sabato, Agosto 8

Israele alla prova del gas naturale

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Doccia fredda in Israele per il settore energetico. L’Autorità israeliana per l’Antitrust ha bloccato l’accordo che permetteva alle imprese Noble Energy e Delek Energy lo sviluppo del Leviathan, il mega giacimento nel Mar Mediterraneo orientale.
La decisione arriva a cinque anni dalla scoperta di due grandi giacimenti ‘offshore’, Leviathan e Tamar, situati in gran parte nella Zona Economica Esclusiva (ZEE) di Israele. Le due imprese partner del Governo israeliano, Noble e Delek, sarebbero state ritenute un cartello da parte dell’Autorità Antitrust, e pertanto non abilitate a operare.
Una scelta carica di conseguenze, che presuppone soprattutto la separazione della gestione del Leviathan da quella del Tamar, e l’affidamento del Leviathan a una nuova partnership. Nei fatti, un posticipazione dei lavori a tempo indefinito. E un rischio in più: date le circostanze, infatti, non è escluso che la Noble Energy decida di ritirarsi definitivamente dalle acque israeliane.
Fin dalle prime attività di esplorazione nella ZEE di Israele, le imprese coinvolte avevano maturato serie preoccupazioni riguardo alle leggi locali di settore, alle questioni finanziarie e fiscali, e a potenziali restrizioni all’esportazione.
Tanto che all’inizio del 2014, l’impresa australiana Woodside Petroleum, stanca di continui ritardi e tentennamenti da parte di Tel Aviv, così come dei ripetuti ostacoli posti dall’Autorità fiscale locale, abbandonava il tavolo negoziale per un accordo che avrebbe potuto assicurarle il 25% del Leviathan.
La rivista di settore ‘Natural Gas Europe’ spiega come anche l’impresa texana Noble Energy, una delle prime a partecipare alle esplorazioni nel Mediterraneo orientale, potrebbe presto fare marcia indietro.
Il Country Manager di Noble Nergy Israel, Binyamin Zomer, ha infatti definito la decisione dell’Antitrust israeliana come priva di base legale. Fin dall’inizio delle esplorazioni, ha dichiarato, la Noble avrebbe operato con la piena conoscenza e approvazione del Governo israeliano, e sotto l’egida delle leggi locali.
Secondo Zomer, l’impresa avrebbe investito nel settore energetico israeliano più di 6 miliardi di dollari. Un affare sicuramente promettente: il Leviathan infatti, con il suo potenziale di 623 miliardi di metri cubi di gas risulta essere la maggiore scoperta di ‘offshore’ del decennio scorso, capace di rivoluzionare gli equilibri energetici dell’intera Regione. Tuttavia, fin dall’inizio le lungaggini burocratiche del sistema israeliano hanno posticipato l’inizio della produzione al 2018, ben dieci anni dopo l’inizio delle esplorazioni: un tempo troppo lungo per un’impresa i cui azionisti calcolano i propri dividendi su base quadrimestrale. Inoltre, il recente calo delle azioni della Noble, da 80 dollari dell’estate ai 50 dollari attuali, non può che aggravare le difficoltà dell’impresa.
Senza dimenticare il rischio geopolitico che la Noble si è assunta al momento dell’accordo con Israele: basti pensare alle dispute sulla delimitazione dei confini marittimi che coinvolgono Israele e Libano, confini contesi in tratti di mare che, manco a dirlo, contengono parte dei bacini Leviathan e Tamar. O alle polemiche che hanno accompagnato le politiche israeliane sui tratti di Mediterraneo orientale al largo delle coste della Striscia di Gaza.
Sulla base di questi elementi – alti investimenti, rendimenti sul lungo periodo, rischio geopolitico – diventa sempre più difficile per l’impresa statunitense, la sola compagnia internazionale che partecipa all’affare israeliano, proseguire la collaborazione con Tel Aviv.
Cha, da parte sua, è accusata da più fronti di aver temporeggiato per ben cinque anni, dopo la scoperta dei bacini ‘offshore’, discutendo sulle modalità di utilizzazione, sulle quantità di esportazione e sulla distribuzione dei profitti di un gas di cui ancora non è iniziata l’estrazione. E di cui nemmeno si conosce la data di inizio dei lavori.
Una data che, alla luce delle ultime decisioni dell’Antitrust israeliana, potrebbe slittare ulteriormente: secondo gli esperti, infatti, nella migliore delle ipotesi la messa in esercizio del Leviathan potrà avvenire soltanto in seguito al 2020. Nella peggiore delle ipotesi, invece, non potrà avvenire affatto.
Qualora la Noble mollasse l’affare, sulla scia dell’australiana Woodside, lo sviluppo dei giacimenti sarebbe a serio rischio.
Come denuncia recentemente anche il ‘Jerusalem Post’, le attuali premesse renderebbero difficile che altre imprese si possano interessare all’affare.
Da un lato, diversi analisti sottolineano come poche compagnie al mondo, oltre alla Noble, possiedano l’esperienza di perforazione in alto mare e, assieme, la volontà di associarsi con uno Stato ‘difficile’ come Israele. Difficile, sia per le lungaggini burocratiche sia per i rischi geopolitici di una regione tra le più ‘calde’ al mondo.
Inoltre, il crollo attuale dei prezzi dell’energia a livello mondiale rende sempre meno appetibile per gli operatori del settore un investimento costoso e dai rendimenti lontani nel tempo come quello del gas israeliano.
Di conseguenza, è a rischio la credibilità dell’intero progetto: se infatti è probabile che diversi investitori possano essere disposti ad acquistare la loro parte di un giacimento di tale entità, risulta tuttavia improbabile che questi siano attratti da un progetto privo di un operatore.
Ciò significa che, nel suo desiderio di evitare la creazione di un cartello, Israele sta rischiando che il Leviathan possa rimanere bloccato per diversi anni a venire.
Con conseguenze negative innanzitutto per i cittadini israeliani e per la loro sicurezza energetica; e, in secondo luogo, per l’intera Regione vicino-orientale. Basti pensare che Giordania, Egitto e Autorità Palestinese contano proprio nel gas del Leviathan per nutrire il proprio fabbisogno energetico. Un fabbisogno aggravato dalla carenza di risorse della Giordania, dall’ingabbiamento della Palestina dentro gli schemi commerciali israeliani e dalla potente crisi energetica cha ha colpito negli ultimi anni l’Egitto. Non a caso, i tre Paesi hanno già firmato lettere d’intenti per acquistare parte della produzione del Leviathan.
E mentre il sogno israeliano del gas naturale potrebbe essere compromesso per sempre dal sonno del Governo locale, un altro attore potrebbe beneficiare delle risorse del Mediterraneo orientale.
Si tratta della piccola isola, Cipro, nelle cui acque la Noble ha scoperto nel 2011 un giacimento di quasi 200 miliardi di metri cubi di gas, presto chiamato Afrodite. Nicosia si è affrettata a indire gare d’appalto per l’esplorazione di altri blocchi contigui, attirando l’attenzione di grandi imprese internazionali come l’italiana ENI, la francese Total, la sudcoreana Kogas e la malese Petronas. Se fino ad ora l’entità del Leviathan aveva in qualche modo distolto l’attenzione dai giacimenti ciprioti, il fallimento del sogno energetico israeliano potrebbe ridare rilevanza alle risorse della piccola isola.
Una prospettiva, quest’ultima, che sposterebbe su Cipro il perno degli equilibri energetici del Mediterraneo orientale.

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