venerdì, Febbraio 22

Israele e il caos della ‘cacciata’ dei migranti Intervista ad Eric Salerno, giornalista e scrittore, esperto di questioni africane e mediorientali, sulla politica di allontanamento dei migranti africani

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«Non è lo spirito ebraico!»: E’ questo il motto che unisce i diversi movimenti che si stanno opponendo alla politica di allontanamento dei migranti africani messa in atto da Benjamin Netanyahu, Primo Ministro di Israele. Sono circa 38.000 gli africani arrivati dall’Eritrea e dal Sudan, una parte dei quali richiedenti asilo nel Paese. La decisione del governo era stata preannunciata negli scorsi mesi, citandola come essenziale e assolutamente legale.

La scorsa domenica è stato reso noto un avviso da parte del Ministero dell’Interno, per ora indirizzato solo agli uomini senza famiglia e in età lavorativa che sono entrati illegalmente entro il confine israeliano. Questi dovranno lasciare Israele e dirigersi verso un Paese terzo sicuro entro 60 giorni, quindi, con scadenza ad inizio aprile, altrimenti verranno imprigionati, andando peraltro a peggiorare una situazione già di sovraffollamento, oppure, saranno allontanati forzatamente. Il Paese terzo non viene mai citato espressamente, ma è specificato che sia disposto a ricevere immigrati di ritorno da vari stati africani, alludendo forse a intese segrete stipulate con il Paese, individuato nel Rwanda. Coloro che accetteranno di partire riceveranno, oltre al visto, 3.500 dollari. Il piano del Governo prevede il trasferimento di minimo 300 migranti al mese per i prossimi tre anni.

A seguito della scelta governativa, sono sorte reazioni tra una parte dei cittadini israeliani, non la maggioranza. Scrittori, medici, professori, rabbini, ma anche piloti, che si sono dichiarati contrari e non collaborativi nel caso di eventuali deportazioni forzate. In generale, alla base del dissenso, c’è l’incertezza in cui si verrebbero a trovare i migranti espulsi dal Paese e i pericoli cui andrebbero incontro se dovessero tornare nella loro terra d’origine o se si ritrovassero in un luogo per loro non ospitale. Viene, quindi, predicato l’ideale ebraico di invito alla riparazione del mondo, sancito dalla formula tikkun olam’. In molti si appellano alla Convenzione internazionale relative allo statuto dei rifugiati del 1951, che obbliga i propri membri a proteggere i richiedenti asilo vittime di persecuzioni nei propri Paesi.

Il movimento il quale ha smosso le acque fin da subito è quello denominato ‘Stop The Deportation’, avviato da studenti per lo più ventenni. Questo, ma anche altri, hanno organizzato in tutto il Paese incontri con i richiedenti asilo per conoscere le loro storie e dare un volto ad un numero.

Un’altra iniziativa, ‘Miklat Israel’, (in ebraico ‘Santuario di Israele’), anche conosciuta come movimento del Santuario di Anna Frank, è nata da un’idea della rabbina Susan Silverman, già attivista in diversi campi. Chiedendo all’interno del gruppo chi fosse disposto ad ospitare e, se necessario, nascondere i migrant africani, avrebbe riscosso le firme di circa 500 famiglie israeliane.

‘Rabbis for human rights’ è, invece, l’organizzazione non governativa fondata dalla rabbina Idit Lev che da tempo si occupa di diritti e relazioni tra le religioni in maniera più ambia e anche in questo caso fa sentire la propria voce.

Tra i rabbini intervenuti sulla questione, c’è anche  Donnie Hartman, capo ortodosso moderno e presidente dello Shalom Hartman Institute, centro di ricerca ed educazione di Gerusalemme, il quale denuncia, e non è il solo, i criteri a suo avviso sommari con cui il Governo ha valutato le domande di richiesta di asilo da parte degli immigrati africani in questione entrati in Israele dal 2007 al 2012. Secondo il rabbino, sarebbero state chiuse frettolosamente 6.500 domande e addirittura non controllate 8.500.

L’impossibilità di riconoscere lo status di rifugiati a queste persone è da cercare nel motivo stesso della richiesta: essi scappano principalmente per abbandonare il servizio militare obbligatorio che in Eritrea è a tempo indeterminato. Israele non accetta tale motivazione come degna per l’acquisizione di diritti particolari, anche se altri Paesi lo fanno. Si segnala l’eccezione di alcuni rifugiati sudanesi del Darfur, devastato dalla guerra civile, che hanno ricevuto uno status umanitario speciale. Secondo l’organizzazione israeliana Hotline for Refugees and Migrants, dal 2013 sarebbero state accolte solo 11 richieste di asilo su 15.000 domande. Da più fonti viene dunque chiesto di rivalutare la procedura con cui si esaminano le domande dei richiedenti asilo.

Alcuni opinionisti ritengono che la questione rifletta  una lotta interna alla società israeliana che verte sulla natura dello Stato e vede contrapposti coloro che sognano uno Stato universalista a coloro che desiderano uno Stato ebraico e prestano, quindi, particolare attenzione ai dati demografici per proteggerne il carattere religioso.

Si sono esposti contro la politica di allontanamento altri gruppi che hanno deciso di fare sentire la propria voce attraverso delle lettere. 470 professori universitari di tutta la Nazione hanno scritto apertamente a Reuven Rivlin, Presidente dello Stato di Israele, al Primo Ministro Benjamin Netanyahu e ai membri della Knesset, il parlamento israeliano, chiedendo, tra le altre cose, di «assumere una posizione morale coraggiosa». Hanno inoltre suggerito un modello di comportamento nei confronti dei richiedenti asilo in cinque punti che guardnoa essenzialmente al rispetto del diritto internazionale.

Un’altra lettera è stata redatta da eminenti leader della comunità ebraica nordamericana e indirizzata anch’essa a Netanyahu. Ancora, 36 sopravvisuti all’Olocausto scrivono sul quotidiano Haaretz, ricordando che la storia della loro gente obbliga lo Stato di Israele a fungere da modello per chi cerca rifugio. Infine, anche un gruppo di 35 intellettuali e artisti israeliani, tra cui Amos Oz, Abram Yeoshua e David Grossman, è intervenuto a favore di una politica di espulsione più morbida, sostenendo che lo Stato non incorrerebbe in difficoltà finanziare se cercasse di assorbire chi richiede ospitalità. Ricordano inoltre che l’afflusso di immigrati  è ormai fermo dal 2012, quando Israele ha rinforzato il confine con l’Egitto, attraverso il quale sono entrati i discussi migranti.

Nonostante queste prove di dissenso, la maggioranza dell’opinione pubblica resta comunque in linea con la strada intrapresa dal Governo, il quale, non ha finora ceduto alle richieste di cui sopra. Ritiene, anzi, che tutti coloro che dovranno lasciare il Paese siano migranti economici, quindi, in cerca di lavoro, e che si siano introdotti furtivamente entro i confini israeliani dal 2005 (per questo denominati anche infiltrati).

Abbiamo chiesto ad Eric Salerno, giornalista e scrittore, esperto di questioni africane e mediorientali, di intervenire con un’intervista.

Quanto è esteso il dissenso e quali sono le fasce della popolazione che non sono d’accordo con la decisione del governo? Si tratta di una percentuale rilevante oppure no?

Direi che nell’insieme è una percentuale abbastanza bassa, stiamo parlando sicuramente di intellettuali e di persone abbastanza attive sul piano politico e sociale. Molti sono giovani che appartengono anche ad altri movimenti che in qualche modo guardano con rabbia alla politica del governo di Netanyahu su più fronti, anche sulla questione palestinese. In più, direi che la motivazione è legata alla storia di questo Paese, storia di ebrei in giro per il mondo, e che lega questo gruppo di persone attive contro la decisione di espellere tutti i migranti con i movimenti che esistono in altri Paesi, soprattutto in Europa.

La reazione dei rabbini. Alcuni di loro sostengono che espellere qualcuno che stia cercando aiuto non sia in linea con la loro religione e si discute se sia più importante preservare la maggioranza religiosa o  coltivare i valori  della propria religione. Quindi, cosa significa essere uno Stato ebraico?

Qui entra in gioco la complessità del mondo religioso ebraico, gli scontri tra gruppi più ortodossi e i movimenti religiosi più liberali e moderni. C’è un discorso fondamentale che riguarda un po’ tutti, ed è il discorso del carattere ebraico dello Stato di Israele. Dato che si tratta di un Paese territorialmente piccolo, così come la popolazione è numericamente relativamente bassa, e già oggi il 20% della popolazione non è ebraica, questo è un fatto che turba molto il pensiero di gran parte degli ebrei di Israele, per i quali, per vari motivi legati all’Olocausto ma ancora prima al discorso sionista, è di fondamentale importanza che esista uno Stato che sia completamente loro e che dia agli ebrei una patria, un punto di riferimento fremo. Che poi si trovino comunità ebraiche in giro per il mondo è un altro discorso, ma loro hanno bisogno di avere un punto di riferimento in uno Stato. Questo è il conflitto che è interno al Paese e si lega anche alla questione palestinese e al modo eventuale di risolverla, perché se si creasse uno Stato unico si arriverebbe ad uno Stato in cui probabilmente la maggioranza sarebbe di non ebrei e di conseguenza il carattere ebraico dello stato verrebbe a mancare. All’interno di questo possiamo anche dire che tra la popolazione tradizionale israeliana, in Europa e in Oriente, sono sempre esistite forme di discriminazione per cui l’ebreo nato in Europa spesso non riusciva a conciliarsi con l’ebreo nato in un altro continente. Queste forme di razzismo interne al mondo ebraico sono state registrate anche nel momento in cui sono cominciati ad arrivare in Israele gli ebrei cosiddetti falascià, dall’Etiopia, perciò, africani che sono stati accolti all’interno dello Paese perché ebrei e dunque aventi il diritto di viverci, però nei loro confronti esiste, è esistita e continua ad esistere, una forma di razzismo su tutti i livelli per quanto riguarda l’occupazione, l’assistenza e l’integrazione. I migranti che arrivano dall’Africa sono migranti che non arrivano da Paesi tecnologicamente avanzati, ma arrivano dalle zone più povere del continente, cercando di fare in Israele quello che fanno più o meno in Europa, cioè, trovare un lavoro che in genere è un lavoro di bassa levatura, di quelli che non vogliono fare gli israeliani. Per cui servono da una parte, però dall’altra parte lo Stato ebraico non vuole che questi diventino residenti permanenti e poi cittadini del Paese. Ecco il perché della decisione di cacciarli tutti.

Alcuni cittadini israeliani stanno pensando di offrire alloggio e assistenza a questi rifugiati. Mi chiedevo quale potrebbe essere la conseguenza se si facesse davvero un’operazione di questo tipo, quindi illegale, e quale posizione assumerebbero i volontari che si rendono disponibili a nascondere i migranti.

Più che altro è stata una mossa molto pubblicizzata, un’idea che è ovviamente legata alla Germania nazista e a quello che accadeva lì e in altri Paesi dove si dava ospitalità e si nascondevano gli ebrei che cercavano di scappare da nazisti e fascisti. Hanno pensato di azzardare questo paragone che giustamente qualcuno ha definito un po’ esagerato. Io credo che questo resti più un discorso per richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica e ampliare il movimento in Israele contro la cacciata dei migranti. Non credo che avrà dei grandi effetti pratici e non credo che assisteremo a rastrellamenti nelle case degli intellettuali che hanno offerto aiuto per prendere il centinaio di migranti che si rifugerebbero in queste case.

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