottolineare la sorpresa e lo sconforto nel vedere che persone di grande qualità e di idee, almeno a loro dire ma non solo, profondamente democratiche e ‘tolleranti’, ragionino in modo così platealmente razzista. Poco importa, poi, che chi la pensa così magari non si proponga di eliminare in qualche modo gli arabi dalla Palestina, ma solo di esprimere il proprio ‘dispiacere’ per la imminente fine dello stato di Israele come stato ebraico.
Quanto ciò possa influire sulla coscienza popolare israeliana e non solo, e quanto possa, se non altro psicologicamente, giustificare la discriminazione verso gli arabi è libera valutazione di ciascuno.

Sta in fatto, però, che queste elezioni israeliane avvengono in una situazione del tutto inedita e fortemente caratterizzata. Non tanto per il fatto che Netanyahu potrebbe essere il più longevo governante israeliano, nonostanti le accuse di malversazioni varie, dalle quali è stato fatto segno dalla Magistratura israeliana, quanto per l’inattesa e brusca sterzata della politica statunitense verso Israele e la questione Palestinese in genere.
Tanto importante questo cambiamento di prospettiva che per la prima volta (mi pare) nella storia di Israele, un governante, Netanyahu, appunto, abbia potuto dichiarare, senza suscitare critiche significative, che non si sarebbe più posto il problema dei due Stati, ma che avrebbe puntato alla acquisizione dell’intero territorio palestinese, cominciando dalla annessione degli ‘insediamenti’ israeliani in territorio palestinese, che, comunque li si voglia considerare, sono un insulto al diritto.
Ciò, unito alla decisione, sempre statunitense, di trasferire l’ambasciata a Gerusalemme e di ripromettersi di ‘riconoscere’ l’annessione della alture del Golan ad Israele. Cose, entrambe, in contrasto plateale e radicale non solo con le risoluzioni delle Nazioni Unite e con le dichiarazioni della gran parte degli Stati del mondo, ma certamente in contrasto con alcune delle norme più importanti del diritto internazionale vigente. Quanto, infine, ciò potrà avere effetti sulla politica mondiale futura, Israele a parte, non è dato sapere, ma è certamente fonte di grave preoccupazione per un giurista, per non parlare di qualunque politico responsabile.

Il problema di Israele, nasce, per così dire, durante la prima guerra mondiale, quando il Ministro degli Eteri inglese Lord Arthur Balfour, nel 1917, allo scopo di ottenere finanziamenti per le esauste casse britanniche dal più grande banchiere del mondo, il barone Rotschild, dichiarò, in un documento rimasto famoso, che, una volta finita la guerra -e vinta dalla Gran Bretagna, ovviamente- quest’ultima avrebbe offerto agli ebrei quello che definì unfocolare ebraico’ (un «National Home») in Palestina, che si riservava di ottenere come colonia.
Gli ebrei, infatti, erano da tempo -moltissimo tempo, secoli diciamo pure-, confinati in ghetti, perseguitati in Europa e specialmente in Russia, e desiderosi di costituire uno Stato autonomo, ovunque fosse possibile -si pensò perfino all’America Latina!
La Gran Bretagna fece quella promessa (che nel diritto internazionale non esiste e non ha valore giuridico a meno che sia un vero e proprio trattato tacito), contando non solo sulla possibilità di vincere la guerra, ma anche di potersi spartire con la Francia i territori coloniali sottratti all’Impero Ottomano, in base all’accordo segreto stipulato con la Francia l’anno precedente (accordi Sykes-Picot) con il quale, tra l’altro, non solo faceva ‘saltare’ la famosa missione di quello che è conosciuto come Lawrence d’Arabia, ma prometteva al bisnonno dell’attuale re di Giordania (poco più che un beduino nomade) un regno, appunto, la Giordania.
Per fare ciò, la Gran Bretagna (violando una norma di diritto internazionale che lo vieta) separò l’attuale Palestina (l’attuale Israele più i territori palestinesi) dall’attuale Giordania e, per onorare la promessa ai Rotschild, permise il trasferimento in Palestina degli ebrei per lo più europei, peraltro violando un’altra norma di diritto internazionale che fa divieto di trasferimenti di popolazione nelle colonie.
Sta in fatto che, da quel momento, il territorio della Palestina, dove vivevano pochissimi ebrei, fu raggiunto da moltissimi ebrei, che furono anche molto privilegiati dagli inglesi, tanto che già nel 1936 tra ebrei e arabi la situazione era di grande tensione, al punto che già allora si pensava alla creazione di due Stati: uno ebraico e l’altro arabo.

Dopo la seconda guerra mondiale, non solo aumentò la migrazione ebraica in Palestina, ma sulla base di una risoluzione delle Nazioni Unite (del 1947), ad aprile 1948 si costituì lo Stato di Israele, ma non quello di Palestina, previsto nella stessa risoluzione. Ciò non pertanto, i confini di Israele furono fissati sostanzialmente là dove le Nazioni Unite avevano indicato, come esplicitamente si afferma nella Dichiarazione sulla Costituzione dello stato di Israele. Ciò è molto importante perché dimostra che, almeno allora, è la stessa Israele a riconoscere quei confini che poi ha ampiamente e illecitamente esteso.

Dopo molte vicende, a giugno 1967, Israele con una guerra lampo occupò tutta la parte di Palestina destinata ai palestinesi e le alture del Golan siriano.
Fino ad oggi, però, la Comunità internazionale ha mantenuta ferma la propria posizione sulla necessità di costituire due Stati in Palestina, già con una risoluzione del 1967 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
Il resto è storia recente e ben nota.
Ma sta in fatto che, dal punto di vista del diritto internazionale, Israele non solo non può considerarsi sovrana su Gerusalemme, ma nemmeno sui territori palestinesi e meno che mai sulle alture del Golan. Sta anche in fatto che finora tutta la Comunità internazionale, e in particolare gli usa, hanno sempre mantenuto questa posizione.
Il ‘rovesciamentovoluto da Donald Trump e da Netanyahu, al di là di ogni valutazione politica, viola norme consolidate di diritto internazionale e, tra l’altro, potrebbe costituire un precedente pericolosissimo per altre situazioni.

Si potrebbe solo aggiungere per concludere, che sarebbe interessante conoscere la posizione del Governo italiano sulla questione, veramente esplosiva. Ma, a quanto pare, il Governo è al teatro, ammesso che ci sia ancora, visto che martedì nemmeno si è presentato alla conferenza stampa dopo il Consiglio dei Ministri!

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.