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Israele: 100 anni dalla Dichiarazione Balfour Il 2 novembre 1917, le parole del ministro degli Esteri inglese Balfour decretarono l’inizio del conflitto arabo-israeliano

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«Il governo di Sua Maestà vede con favore la costituzione in Palestina di un focolare nazionale per il popolo ebraico, e si adopererà per facilitare il raggiungimento di questo scopo, essendo chiaro che nulla deve essere fatto che pregiudichi i diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche della Palestina, né i diritti e lo status politico degli ebrei nelle altre nazioni». Con queste 62 parole (67 nel documento originale in lingua inglese), Alfred James Balfour, Ministro degli Esteri inglese, dava il formale appoggio del suo Governo alla creazione di un primo nucleo di quello che sarebbe poi diventato, nel 1948 lo Stato d’Israele. Era il 2 novembre 1917 e ricorrono oggi i cento anni esatti da quella dichiarazione che sarebbe stata destinata a sconvolgere per sempre i già allora precari equilibri del Medio Oriente.

La Dichiarazione Balfour (questo il nome con cui passò alla storia) si innestò in tutta quella serie di vicende che avvennero negli anni ’10 del XX secolo e che diedero forma a tutti gli anni a venire, motivo per cui il grande storico Eric Hobsbawm definì il Novecento come ‘Il secolo breve’, avendo esso inizio nel 1914, con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, e fine nel 1989, con il crollo del Muro di Berlino. Ma, se è vero che molte delle situazioni createsi con lo scoppio della Grande Guerra hanno avuto il loro compimento con la fine delle due Germanie e con il crollo dell’Unione Sovietica pochissimi anni dopo, è altrettanto vero che le complesse vicende mediorientali, pur essendo venute alla luce in quell’intricato contesto della prima metà del Novecento, affondano le loro radici a ben prima della Prima Guerra Mondiale e continuano ancora oggi a 28 anni dalla fine del ‘Secolo breve’ a imperversare in quelle aree del mondo apparentemente senza una possibile soluzione.

Provare a ricostruire le complessissime vicende del popolo ebraico è compito arduo, che non si può esaurire nemmeno con una parvenza di completezza nello spazio di un articolo: in questo spazio ci limiteremo a ricordare come la diaspora portò nei secoli gli ebrei ad allontanarsi dalla Terra Promessa per raggiungere i posti più lontani del mondo, dal Vicino Oriente all’Europa occidentale, dalla Russia agli Stati Uniti d’America. Il richiamo di quella che, secondo le Scritture, Dio aveva pensato come casa del Popolo Eletto era tuttavia fortissimo, per motivi religiosi, ma anche politici (non bisogna dimenticare le persecuzioni a cui il popolo ebraico andò incontro, come i pogrom in area russa, o lo scandalo dell’Affaire Dreyfus), ragion per cui con il Primo Congresso Sionista di Basilea del 1897 si iniziò a ventilare l’ipotesi della creazione di uno Stato ebraico. La Dichiarazione Balfour, benché stesa con la massima attenzione dopo un attento studio diplomatico volto allo scongiurare di situazioni e responsabilità politicamente spiacevoli (non si parla mai apertamente di Stato, ma semplicemente, ma ambiguamente, di ‘focolare nazionale’) venne letta proprio sotto quest’ottica.

D’altro canto la Terra Promessa non era rimasta politicamente isolata dalla diaspora in poi: era, a quei tempi, parte dell’immenso Impero Ottomano e, per tale ragione, abitato in prevalenza da una popolazione di cultura araba e di religione islamica, che pure conviveva con piccoli nuclei di popolazione ebraica, alcuni dei quali di recente immigrazione. Il mutato quadro geopolitico internazionale, con la Prima Guerra Mondiale, era destinato a sconvolgere per sempre la pace della zona: Francia e Regno Unito, con l’accordo Sikes-Picot del 1916, decidevano come spartirsi le aree d’influenza dell’ormai decadente Impero Ottomano, che si sarebbero dovute organizzare sotto una confederazione di Stati arabi. La Palestina venne occupata nel 1917 dalle truppe inglesi ed è in questo quadro di controllo del Medio Oriente che va inserita la Dichiarazione Balfour, volta sì a garantire la creazione di un luogo sicuro per gli ebrei, ma anche a favorire una preminenza politica su quell’area da parte del Regno Unito. L’area continuò a essere metà di immigrazione ebraica, con ondate migratorie anche consistenti come quella causata dalla politica antisemita della Germania nazista.

Le cose degenerarono con il disimpegno del Regno Unito nel 1947 e la creazione dello Stato d’Israele del 1948, attraversato da tendenze radicali antiarabe di alcune frange estremiste ebraiche e opposte tendenze antigiudaiche di frange estremiste arabe, che non riconoscevano a vicenda le due entità territoriali israeliane e palestinesi e il complesso e fragilissimo equilibrio che reggeva il sistema, destinato com’era a collassare: la risoluzione dell’ONU prevedeva l’istituzione di uno Stato Palestinese a larga prevalenza araba, di uno Stato d’Israele a larga prevalenza ebraica e di un’area intermedia, contesa e a leggera prevalenza araba sotto la tutela delle Nazioni Unite. Le premesse erano negative e lo scontro inevitabile: la guerra arabo-israeliana del 1948, conclusasi con la vittoria israeliana, passò alla storia, nel discorso politico israeliano come ‘Guerra d’indipendenza’, mentre nel discorso politico del mondo arabo come al-Nakba, ossia ‘disastro’. Il dado era tratto: lo Stato d’Israele era nato. Questa era solo la prima di una serie di guerre che andranno a comporre il mai sopito conflitto arabo-israeliano e che ancora oggi fa sentire la sua tragica presenza, nonostante anni di tentativi di mediazione, trattative o accordi mai portati a compimento, o mai completamente o per troppo breve tempo convintamente rispettati.

Sono passati cento anni da quella Dichiarazione dell’allora Ministro degli Esteri inglese. Nonostante ci fosse stato un accorto uso di parole e termini allo scopo di non causare scontri, da subito insorsero difficoltà: se i sionisti la presero per un totale appoggio britannico e per una definitiva conferma dell’istituzione di uno Stato ebraico, il mondo arabo la rifiutò in blocco dal primo momento e da allora cerca di far sentire le proprie ragioni. Non possiamo dire quando e se finirà, ma questa dichiarazione ci dimostra come non esistono parole per sanare le contraddizioni della gestione approssimativa di un’area del mondo così affascinante, ma così difficile.

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